Final Message, 2003

final message

Autore: Sarossa

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Final Message, 2003” del maestro Sarossa, fondatore del movimento artistico dell’Oltrismo, fa parte del “ciclo dei concerti” e si pone in bilico tra misticismo e concretezza, una concretezza simbolica che fotografa dinamicamente un periodo storico di transizione, quello dei primi anni del nostro secolo, del nuovo millennio.

Il dipinto è diviso in sezione aurea, scindendo una parte bassa, la minore, ed una alta, la maggiore, divise da un muretto. Siamo in un deserto, terra brulla, un deserto non meditativo ma d’attesa, una attesa che è quella dell’umanità innanzi alla nuova epoca, quella dello Spirito, dell’etereità, dell’etereismo che va aprendosi, quell’epoca dell’Aquario che inizia a svilupparsi con la cibernetica, l’età cibernetica di cui il 2001 ha segnato lo spartiacque di quella che gli storici inquadrano come epoca contemporanea. Domina l’ocra, colore scarno, distesa rude e rada a simboleggiare la mancanza di riferimenti e valori cui si trova sperso l’uomo del 2000. Il fruitore è subito colpito dalla parte bassa, in cui un busto femminile, che rappresenta la storia, sta a guardare un palchetto di blu intensissimo , una sorta di anfiteatro in cui sta tenendosi un concerto. La storia guarda, osserva, inespressiva ma presentissima, osserva come donna, padrona quel piccolo anfiteatro, piccolo ma vivissimo per i colori. Osserva novella Pallade ed il suo silenzio è un fracasso. Osserva la dimensione musicale che è moda, guarda impassibile come Moira, statica come Fato, questo cambiamento epocale, questo ribaltamento, conscia che nel 2003 l’essere umano inizierà a percorrere sentieri mai prima toccati. Ribaltamento epocale, di lì in poi saranno sovvertiti i significati delle tre parole che connotano la storia stessa. La contemporaneità, che è un soffio ed un eterno presente, che è mero racconto cronistico di ciò che accade in un giorno o in un’ora assurgerà, di lì in poi, a dimensione esistenziale della persona, regredita ad individuo. L’attualità che è il messaggio storico, l’orma dei grandi del passato, ciò che li rende ancora vivi per le loro opere immense, per le loro gesta grandiose, per i loro intramontabili scritti, di lì a poco sarà obnubilata da questo eterno presente che andrà a formarsi, dall’oblio della vacuità. E, paradossalmente però, un’ancora di salvezza c’è, un’apertura, una inimmaginabile apertura, il modernismo, nella sua declinazione come moda. Quel concerto designa la potenza che salva dall’oblio, dall’eterno presente vacuo, la moda attraverso l’arte, e nel caso di specie la musica, diviene la nuova dimensione universale. Salva, salva perché è apparenza, apparenza intesa come manifestazione dell’essere, apparenza che è la via da seguire in questa brulla realtà esistenziale ancora in embrione nel 2003 ma che, profeticamente, è quasi compiuta ora, nel 2018. L’apparenza dell’arte, dunque, che manifesta e rende essente l’essere in contrapposizione con l’etalagia della contemporaneità, dei selfie, dell’immortalare ogni attimo della nostra esistenza finendo per non immortalare alcunché, l’essere umano nella sua etalagia divenuto vetrinetta dell’eterno presente e nell’eterno presente distratto dal tutto e percepente il nulla, la brulla e desertica vacuità esistenziale. L’arte, la musica, sono la via, la trasmutazione dell’etalage in apparenza.

