Mondo Reale, Mondo Surreale. Le dimensioni dell’Oltrismo.

mondo reale e surreale le dimensioni dell'oltrismo

Autore: Sarossa

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Sarossa “Mondo Reale e Mondo Surreale” segna un duplice superamento ed è peculiare per soggetto e contenuto.

Adagiato in sezione aurea, possiamo dividere il dipinto in due, una parte bassa minore e la parte alta superiore, a sua volta perfettamente divisa, ad immagine della prima, in due parti superiore, parte alta I e parte alta II. La parte bassa rappresenta il mondo reale, la parte alta il mondo surreale, le alte sfere cosmiche che trovano nella surrealtà la dimensione della trascendenza.

Nel mondo reale fa da sfondo un placido, chiaro e cristallino corso d’acqua, non vi è violenza, non vi è deturpazione dell’ambiente né altra scelleratezza umana sull’esistente. Vi è pacatezza. Pacatezza generata dalla figura che campeggia a sinistra del fruitore, fruitore la cui attenzione subito è catturato da questa insolita presenza. Il Santo del Gargano, San Pio da Pietrelcina, beneventano. Una immagine che fa il suo ingresso radioso e domina il dipinto, ma se il busto è qui, nella dimensione del reale, il volto è posizionato nella prima parte aurea della sfera superiore. Quivi sono presenti i simboli tipici dell’Oltrismo di Sarossa, i monti, che rappresentano gli ostacoli da superare, ostacoli che conducono alla parte più alta della sfera celeste. L’intera sfera superiore inizia ove termina il placido corso d’acqua della realtà ed è di un blu intensissimo, non il blu abissico ma quello fluttuante di immensità e mistero, di amore pullulante come le pennellate dell’artista che, creandolo, dà un senso di movimento che si contrappone alla staticità, seppur pacata, presente nel corso d’acqua della parte inferiore/reale. Altro simbolo dell’Oltrismo presente nella parte inferiore della sezione alta, accanto ai monti, quasi costeggiandoli in volo, è la sfera, sfera che simboleggia la conoscenza. Attraverso la conoscenza l’essere umano va oltre, concepisce il bello, lo contempla e, per ed attraverso l’ amore, raggiunge l’armonia. Purtuttavia quivi il Santo del Gargano va oltre ancora, il maestro Sarossa nel dipingerlo con fare umile dipinge l’al di là dell’Oltrismo stesso quanto dell’arte, comunicando al fruitore che l’arte è una parte ma non il tutto. San Pio col suo busto ed i suoi abiti di frate minore irradia di sana mitezza e dolcissima umiltà la sfera del reale, rendendola placida. Il busto rappresenta la dimensione umana del Santo. Il suo volto, invece, è nella parte bassa delle alte sfere e dà senso della provenienza di tale mitezza, di tale tranquillità, dell’amore eterno. Col volto dà le spalle ai simboli dell’Oltrismo non come a rinnegarli ma imponendo con santa umiltà il volto stesso, comunicandoci che la conoscenza è importante tanto quanto l’arte ma da soli non bastano per farci accedere al divino. Egli infatti scrive “non gli uomini di scienza ma gli uomini di cuore si salveranno”. Dunque la dimensione gnostica è portata a compimento dall’esempio, dalla vita attiva e da quella contemplativa. Il suo volto termina nella parte inferiore delle alte sfere perché egli è soltanto uno strumento nelle mani di Dio, Dio collocato nella parte più alta, al di sopra dei monti, fluttuante d’azzurro, non tracciato come immago dal maestro Sarossa, quasi a rispetto della sua innominabilità ed irrapresentabilità. Egli è lì anche se il fruitore non lo vede, ma promana il pneuma ondeggiante d’azzurro, promana il soffio vitale, il Santo Spirito. E tramite Esso il Santo ce ne fa pregustare la presenza già nel mondo reale. In primo piano vi sono le rose, simbolo mariano, quei profumi che, si dice, emanava il Santo stesso. C’è la candida rosa, l’empirea rosa, c’è la Madre del Creatore, dunque, nostra intermediaria presso Dio, come intercessore nostro è padre Pio. Egli, umilmente in primo piano, ci fa pregustare gli intimi odori, sapori, la leziosa musica divina, perché Egli stesso pose la Santa Vergine e Dio al primo posto, per amore del prossimo e del creato. Così, come seguitando le beatitudini, il mondo reale si placa e la conoscenza, una conoscenza scolastica, patristica, agostiniana, ma che racchiude anche i nostri studi liberali, assieme all’impegno artistico, solo attraverso tale umile volto ci consente di varcare i monti, superare i nostri ostacoli.

