Universi Paralleli

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Misure: 300X242

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

La megatela dipinta dal maestro Sarossa, ideatore ed esponente della corrente artistico-culturale “Oltrismo” porta il titolo “Universi Paralleli”.

Essa è la rappresentazione geografica del pianeta in cui viviamo ma si presenta con una peculiarità del tutto originale: i continenti, o meglio gli Stati, sono miscelati, scomposti, un po’ come se Dio avesse giocato a dadi col mondo, avesse dissolto ogni limite, ogni confine, ogni inesorabile certezza mettendola in discussione. Una visione di inizio secolo dunque, che tanta discussione porta anche in tale seconda decade, pervade, il concetto di globalizzazione. Una globalizzazione non economica ma bensì artistica, culturale, geopolitica, di usi e costumi ridotti nella loro vaghezza ai minimi termini, al caos, al brodo primordiale, e poi sapientemente esaltati, riordinati. Ma in che modo? Con gli occhi dell’artista fruitore, solo chi abbatte sé ed i suoi pregiudizi può scorgere nel dipinto una pace ancestrale, un paradiso terrestre prebabelico, privo di incomprensione, una terra uniforme con popoli non uniformati, simili ma con un sapore di differenza abissale, differenza negli usi e nei costumi, nelle credenze, nei riti, nelle abitudini quotidiane. Differenze che ci rendono vicini nella interscambiabilità, nel posizionare le Ande altrove, le piramidi in un capo inverso, la bell’Italia in bilico e sdoppiata, la Germania in perenne difficoltà, orientata male, quasi spersa.

C’è un’incredibile affinità con l’eros nella confusione spaziale, da Henry Miller ai suoi tropici, Cancro, Capricorno, in cui il surrealismo è frammentazione dell’essere, o sarebbe più corretto dire dell’Es, e trova sua forma e consistenza solo nella spinta erotica, del tutto opposta a quella violenta e statica, da Gustave Coubert e la sua “Origine du Monde”, in cui si percepisce il femmineo come generatore e ricreatore, come l’energia, la forza, capace di plasmare il reale e dargli sempre nuova forma, adattandolo al concreto ma con una visione avanguardista: quando l’artista, infatti, pone in essere un’opera nel modo  lo fa allo stesso modo con cui la donna crea la vita dà il senso a quella vita, fa sì che la stessa abbia un codice genetico tutto particolare, che le consenta di vivere da subito, magari in maniera incerta, ma fa sì che il futuro sia vissuto in maniera piena e compiuta. E’ questo il senso della frammentazione, sembrare inadeguati e confusi ora perché il vero senso lo avremo un giorno, e sarà la nostra inadeguatezza, quella che gli evoluzionisti chiamano “mutazione sfavorevole”, a divenire un giorno dominante.

Gli Universi Paralleli è una rappresentazione spaziale avanguardista che ci spiazza e ci induce a riflettere. Noi esseri umani, che ci crediamo dei, padroni del mondo, che sappiamo sempre in che posto stiamo, che usiamo apparecchiature satellitari estremamente complesse ma di uso comune, navigatori, noi che non chiediamo più informazione ai passanti affinché ci insegnino la strada ma la consultiamo nel chiuso delle nostre automobili con aria condizionata e con precisione tecnica, matematica. Noi che sappiamo il luogo in cui siamo non conosciamo il nostro posto nel mondo, nell’universo.

“Pale Blue Dot” di Carl Sagan è stata universalmente riconosciuta come l’immagine fotografica più bella del secolo scorso. Un’immagine in cui la terra, l’oasi blu, la “nostra” terra, altro non era che un minuscolo puntino a sei miliardi di chilometri di distanza. Un punto insignificante tra un universo in continua espansione di dimensioni enormi, quasi inconcepibili all’uomo. Un universo  la cui goffa crescita inghiotte inesorabilmente il nulla, l’eterno nulla, il non luogo, il topos distopico in cui nulla è, in cui non siamo, ed inghiottendolo lo pervade di materia e d’energia. E noi, che posto abbiamo? Siamo un granello infinitesimale, siamo un pulviscolo di materia in mezzo all’immenso, siamo il granello di sabbia nel chilometrico deserto amorfo. Noi esseri più intelligenti, che siamo stati condottieri, predoni, santi, inventori, artisti, magniloquenti oratori, guerrieri e guerriglieri, nemici e amici, occidente ed oriente, rivoluzionari e rivoltosi, portatori di pace e portatori di discordia, macellai di popoli e benefattori dell’umanità, che siamo stati Napoleone, Cesare, Hitler, Einstein, Socrate, Mozart, siamo l’infinitesimo del granello in cui abitiamo, la rosa più parva dell’ultimo giardino del più piccolo dominio di dio. Noi che ci siamo sempre creduti dei, domini, padroni incontrastati, saggi, siamo in realtà demoni, siamo gli unici esseri che distruggono i luoghi in cui vivono, gli unici esseri che hanno il potere di soggiogare l’ambiente, dominarlo, inquinarlo. Siamo i divini superbi maledetti. Non combattiamo né mangiamo per vivere ma per ingordigia, non spariamo ad un bufalo per nutrirci ma a cento e cento capi di bestiame per divertimento, per eccesso, senza necessità.  Forse, come diceva Sagan, siamo gli esseri più intelligenti dell’universo, ma visti dall’alto siamo dei condannati ad una prigionia, la prigionia dell’oblio, dell’indifferenza, dell’inutilità cosmica.

