LA CITTA’ DELLA RESILIENZA. La “redenzione” dell’umanità.

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Autore: Salvatore D’ Auria (Sarossa)

Titolo: Senza titolo

Anno: 2002

Commento a cura di: Carmela Santulli (poetessa)

 

LA CITTA’ DELLA RESILIENZA

La “redenzione” dell’umanità.

 

Eccola, sorgere dalle sue rovine, lo specchio dell’anima ridotta in polvere.

Una città sconosciuta, aggregazione di importanti culture, sogni, progetti ridotti a brandelli di fantasmi che vagano nello stesso deserto dell’aridità umana, di quelle mani che hanno deciso la sorte di altre vite, senza salvaguardare un valore importante come la vita stessa.

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Potremmo, forse, utilizzare un paragone efficace se guardassimo al famoso “Ritratto di Dorian Gray”: abbiamo racchiuso l’animo umano e meschino negli spigoli di uno specchio e lo teniamo ben nascosto, lontano da occhi indiscreti, per celare ciò che è reale, ciò che il tempo ci ha resi: la nostra anima sterile.

Allo stesso modo, nell’ utilizzo dei Mass Media, vediamo solo ciò che è necessariamente voluto, il resto è oblio.

 

Il maestro Sarossa si pone in sfida e ci presenta: “Un reperto archeologico di una città vestita con tutto il suo tempo, va oltre, a sfidare la memoria ricca di infinite storie mai perdute”.

Lo si immagina pennellare la sua testimonianza, con forza, utilizzando i colori vivi di una città martire.

 

A guardare con attenzione il territorio non ricorda la struttura caotica del mondo Occidentale, straripante di vie, artifici umani, contrasti e paradossi alla stessa natura;

Ci trasporta, differentemente, in un luogo di grande valenza storica, una culla della società dimenticata,il Medio Oriente, che presenta nello stesso nome l’origine coloniale della parola, tradotta e rivisitata da “Vicino Oriente” .

 

Ci si ritrova ad assaggiare con Proust una “madeleine”, al primo morso ecco salire una vaga percezione di qualche ricordo. E se si indaga a fondo, allo sforzo, quello che si vuole tentare di assaporare, l’emozione, risulta già affievolirsi, meno presente, più irreale e ci si chiede come sia possibile dimenticare?

Ridurre tutto a singole giornate di memoria, dove il dolore ingiustificato e la “Banalità del Male”, come la chiamerebbe la Hannah Arendt, entrano a spezzare la quotidianità, in ogni sfaccettatura, per poi salutarci all’ anno successivo.

 

Milioni di vittime sono onorate al cielo in ogni religione, in ogni comunità, senza guardare in prospettiva al domani o alla storia che insegna il ricavato delle violenze e dei suoi  soprusi.

Non c’è mai stato un riscatto sociale, una reale educazione a qualcosa di utopico come la pace, non priva dei suoi conflitti ma senza pioggia di bombe, uso di nucleare e di armi: in fondo quale valore  si trova nel  bombardare  ospedali e scuole, nel genocidio di una società?

 

A noi la criticità di questo pensare umano, come prova un dipinto e la corrente artistica “Oltrismo”.

Andare oltre, verso una cultura sociale, indagarsi, chiarire i limiti di questa “Sophia” cancellata: la città che è lì, incisa fra le pieghe,si fa portavoce delle sue ferite, il sangue versato, e le faglie che “divorano” culture e idee, divergenze, solo perché non si è ancora percepito oltre la paura del diverso la grandezza di ciò che si può conoscere.

 

Ad opera di uomini ridotti alla follia verso l’elevazione di un Dio Denaro, il Capitalismo, troviamo una terra malata, un’immagine strategica e complessa all’ interno di dinamiche globali, stereotipi e luoghi comuni capaci di influenzare l’opinione pubblica in maniera disdicevole.

 

Ecco che il quadro  si presenta a noi come reperto archeologico di un sapere distrutto, eppure capace di riportare l’attenzione degli sguardi su di sé, deciso a trasportare nella nostra coscienza la testimonianza di una grande ricchezza, la culla di grandi passati e futuri avvenire.

 

Quella  che si presenta come la più grande capacità di resilienza, di adattamento a dinamiche complesse, soprusi.

Lo specchio dell’anima “svenduta”, della parte nociva di una società, che oggi grida alla sua forza espressiva:

Kahil Gibran, La poesia è il salvagente

La poesia è il salvagente /cui mi aggrappo/ quando tutto sembra svanire. /Quando il mio cuore gronda / per lo strazio delle parole /che feriscono, /dei silenzi che trascinano/ verso il precipizio./ Quando sono diventato /così penetrabile /che neanche l’aria/ riesce a passare.

 

A questi pennelli d’autore non si può che riversare il silenzio delle strade di questa città, a brandelli e elogiarne la forza di un boomerang attraverso l’inchiostro.

Come il cacciatore di aquiloni nei cieli di Kabul, a piedi scalzi, su questo deserto, percorrendo le strade piene di mine delle responsabilità, in ricerca dell’umanità da salvaguardare: scriviamo il punto che imploda nel cambiamento.

 

Carmela Santulli