Matthew Palmo

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Matthew Palmo, artista.

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Matthew Palmo si adagia con lievità arcaica nella corrente artistico-culturale fondata dal Maestro Sarossa, l’Oltrismo. E lo fa da una angolatura diversa, figlia della sua cultura e del suo mondo, Buffalo ed i dintorni, il primitivismo di una terra che si respira nei dipinti, l’orma di una ancestralità mai morente nel suolo del Nord America. Dimenticata talora, ma che da sempre risorge come sospiro dei Padri di quel Mondo Nuovo, la cui essenza traspare e si insinua in maniera eterea ma sconvolgente, una etereità che trasforma e plasma la realtà quotidiana, il frastuono della contemporaneità, il quale si spoglia della propria distrazione postsettecentesca per ritrovare un sé più autentico, primordiale, un’anima che il fervore della modernità non può celare. Anima incancellabile, impressa in ogni nascituro di quel suolo ed in ogni essere su di esso vivente, perché l’uomo nasce dalla Terra e della Terra serba la memoria, della sua Terra, una memoria ineluttabile, che si manifesta nell’intimo e dall’intimo riesce a cogliere l’immagine di sé nella Natura, ponendosi quindi in divenire ed acquistando consapevolezza, raggiungendo l’armonia . Nell’Oltrismo la creatività è il motore che muove la mano dell’artista, la fantasia il luogo dove ambienta i suoi paesaggi, la conoscenza il mezzo per tirare fuori quello che ha dentro, l’Armonia il fine. Ed il Maestro Matthew Palmo fa questo, coglie l’istinto primordiale che dà impulso alla vita, utilizzando però un linguaggio figurativo particolarissimo, che possiamo cogliere ed intuire in ogni suo dipinto vivacissimo e che illumina d’infinito il fruitore, il quale ritrova nella sua anima questo ululato cromatico d’assoluto primordiale.

 

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A Buffalo Illuminata

 

Nell’opera “A Buffalo Illuminata”, ad esempio, tale corrispondenza luminosa appare sin da subito, osservandola attentamente ne possiamo cogliere una quadruplice dimensione, come se il dipinto fosse segmentato in due sezioni auree. La prima taglia in parallelo il dipinto e congiunge la base dei due sempreverdi, che si posizionano ai lati estremi dell’opera. Il sempreverde rappresenta il ciclo continuo ed immutabile, la staticità eterna, l’immortalità delle cose, la loro perennità ed incorruttibilità. Tali alberi sono posti a guardia della sfera superiore, che è ciò che domina e plasma l’inferiore, doppio della prima ed immagine di questa. La seconda sezione aurea taglia in perpendicolo il dipinto, in prossimità della sfumatura tra ocra e nebulosa. Cogliamo le due essenze di Dio, le due essenze astrali del supremo, a destra quella sensibile, in cui un sole al tramonto irradia dal rubino all’ocra ciò che lo circonda ed emana un fascio cromatico dolcissimo, lunare, subito alle pendici del sempreverde, emblema della luminosa potenza dell’Invictus. Ma l’intensità cromatica del divino non può realizzarsi in pieno se non nella sfera sublunare, ove il bianco della luce assume le multiformi intensità e variabilità cromatiche, in un tripudio complesso, la perfettibilità di Dio chiarissima nelle alte sfere si complica nella realtà concreta, di una complessità non ostica ma multiforme, i colori irradiando la Natura, la rendono sublime, meravigliosa, e nella complessità e varietà della bellezza possiamo intuire l’ente emanante, la grazia di Dio, il suo fervore nel donarci il Bello in una ottica Oltristica, preservando per sé la perfezione e regalandoci la complessità dell’imperfezione a che sappiamo che il nostro essere simili a Dio è nell’essere imperfetti e quindi capaci di coglierne la grazia e la superba beltade. A sinistra c’è l’alto volto di Dio, quello razionale. È rappresentato il cosmo, da una nebulosa alla meraviglia serale delle stelle e comete. E c’è l’immagine perfetta della giraffa, a collo alto e fiero, matematicamente perfetto, a differenza del mondo sublunare in cui è chinata per mangiare, e quindi lavorare, col sudore, chinarsi per cibarsi, a differenza dell’iperuranio in cui sono gli arbusti alla sua altezza. Non c’è evoluzionismo lamarckiano, c’è l’essenza della vita, del nostro ruolo qui sulla Terra. Dall’essenza razionale di Dio, su cui veglia una luminosa promanazione, quasi umaniforme, angelica, sgorga il fiume della sapienza, donatoci da Dio, che dal blu del fermo rigore razionale giunge ad un viola dolcissimo nell’emisfero sublunare della sensibilità. Nasciamo esseri razionali ma dalla razionalità l’amore ci conduce lievi, come un fiume che è la vita ed è sapienza, alla percezione della nostra vera essenza, contemplazione di bellezza e per ciò stessa bella in sé. Ovunque presente la scintilla divina, nelle foglie lucenti, quelle sublunari degli alberi soggetti a mutamento, dunque caduchi ed imperfetti e quindi ricolmi della luce di Dio, della sua grazia, a differenza degli ancestrali e primordiali sempreverdi, già perfetti e partecipi della gloria divina dunque immutevoli ed eterni, così come la perfetta giraffa dell’iperuranio razionale.