Questo il senso più profondo della tela, solo un caos armonico può salvarci, solo un ordine nuovo, un mondo nuovo, senza confini, dipinto come lo dipingerebbe un bambino, con la stessa innocenza e la stessa saggezza, la saggezza di chi sa che soli siamo niente, sia come popoli che come uomini e l’innocenza di chi ama l’altro perché sa che chi ci è vicino o chi ci sembra lontano non è un nemico, ma un amico cui possiamo insegnare tanto e, ponendoci nella prospettiva, difficile per l’uomo, dell’ascolto, imparare cento volte di più.

E tale atteggiamento ci aprirà a nuovi confini, a nuovi modi di intendere l’altro, quello che definiamo il diverso. Nella prospettiva trasmutata del mondo, nella sua concezione remiscelata, nell’avvicinare terre lontane, il  fruitore ha un sobbalzo di spirito. Ammirando l’immagine di Sagan ci si sente spersi e piccoli ma soprattutto vicini, concentrati, come se non esistessero differenze o se pure esistessero sarebbero così innocue, impercettibili, viste dall’alto di un satellite. Noi esseri umani in tale prospettiva ci rendiamo in un istante conto della eterna fratellanza, di quel misero pulviscolo di materia chiamata terra, che brilla ma di luce riflessa, la luce della nostra stella, il sole, la luce della nostra anima. Noi fratelli. E di sangue. Della linfa che scorre dopotutto uguale nelle nostre vene. Allo stesso modo non si può non scorgere, osservando “Universi Paralleli”, quanto alla fine siamo uniti, quanto stupidi siano i limiti ed i confini che ci poniamo, quanto assurde le guerre  che combattiamo, quanto fallace e stereotipato il concetto di lontananza. Noi siamo terrestri, figli della terra, di una terra che solo un occhio distratto, superficiale, stolto e limitato può vedere limitata da confini. L’unica, vera e reale idea che si può avere della terra è quella rappresentata da Sarossa nella tela, la terra dell’unione, della fratellanza, dell’amore, la terra dove non esiste un muro, un recinto che ci renda chiusi in noi stessi, una terra libera, aperta, una terra dove lo spirito umano può davvero rompere i vetri della finestra che lo intrappola, che lo rende spettatore del mondo, vivendo non solo per sé ma con l’altro, realizzando il vero significato dell’Oltrismo, l’andare oltre le convenzioni, i pregiudizi, le paure e finalmente abbracciare il “fratello terrestre”.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Carpe Diem

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Sarossa, esponente e fondatore dell'”Oltrismo“, corrente artistico – culturale che si propone di andare oltre l’apparenza del pensiero umano, al di là dei suoi percorsi logici, ritenuti scientisticamente e moralmente universali e per ciò stesso destinati ad essere posti in discussione continuamente, data la fallacità di un ordine umano e naturale comprensibile con il solo utilizzo della ragione, tralasciando l’impatto emotivo e in particolar modo l’irrazionalità. Irrazionalità che è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, intesi come animati, vivi, perché possessori d’anima. L’animo umano è tale perché capace di ragionare, tramite il sentire, in maniera imprevedibile e quindi irrazionale ed è questo che, con ogni probabilità, lo ha reso il vivente più evoluto, essente pluridimensionale più che logico, spirituale più che materiale, in quanto capace di essere alieno, altro, dagli istinti, dagli  impulsi primordiali, cioè violenza ed eros, e porre in essere atteggiamenti che, nel paradosso della loro irrazionalità, sono capaci di piegare e modificare il destino, inteso etimologicamente come ciò che è immutabile, la legge che regola tutti ed è universale, tutti tranne l’uomo che può scegliere, col libero arbitrio, di tradire il destino, dal latino tradere, cioè condurre fuori, travasare, farlo proprio perché ha la possibilità, come si fa con una pianta, di trovarne la collocazione migliore e a sé più confacente.