Ciò avviene con l’arrivo di un aeroplanino rosso, rosso come il cuore, l’amore, l’Hermes cordico che come un colpo d’ascia invia il suo messaggio, la musica, l’arte come eros, ossia pulsione che ci spinge alla ricerca del bello spalancandosi nell’agape alla via della contemplazione e, quindi, al raggiungimento dell’armonia. Un aeroplanino/Hermes, come quelli fatti dai bambini, dagli adolescenti distratti, semplice, umile ma colmo di una forza indomita, quella forza delle future generazioni, quella forza plasmata dalle future generazioni, l’aeroplanino come evasione nella forma ma nella sostanza ricco d’amore, di passione, una passione tracotante che non sa celarsi ed anche nella esteriorità è intensissimamente di fuoco. Il fuoco che brucia e che mai può sopirsi. il fuoco che è nelle aspirazioni dei ragazzi, quel fuoco che è l’unica speranza per il futuro, per non divenire scarne menti produttive. L’aeroplanino squarcia dunque la vacuità della brulla terra, apre gli ostacoli. Dal muretto su cui atterra, e che simboleggia i piccoli ostacoli da superare per raggiungere sé stessi, spalanca un sentiero che però non conduce sino ai monti, le asperità maggiori della vita. È monco, si arresta. Nel suo fracasso anima l’anfiteatro pulsante ed azzurro ove si ascolta uno splendido concerto, una misteriosa e salvifica melodia, non raggiunge i monti ma tramuta il loro blu, che simboleggia qui l’abisso, la difficoltà del valico in un colore più tenue, celeste. I due monti mantengono il colore d’abisso ed il periglio, ma sinistra, ove ci si incammina per l’ascesa, sono acque tenue e non burrascose. Ed anche il cielo, giallo come il deserto, si fa attorno alle cime dei monti bianco, limpido come uno sprazzo di luce, come una pagina da scrivere, che i ragazzi dovranno scrivere con le loro mani, col loro cuore. La musica, il messaggio artistico plasmato dalle mani di un ragazzino, semplice ma possente ha aperto una via nel deserto rendendo meno periglioso il viaggio. Tuttavia l’arte è solo il punto di inizio, sta a noi, sta alle future generazioni proseguire, scrivere, cantare, suonare, dipingere, modellare, creare, seguitare la giusta via che è nel loro cuore perché non c’è giustizia senza amore. La musica apre un varco, il nostro lavorio, il lavorio delle generazioni future, il lavorio interiore, spirituale, deve comporre questa magnifica melodia di cui l’aeroplanino è solo l’overture, overture che senza paura le future generazioni dovranno completare, seguitando tra le note della vita, i suoni della natura, il respiro rigoglioso del proprio essere che riempirà di fiori il deserto, in cammino verso l’assoluto che è in loro e che è in noi, inseguendo la bellezza ed amando per raggiungere l’armonia nella brulla terra esistenziale che è la nostra e la loro vita. La sterile terra diverrà uno splendido giardino, ritornerà un magnifico eden, se i ragazzi sapranno coltivare l’immenso amore che hanno dentro.

dottor Giovanni Di Rubba

Presentazione dell’Oltrismo a cura del fondatore, Maestro Sarossa

salvatore-d-auria-sarossa

(Sarossa alle prese con un suo lavoro)

 

L’ Oltrismo reinterpreta in maniera personale l’Arte come concetto globale, adottando tutti i movimenti già noti e andando oltre gli stessi, in una dimensione nuova. La dimensione dell’Armonia.

La creatività è il motore che muove la sua mano, la fantasia il luogo dove ambienta i suoi paesaggi, la conoscenza il mezzo per tirare fuori quello che ha dentro, l’Armonia il fine. Una miscellanea di stili affrontati a carte scoperte e con sapienza, quasi una sfida a viso aperto, sapendo che ogni tematica ritrattata con la sua Arte è soggettiva.

L’uomo diventa protagonista di un’Arte che va oltre, consapevole della sua esistenza nel mondo come Armonia del tutto. E’ come un maratoneta che prima davanti al traguardo si ferma per dare la vittoria al secondo, così vince anche su se stesso.

L’Oltrismo è questo: andare oltre il movimento utilizzandone mezzi affini, ma con un potenziatore di base, un’arma segreta e personale, che sposta l’attenzione dall’oggetto al soggetto, il messaggio di Armonia.

Costruisce alfabeti, segni ricorrenti, simboli iconografici, con cui articolare i suoi discorsi per renderli fruibili agli occhi dell’osservatore di qualsiasi razza, colore, religione e credo politico, convinto che il linguaggio figurativo sia insito nell’essere umano come un istinto primordiale che dà l’impulso di vita.

La visione dell’Oltrismo è quella di un atleta, di un tuffatore che spicca il suo salto più bello da un trampolino visto al contrario, contro la forza di gravità, i luoghi comuni, gli eventi scontati, aprendosi verso l’infinito, verso sensazioni percettive tutte da scoprire, verso l’ignoto che si rivela più semplice nella soluzione dell’enigma che si pone a livello retinico-cognitivo.

Parole chiave: religione e esoterismo, alchimia e mistero, storia e filosofia, passato e futuro, caos e Armonia. Per andare oltre non basta la sola creatività ma la capacità della creatività di divenire, cambiare, di superarsi per raggiungere l’Armonia.

Raggiungere un equilibrio mentale capace di carpire l’intuizione dell’essere sopra la follia. Oltre gli ostacoli, oltre le montagne, oltre le barriere, oltre i baratri, oltre il muro della solitudine moderna, l’Arte si impone come Arte per l’Arte, definisce l’essere nel mondo attraverso la conoscenza intuitiva e percettiva dell’artista. L’Armonia è una dea che gioca a nascondino, il suo è solo un gioco e le piace di essere trovata, di essere scoperta con sorpresa anche in luoghi e tempi e modi inaspettati.

 

Maestro Sarossa (Salvatore D’Auria)