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Animali di Victor

 

In “Animali di Victor” il rimando è quasi immediato alla “Guernica” del Picasso, ma tuttavia qui non si tratta di una rappresentazione lamentevole, piangente e straziante della realtà. Ci troviamo in una deframmentazione ben diversa, che coglie il primitivismo degli animali ivi rappresentati e, dunque, della Natura. Il mondo è visto nella sua schematicità, accostabile a quella del Maestro Antonio Marchese, altro esponente dell’Oltrismo. Tuttavia qui la schematicità, sebbene assume i medesimi fini delle opere del Marchese, vale a dire cogliere l’essenza della realtà quotidiana, avvicinandosi in parte all’astrattismo, per spiritualizzare il concreto e dunque cogliere il divino degli esseri animati e inanimati nella loro connotazione quasi rupestre, dunque essenziale, è qui caratterizzata dalla vivacità dei colori, come nelle opere del Kandinsky. Manca l’essenzialità scarna, sciamanica, del dominio monocromatico su fondo. L’opera va letta da destra a sinistra, in senso inverso. A destra tre torce accese, come il fuoco di Vesta, simbolo del divino, della grazia, dell’immutevole fiamma ardente ed inestinguibile, come i sempreverdi di “A Buffalo Illuminata”, simbolo altresì dell’inizio delle cose, del principio che è eterno in quanto causalmente letto all’inverso, e poi, assieme agli animali, raramente ed alla fine in maniera più vistosa, le fogli incandescenti, l’orma della grazia divina nella caducità del reale.

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Pittura di Maddies

 

In “Pittura di Maddies” c’è una anomalia interessante e forse unica, un sezione aurea, che taglia in parallelo il dipinto, geometricamente imperfetta, linea obliqua, come perfezione rotta dalla illinearità del sensibile. Al di sopra c’è un cielo come al solito cromaticamente plurimo e sfumato, al di sotto, nei due terzi imperfetti del reale, il motivo della perfettissima imperfezione geometrica obliqua. Un bufalo ciclopico ed un cerbiatto che si abbeverano allo stesso fiume. Il fiume della conoscenza, la fluidità della sapienza, la sensibilità incarnata dal cerbiatto, che come il Giovanni evangelico corre alla tomba del risorto velocissimo, già si abbevera, senza paura. Il colosso e atavico ciclopico bisonte, che è forza razionale, si avvicina invece più cauto, calmo, ponderante. Ciò che l’armonia geometrica non raggiunge, la raggiunge e perfeziona l’imperfetta essenza sensibile e dolcissima degli essenti.

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Guerra Contro l’Inizio del Tempo

 

“Guerra Contro l’Inizio del Tempo” esprime a chiare lettere il principio di inversione causale, vale a dire l’effetto genera la causa, il futuro plasma il passato. Non a caso il centro aureo del dipinto è una sorta di piccolo wormhole. Il dipinto comincia nel presente e finisce al principio dei tempi. C’è impresso l’evoluzionismo della memoria e non della natura, il concetto stesso di evoluzione è messo in discussione dalla compattezza ed uniformità del quadro. Il carrarmato è il presente, è l’uomo, è l’uomo che nega il divino ed attacca il suo passato. Ciò che è più evidente nell’opera è ciò che manca rispetto alle altre produzioni del Maestro Matthew Palmo, vale a dire le luminescenti foglie, i germogli di Dio in Terra, la luce che rende l’uomo umano, figlio di Dio. Partendo da destra notiamo quella che è l’origine ed il percorso della natura, dai pesci e dal mare, ove la vita sorse, passando per l’era dei grossi rettili, rappresentati qui da un mastodontico Stegosaurus stenops, sino ad oggi. La guerra contro il tempo è di per sé rappresentata dal concetto stesso di tempo, che ha insito quello di mutamento e dunque deperimento e morte. Manca la luminescenza delle foglie, il sussurro delle luminosissime foglie, la voce illuminante di Dio. L’uomo spara, calpesta, distrugge la Natura, distrugge sé, distrugge il suo passato che è il suo presente. Senza ragione. Senza intelletto, senza sensibilità. Senza grazia. Perverte ciò che c’è di sublime svilendolo. L’unica luce è alla fine del quadro, o all’inizio. In basso a destra, in un fiume di luce, fiammelle bianche e candide, figure femminee, generatrici, protettrici dell’uomo, emissarie del divino, angeli in Terra, di spalle vanno via. Ma non è una fuga, è una speranza, in basso a destra, la fine del quadro è l’inizio dell’universo, meglio della vita, e le donne, candidissime generatrici di vita, percorrono il fiume di luce nel passato per generare un nuovo presente che è il futuro. Nella speranza, che è certezza, che la grazia non può scomparire dall’universo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

