La Fonte

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio, “La Fonte” è la prima del nuovo anno, 2017, e si collega direttamente all’ultima del trascorso, “L’Addio”.

Sul limite del mare vi era una donna, emblema della umanità, della natura, di noi stessi, che da dietro un muretto attendeva il soccorso di un gabbiano, carico di speranze e conoscenze, ponte tra la navicella/caravella sul mare diretta verso la selenica sfera sapienziale, e noi, ponte tra un tempo ed un altro.

In “La Fonte” il discorso sembra continuare, disteso di traverso e di spalle vi è ora un uomo, emblema dell’umanità che si sveglia come quando scossa da un nuovo tempo che arriva. Una umanità destata dal futuro, da ciò che ci riserveranno e porteranno questi giorni, questi mesi. In alto un cielo annuvolato su cui fa bella mostra di sé un astro, rubicondo ed azzurro. La sfera simbolo di sapienza qui non è la luna ma la nostra Madre Terra, il nostro Mondo, il pianeta azzurro, si scorgono continenti e distese d’acqua. È la donna de “L’Addio”, è il nostro passato, ciò che ci riserva la memoria, le nostra azioni, i nostri propositi.

Si chiude la volta formando una sorta di “V”, un archetipo, un simbolo, la rappresentazione dell’incontro tra cielo e terra, il ponte, il varco tra essi, la congiunzione temporale, la rimembranza. E da tale varco sgorga acqua sorgiva, una fonte che scende lieta in un muretto ove è coperto il sonno dell’uomo, di muschio, di colori silvani, di speranza ed anche del nostro essere noi nascosto, del nostro essere più profondo.

L’acqua scende a mo’ di sorgente ed ha già compiuto parte del suo percorso, collocata come letto statico del dormiente. Continua nel suo inesauribile corso e disseta, fiumiciattolo che è l’avvenire, si rinnova. E l’uomo è catturato nel momento in cui sta acquisendo coscienza di sé, sembra quasi si stia alzando, scosso dal dolce gelo dell’acqua sorgiva, pronto e ristorato dal frullio acquoso, riprende vita, è il momento di iniziare questo nuovo percorso. Ha con sé un bagaglio conoscitivo, che è il suo passato, ha il ristoro dell’acqua, che è la vita pullulante, può incamminarsi per i sentieri del mondo seguendo il suo sentiero, costeggiando il fiumiciattolo, può trovare la sua armonia, la sua felicità. Può rinnovarsi, andare oltre.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Carpe Diem

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Sarossa, esponente e fondatore dell'”Oltrismo“, corrente artistico – culturale che si propone di andare oltre l’apparenza del pensiero umano, al di là dei suoi percorsi logici, ritenuti scientisticamente e moralmente universali e per ciò stesso destinati ad essere posti in discussione continuamente, data la fallacità di un ordine umano e naturale comprensibile con il solo utilizzo della ragione, tralasciando l’impatto emotivo e in particolar modo l’irrazionalità. Irrazionalità che è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, intesi come animati, vivi, perché possessori d’anima. L’animo umano è tale perché capace di ragionare, tramite il sentire, in maniera imprevedibile e quindi irrazionale ed è questo che, con ogni probabilità, lo ha reso il vivente più evoluto, essente pluridimensionale più che logico, spirituale più che materiale, in quanto capace di essere alieno, altro, dagli istinti, dagli  impulsi primordiali, cioè violenza ed eros, e porre in essere atteggiamenti che, nel paradosso della loro irrazionalità, sono capaci di piegare e modificare il destino, inteso etimologicamente come ciò che è immutabile, la legge che regola tutti ed è universale, tutti tranne l’uomo che può scegliere, col libero arbitrio, di tradire il destino, dal latino tradere, cioè condurre fuori, travasare, farlo proprio perché ha la possibilità, come si fa con una pianta, di trovarne la collocazione migliore e a sé più confacente.

Ed è questo concetto di al di là dell’essere categorico il centro dell’opera di Sarossa immortalata sulla valigia prodotta Carpisa. Il viaggio, lo spostarsi, il non essere sedentari ma nomadi, rende possibile ingannare la staticità del destino e vivere a pieno il tempo, facendolo proprio. L’immagine è luminosa, sovrasta la solarità della luce, del sole, il generatore dell’energia di cui si nutrono i viventi e l’uomo. La luce solare che ristora, rigenera, dà forza, così come dopo una vacanza ci sentiamo uomini nuovi, rinvigoriti in animo, spirito e corpo. Più forti, più illuminati, più intelligenti, più vitali. Luce che promana dal sole, dalla realtà che noi scopriamo visitando luoghi, spostandoci dalla nostra dimora, e che da piccole gocce diventa un oceano, un oceano che appena appena riesce a contenere la coppa, coppa plasmata dalla stessa luce e resa corpo definito, sua sostanza ed ad un tempo suo contenitore. Un contenitore finito, che seleziona l’immensità delle nuove esperienze, ma che ci lascia intuire traboccante tutto l’infinito di esse che noi non comprendiamo, al momento, e che saranno lo sprono per spingerci ad altri viaggi, a plasmare altre coppe, a renderci immortali, eternamente giovani, come bambini che si stupiscono dinanzi alle meraviglie del mondo. I viaggiatori sono esploratori di sempre nuove e più entusiasmanti realtà, conoscitori profondi del loro essere, della loro luce, proprio perché sanno scorgerla in ogni nuovo che imparano dal mondo.

