Rione Terra

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “Rione Terra” prende il nome dalla famosa colonia stanziatasi nei pressi di Pozzuoli intorno al 529 a.C.,  a seguito della migrazione degli esuli Sami che, perseguitati in patria dalla tirannide, quivi costituirono una Dicearchia, ovverossia un governo di Giusti, basato sull’equilibrio, la moderazione, la libertà e l’armonia.

Nel dipinto appare in primo piano uno stralcio di una piccola imbarcazione, una navicella insediata su di uno sdrucciolato porticciolo, uno stralcio che rappresenta a tutti gli effetti il nostro presente cosmico, il nostro essere qui ed ora nella attualità ma, allo stesso tempo, il nostro presente interiore, il nostro essere qui, situati in un tassello evolutivo statico, come la navicella che è sul porto pronta a salpare ma non è ancora insediata nell’acqua. Il nostro essere noi stessi presenti ci spinge a guardare di lontano la costa, che assurge a limite da varcare, una costa verdeggiante e speranzosa, che è il nostro per aspera ad astra e che tanto ricorda i monti allegorici delle rappresentazioni sarossiane.

Noi, in questo frammento evolutivo, siamo pronti per immergere la navicella del nostro ingegno e del nostro ardire in mare, a che prenda il largo, vivi la propria vita nella pienezza, nella coscienza, nella consapevolezza e nell’amore. Ma il passo tarda, l’illuminazione nostra interiore necessità di uno sprono, ha timore di temperie, è lì, a metà, sul porticciolo, con la prua propendente ed il proprio passato, la propria poppa, alle spalle. E senza passato, per quanto arditi, non raggiungeremo mai le rive dell’assoluto, non raggiungeremo mai la nostra consapevolezza.

Tuttavia ecco che dal mare si erge una sedicciuola, piccola, familiare, ma possente a mo’ di scranno. Ed è quello il nostro vero passato che può proiettarci verso il nostro mondo interiore. Lo scranno in cui è assiso il Rione Terra, il vecchio porto romano preostianao, il segno della cultura e della giustizia, della libertà assoluta. Della nostra Armonia. È quel pensiero, quell’attimo, quella vista superba perché avvolta dalla candidezza e dalla possenza del passato, ma al tempo stesso umile perché sceglie non un trono dorato, non un amplissimo altare, ma un oggetto comune, a simboleggiare che il nostro ancestrale essere collettivo, il nostro mondo interiore ereditato dagli avi che ci rende partecipi di ciò che è davvero nostro perché assiso su ciò che a noi è chiaro, evidente, conosciuto, familiare. Il nostro passato remoto, lontanissimo, gli albori stessi della civiltà sono impressi nel nostro DNA e, nascosti nella nostra interiorità, appaiono palesi, senza necessità di attentissime analisi ma con una presa di coscienza che parte dal nostro mondo, dai nostri piccoli, umani e densissimi segni umili, gesti sinceri, dalla nostra sedia domestica ed amica.

Questo passato porterà l’intellettuale navicella, colma della sapienza antica, dell’umiltà del nostro presente e della pienezza dei nostri affetti a prendere il largo, ritta in prua.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

La Sibilla Cumana

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Opera di: Salvatore D’Auria ( Sarossa)

Materia e tecnica: olio su multistrato

Commento a cura di: Floriana D’Auria (critico d’arte)

 

Il linguaggio Sarossiano figurativo e simbolico tratta in maniera personale un tema caro alla mitologia e alla terra magica dei Campi Flegrei.
L’antica figura della Sibilla che leggeva il futuro nella disposizione delle foglie che gettava ai suoi piedi, si veste di modernità e colore.
E’ una donna bendata, muta, forse anche folle, in una postura da sfinge moderna quasi rock, oracolo dai mille responsi.
Alle sue spalle L’Antro Cumano, icona esoterica e misteriosa, che da sempre affascina l’uomo che vi ricorre per alleviare la sua sete di conoscenza, per interrogarsi sul suo futuro e sul suo destino.
Nel paesaggio dominato da contrasti cromatici e suggestivi giochi di riflessi sull’ acqua in cui le rifrazioni rincorrono la creatività a briglia sciolta, domina la sfera, mai resa prima come Bolla di sapone trasparente come in questa versione. Galleggia nell’ aria, si appoggia nell’ acqua, e’ sfera di cristallo e nel suo interno, all’ osservatore curioso e fantasioso, apparirà un vago viso di un gatto, comparso in maniera casuale tra le pennellate, riconosciuto poi ed evidenziato dall’ autore sorpreso, simbolo di chiaroveggenza in una storia ancora più antica, quella degli egizi. Passato e presente, storia intrisa di cultura, elementi caratteristici della pittura di Sarossa, si fondono in un opera ricca di fascino e mistero, che incarna la sua visione dell’ Oltrismo.

 

Floriana D’Auria