nitro su legno multistrato

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Autore:  Antonio Marchese

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia”. Così esordisce il Maestro Antonio Marchese nel definire il suo contributo all’Oltrismo. L’artista si colloca in una dimensione di  astrattismo primigenio, ancestrale, etereo, sidereo. La sua evoluzione coglie una sfaccettatura peculiare del movimento di Sarossa, quella di descrivere situazioni e stati ultraselenici. Costante è una sorta di primitivismo, semplicità stilistica, che non elude ed anzi esalta la profondità della descrizione dell’esistente. I mondi che attraversa sono lontanissimi ma ad un palmo dal nostro sentire. Il Marchese non si addentra in una realtà tutta nuova, quella del divenire, quella oltreumana ed oltremondana, non scruta i molteplici universi paralleli, non approda in terre nuovissime e sconosciute né tantomeno resta qui, nella nostra realtà sensibile a descriverla in superfice. La posizione del Maestro è in bilico, al limite, sul varco. E lì rimane, sul varco, come guardiano, come plasmatore della essenza di transizione, come colui che indica la via d’accesso all’altrove, all’oltre.

La sua opera è realizzata con nitro su legno multistrato, attraverso una tecnica che ne evidenzia questa caratteristica di indicatore dell’oltre, di Zauberkunstdichter, ossia attraverso il soffio, senza l’utilizzo di strumenti od utensili, ma col fiato umano, col neshama, in una ambientazione ed atmosfera che ci rimanda all’origine dei tempi. Ed il Marchese è un oltrista della genesi, è un descrittore delle origini, della genealogia delle cose, dell’uomo, dell’essere, un descrittore che indica ma non narra. Ciò si evidenzia nelle altre opere, l’acquatica “Origine della vita” o le diverse rappresentazioni di tali varchi eterei, che ne stanno designando una recente evoluzione e caratterizzazione. C’è l’oscurità., il buio primigenio universale e poi la rappresentazione di un varco, un passaggio, un wormhole, verso un nuovo spazio-tempo, una nuova realtà che ci porti ad una più consapevole coscienza e conoscenza del vero e del bello e dell’amore, in una trinità armonica che, per adesso, noi qui intuiamo soltanto e che il Marchese ci fa non scorgere ma di cui ce ne mostra il passaggio.

Tali rappresentazioni sono spesso oscure, si viaggia nel cosmo ma senza percepire la armoniosa melodia delle sfere celesti, il pitagorico vibrare matematicamente perfetto, il neoplatonico  ascolto idealmente perfetto ma solo un rombo sordo, un suonare e audire sorde e mute melodie. Nemmeno è un rissoso rumore, un fastidioso ronzio, una dissacrante baraonda. È il silenzio, il silenzio del passaggio ad una armonia che non è perfezione acordica, puro calcolo e valutazione. Ed in questo silenzio, in una altra opera siderea, Antonio Marchese ha rappresentato Aleppo, silente dopo il bombardamento, terribilmente silente. Così, dopo il frastuono della mondanità, il caos del reale, per ascoltare musica nuova e dolcissima, per cantare colmi di grazia, dobbiamo porci nell’oscuro silenzio e prepararci a varcare, muti, l’accesso alla gioia policromatica e sinestetica del tutto armonico, senza distinzione tra suono, contemplazione visiva, profumo di rose e di viole e di ortensie, perché una volta solcato il passaggio il nostro corpo sarà consciamente connesso alla nostra anima ed al nostro spirito e noi saremo una parte del tutto e tutto ad un tempo ed unicamente ed esclusivamente unici perché non singoli parti del tutto ma Tutto in Unità, seppure e soprattutto perché persone e non individui.

Tale opera è peculiare rispetto alle altre, e potremmo definirla l’opera colma di speranza dell’oltristico astrattismo sidereo, in quanto mentre nelle altre rappresentazione dominava l’oscurità del silenzio di transizione qui non è il corpo muto che parla ma l’anima incosciente che sta per raggiungere coscienza e perciò è conscia della bellezza, amore ed armonia che troverà di lì dal varco. E ciò perché quando attraverseremo il varco divenendo uomini nuovi, oltreuomini, non perderemo quello che avremo fatto, il nostro corpo resterà silente ma la nostra anima ne serberà memoria, a che possa, dopo il passaggio, irradiare tale somma bellezza, amore ed armonia al nostro corpo. Ai margini un blu cosmico, l’anima che ricorda i nostri dolori oramai solo sullo sfondo non perché dimenticati ma perché ravvivati dall’amore, dagli spruzzi rossi che contornano e contaminano il blu che acquista diverse intensità, il mare, il cielo, la meditazione, la ricchezza di spirito, il bianco della purezza. Sino ad avvicinarsi al varco del tunnel, nero ma poi con contorni rossi fino ad intuire, quasi al limite il lucente azzurro.