In basso, in rosso, quasi come fosse un marchio indelebile, c’è impresso il “carpe diem” Oraziano, il quam minimum credula postero, il credi nel domani il meno possibile, lo spirito che ha ogni viaggiatore, il desiderio di vivere quell’attimo o  quegli attimi come se fossero gli unici essenziali, gli unici importanti, unici perché ci inducono ad una evoluzione, noi siamo diversi, mutati, siamo noi ma non siamo ciò che eravamo. siamo oltreuomini, ogni giorno. Siamo fluenti, fluenti come il tempo, mai statico ma parallelamente inganniamo quel tempo e sfuggiamo alla caducità del mutare del nostro corpo sotto l’imperio delle ore, dei giorni, degli anni. Giovani viaggiatori inganniamo il tempo perché viaggiamo, rompiamo la barriera spaziale e indissolubile con essa il tempo immaginario che la accompagna. Siamo d’improvviso un eterno e al tempo stesso un presente, siamo l’assoluto perché viaggiando coincidono in noi questi due opposti. Siamo come il fiume eracliteo, mai gli stessi e mai mortali.

In alto campeggia un quadro blu e delle montagne vaghe, simboleggianti il nostro limite, il nostro limite però fugace, dissolto dalla luce, che non scompare ma nemmeno ostacola il flusso luminoso. E’ quel limite la nostra identità, che come montagne, se fisse, se vissute come giogo, come confine irraggiungibile ed invalicabile, ci inchiodano a noi stessi, non ci fanno crescere, ci rendono egoisti, chiusi, gretti. Ma se mossi dal pensiero lucente, dal dinamismo del nostro vagare irrequieti per il mondo, sono il filtro che non ci abbaglia, l’essenza che comprende intuendo l’infinito.

Non bisogna distruggere le montagne, non dobbiamo rinnegare i nostri limiti, ma renderli malleabili, come utensili, far sì che fluttuino come eterne memorie. D’altronde la luce generata dal sole pur sempre proviene dal piano spaziale della volta celeste, blu, limite ultimo dell’infinito e al tempo stesso suo superbo fattore.

Da notare anche un particolare stilistico di non poco momento che ci aiuta senz’altro nella comprensione del simbolismo dell’opera. Il dipinto è realizzato in sezione aurea, delineata proprio dal solco umano, dal punto in cui noi non possiamo andare oltre, dal nostro limite: le montagne. Esse fanno da spartiacque tra la parte superiore (minore) che rappresenta le sfere celesti iperuranee, l’empireo ideale. Questo si presenta statico, ma solo perché immutevole ed incomprensibile all’uomo. Tuttavia il limite, le montagne appunto, come abbiamo accennato sono vaghe, fluttuanti. Se fossero al loro posto valicherebbero un confine inaccessibile tra la parte bassa, il nostro mondo, e la parte alta, il mondo eterno. In tal modo l’uomo sarebbe vittima di sé stesso e non capirebbe il divino. Tuttavia la vaghezza consente la mobilità del confine e la luce riesce a filtrare e noi, seppure non comprendiamo, tramite la percezione e l’emozione, tramite gli stati emotivi estremi, ci possiamo nutrire della luce divina, possiamo berne alla fonte traboccante, possiamo intuirne l’infinito e, in tale intuizione, cercare nuove strade, intraprendere nuovi viaggi per conoscere, alla fine, più in profondità l’eterno che è in noi specchio della realtà altra.

In cima, quasi come fosse l’involucro dei chiodi del dipinto, ciò che tutto sostiene, fa bella mostra di sé un “V”, la V di viaggio senz’altro, ma anche la V di Vero (vero inteso come oltre, al di là del reale apparente) e di Vittoria, la vittoria dell’uomo sul destino, la capacità dell’uomo di ingannarlo intraprendendo un viaggio, varcando gli approdi sicuri, naufragando tra flutti di luce ed estasiandosi della ricchezza interiore conquistata.

 

dottor Giovanni Di Rubba