Ed è questo concetto di al di là dell’essere categorico il centro dell’opera di Sarossa immortalata sulla valigia prodotta Carpisa. Il viaggio, lo spostarsi, il non essere sedentari ma nomadi, rende possibile ingannare la staticità del destino e vivere a pieno il tempo, facendolo proprio. L’immagine è luminosa, sovrasta la solarità della luce, del sole, il generatore dell’energia di cui si nutrono i viventi e l’uomo. La luce solare che ristora, rigenera, dà forza, così come dopo una vacanza ci sentiamo uomini nuovi, rinvigoriti in animo, spirito e corpo. Più forti, più illuminati, più intelligenti, più vitali. Luce che promana dal sole, dalla realtà che noi scopriamo visitando luoghi, spostandoci dalla nostra dimora, e che da piccole gocce diventa un oceano, un oceano che appena appena riesce a contenere la coppa, coppa plasmata dalla stessa luce e resa corpo definito, sua sostanza ed ad un tempo suo contenitore. Un contenitore finito, che seleziona l’immensità delle nuove esperienze, ma che ci lascia intuire traboccante tutto l’infinito di esse che noi non comprendiamo, al momento, e che saranno lo sprono per spingerci ad altri viaggi, a plasmare altre coppe, a renderci immortali, eternamente giovani, come bambini che si stupiscono dinanzi alle meraviglie del mondo. I viaggiatori sono esploratori di sempre nuove e più entusiasmanti realtà, conoscitori profondi del loro essere, della loro luce, proprio perché sanno scorgerla in ogni nuovo che imparano dal mondo.

In basso, in rosso, quasi come fosse un marchio indelebile, c’è impresso il “carpe diem” Oraziano, il quam minimum credula postero, il credi nel domani il meno possibile, lo spirito che ha ogni viaggiatore, il desiderio di vivere quell’attimo o  quegli attimi come se fossero gli unici essenziali, gli unici importanti, unici perché ci inducono ad una evoluzione, noi siamo diversi, mutati, siamo noi ma non siamo ciò che eravamo. siamo oltreuomini, ogni giorno. Siamo fluenti, fluenti come il tempo, mai statico ma parallelamente inganniamo quel tempo e sfuggiamo alla caducità del mutare del nostro corpo sotto l’imperio delle ore, dei giorni, degli anni. Giovani viaggiatori inganniamo il tempo perché viaggiamo, rompiamo la barriera spaziale e indissolubile con essa il tempo immaginario che la accompagna. Siamo d’improvviso un eterno e al tempo stesso un presente, siamo l’assoluto perché viaggiando coincidono in noi questi due opposti. Siamo come il fiume eracliteo, mai gli stessi e mai mortali.

In alto campeggia un quadro blu e delle montagne vaghe, simboleggianti il nostro limite, il nostro limite però fugace, dissolto dalla luce, che non scompare ma nemmeno ostacola il flusso luminoso. E’ quel limite la nostra identità, che come montagne, se fisse, se vissute come giogo, come confine irraggiungibile ed invalicabile, ci inchiodano a noi stessi, non ci fanno crescere, ci rendono egoisti, chiusi, gretti. Ma se mossi dal pensiero lucente, dal dinamismo del nostro vagare irrequieti per il mondo, sono il filtro che non ci abbaglia, l’essenza che comprende intuendo l’infinito.

Non bisogna distruggere le montagne, non dobbiamo rinnegare i nostri limiti, ma renderli malleabili, come utensili, far sì che fluttuino come eterne memorie. D’altronde la luce generata dal sole pur sempre proviene dal piano spaziale della volta celeste, blu, limite ultimo dell’infinito e al tempo stesso suo superbo fattore.

Da notare anche un particolare stilistico di non poco momento che ci aiuta senz’altro nella comprensione del simbolismo dell’opera. Il dipinto è realizzato in sezione aurea, delineata proprio dal solco umano, dal punto in cui noi non possiamo andare oltre, dal nostro limite: le montagne. Esse fanno da spartiacque tra la parte superiore (minore) che rappresenta le sfere celesti iperuranee, l’empireo ideale. Questo si presenta statico, ma solo perché immutevole ed incomprensibile all’uomo. Tuttavia il limite, le montagne appunto, come abbiamo accennato sono vaghe, fluttuanti. Se fossero al loro posto valicherebbero un confine inaccessibile tra la parte bassa, il nostro mondo, e la parte alta, il mondo eterno. In tal modo l’uomo sarebbe vittima di sé stesso e non capirebbe il divino. Tuttavia la vaghezza consente la mobilità del confine e la luce riesce a filtrare e noi, seppure non comprendiamo, tramite la percezione e l’emozione, tramite gli stati emotivi estremi, ci possiamo nutrire della luce divina, possiamo berne alla fonte traboccante, possiamo intuirne l’infinito e, in tale intuizione, cercare nuove strade, intraprendere nuovi viaggi per conoscere, alla fine, più in profondità l’eterno che è in noi specchio della realtà altra.

In cima, quasi come fosse l’involucro dei chiodi del dipinto, ciò che tutto sostiene, fa bella mostra di sé un “V”, la V di viaggio senz’altro, ma anche la V di Vero (vero inteso come oltre, al di là del reale apparente) e di Vittoria, la vittoria dell’uomo sul destino, la capacità dell’uomo di ingannarlo intraprendendo un viaggio, varcando gli approdi sicuri, naufragando tra flutti di luce ed estasiandosi della ricchezza interiore conquistata.

 

dottor Giovanni Di Rubba