Questa la rappresentazione artistica del varco, che può condurre l’uomo vecchio, materialista, assetato di ricchezza e gloria terrena, a quello nuovo, cosciente e sapiente perché ama e da innamorato cerca la Bellezza, la contempla e raggiunge l’Armonia, col creato, con gli essenti tutti, animati ed inanimati, con gli altri uomini.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

 

 

Gravità Zero

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 122X102

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La fuga dalla mondanità verso le tenebre gaudiose e lucenti dell’irrazionalità cosmica, che nella casualità caotica trova il suo senso primo e perfettissimo, comprensibile dall’anima per il tramite dello spirito prima che giunga all’intelletto,  è un ritrovare se stessi. Non ci si sperde ove l’occhio sensibile vigila e si rinnega ogni sprazzo di senso imposto, realismo forzato, positivismo sdottrinato ed empirico, per immergersi nell’immaginazione che plasma il passato ed attraverso il ricordo, sempre personalissimo ed attuale, invade e modifica ciò che ci sembrava accaduto ma che mai accadde se non per nostra concezione implosiva subitanea.

Tuffarsi non è fuggire, è imprimersi in sé, è comprendere sé, nel suo senso iperreale ed  oltreumano a un tempo, vero, profondo. E la profondità dà la vita, eterna acqua di sorgente da cui noi proveniamo, dà la vita al senso stesso di tempo, al nostro wormhole interiore che ci rende padroni dell’universo stretti nell’abbraccio comunitario collettivo, scevro da individualismi bigotti perché egoisti, scurati dall’ipocrisia. E tale profondità apre alla contemplazione somma della bellezza di sé, dunque della natura.

Tuffarsi dunque, gesto per eccellenza solingo, come la scalata, l’ascesa mistica, come l’atto dell’atleta, non è solitario agire, ma proprissimo acquisire consapevolezza della personale realtà statica da sempre, in apparente mutamento, ma scoperta increata a tratti dall’atto creatore stesso. Trasfigurazione dell’Es, trasmigrazione del proprio Ego, transustanziazione della propria immagine, trasvalutazione del proprio credo. E ci si incontra, ci si incontra assieme. L’umanità tutta. Il folle volo è un atto subitaneo, rappresentato nel dipinto nel momento attivo, ma pochi attimi prima dell’immersione. Ma esso è il seguito del lento lavorio interiore che può farci amare gli altri solo odiando in loro la parte terribile che scorgiamo che è la nostra, ciò che ripudiamo nell’altro è ciò che ci spaventa di noi. E solo stando da soli, purificati, felini catartizzati, ove la scaltrezza diviene giudizio e la furbizia astuzia, la brama di potere intelletto, solo allora, dicevo, possiamo e siamo pronti ad accogliere gli altri, ad amare il diverso in quanto, per definizione, nostra parte, nostro strettissimo punto di riconoscimento.

Non sappiamo il gradivo rappresentato nell’opera cosa lascia alle spalle, l’unico punto di appartenenza con il passato sono le sue forme ed il suo corpo. Ma chiarissimo scorgiamo cosa ha d’avanti. In basso il catartico purgatorio, il Lete che fa cadere le sue paure, divenuto, attraverso la coscienza, limpidissimo, mare calmo ma non tiepido, chiarissimo e lucente. In lontananza i monti, i suoi ostacoli, dipinti egregiamente, sono lontani e volando sembrano miserrimi, sembrano ciò che sono al tuffatore consapevole. E la prospettiva designa egregiamente che il varco, il passaggio, il buco nero che porta allo splendore lucente e vivido, non si cura delle vette, rappresentato prospetticamente non solo al di sopra di esse in altezza e quindi in magnificenza ed ordine gerarchico, ma soprattutto prima, antecedenti postume in lunghezza. Il tuffatore consapevole non dovrà né avrà bisogno di varcarli o fronteggiarli perché, nella sua consapevolezza acquisita, che gli concede il volo, la sua condizione conquistata, quella di essere a gravità zero, nulla è più limite, ed il limite stesso si è tramutato in sembiante di se stesso, impotente e vana ogni sua pretesa sull’uomo nuovo che spicca il volo libero.

 

dottor Giovanni  Di Rubba