In quest’opera, dunque, l’Oltrismo supera sé stesso, silente innanzi al mistero, rispettosissimo innanzi al misticismo ed alla santità e, con Pio da Pietrelcina, il surreale diviene trascendente, come accennato supra, ed il trascendente stesso placa i subbugli del reale, asprose guerre, rovi tra i giardini, malevolenza umana, divenendo riflesso del trascendente.

dottor Giovanni Di Rubba

Trillium Roads

trillium roads

Autore: Matthew Palmo

Materia e Tecnica:  acrilico su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Trillium Roads” il maestro Matthew Palmo declina in pieno l’aspetto arcaico dell’Oltrismo, un arcaismo da cui emerge pullulante l‘intima essenza del nostro essere, l’aspetto etereo del mondo in una visione personalissima eppure universale, figlia della sua terra, Buffalo, e di una dimensione mistica in cui si colloca la fisicità, la natura.

È un percorso, una strada, intrisa di luccicanti spiriti, di lucciole, che guidano il cammino dell’essere umano tanto quanto quello del fruitore, che si immerge nel dipinto incamminandosi verso l’ignoto, accompagnato da queste luminescenze, da queste guide invisibili, i trillium, puri come gigli. Si incammina l’uomo lungo questa via che converge prospettica verso un punto luminoso ma al tempo stesso è assediato da forze opposte, è ignaro della destinazione, quella luce è sbiadita perché vista in lontananza e la strada è ricolma di riflessi sfumati, domina un colore azzurognolo, come di corrente, di corso d’acqua, di fiume, ma l’inizio del percorso è già di per sé periglioso, una giallognola figura apre la strada ed i colori sono di un azzurro intenso che sembra quasi avvolgere il viandante. Il principio del cammino spaventa e spinge quasi ritrarsi, ritrarsi per la paura di essere inghiottiti dall’abisso.

La strada termina dividendo in due parti il dipinto, in sezione aurea, la prima, la maggiore, che simboleggia il nostro cammino su questo pianeta, l’altra la meta, le sfere alte. E l’attenzione del fruitore è paradossalmente attratta subito, per il periglio iniziale della fluente via, a soffermare la propria attenzione lì, nella dimensione alta, come a voler conquistare un premio, godere di un traguardo, di una vittoria, eludendo il percorso, che è la vita. Ed in alto c’è un sole arancio, collocato non al centro ma leggermente a sinistra, un sole che simboleggia Dio, un Dio non rosso fuoco ma arancio appunto, e non centrale ma spostato a sinistra, scostato come a dire all’essere umano non affrettarti a contemplare, percorri prima la tua strada. Ma è un sole magnifico nelle promanazioni, facendosi un po’ in disparte, verso sinistra, vuole anche  aiutarci, indicarci in che modo percorrere questa perigliosa via, col cuore a sinistra, andando al di là, senza farci incantare da un canto di sirene malevole che ci spingono a bramare la meta senza sofferenza. Senza lavorare, come i coleotteri che assediano i trillium per impedire alle laboriose formiche di farli riprodurre, ovverossia risplendere. Ma è, dicevo, un sole magnifico nelle promanazioni, tra il celeste ed il rubino, sopra di lui una forma verde ed ocra, simile a civetta, che è sapienza, e che è in opposizione alla figura informe che le corrisponde all’inizio della strada. E così il fruitore errante è spinto a tornare indietro, incoraggiato, ed iniziare, finalmente, il cammino.

Ed ecco che la via divide la parte bassa in due parti, destra e sinistra. Sul lato destro basso c’è il mondo così come ci appare , nella sua immanenza, così com’è, empiricamente, un abisso nero accanto alla strada, emergono forme che danno la consistenza di un acquitrino al paesaggio destro, rada e rara la vegetazione, l’ocra domina. Un mondo deturpato, inquinato, violato, sterile. Ma anche nel lato destro luccicano le luminescenze, i trillium. E c’è un albero, un albero che ci indica l’irraggiungibilità di tale lucentezza, del trillium, che quasi ci viene concesso da un potere ignoto ed arbitrario. Tuttavia, come il Dio/sole ci indica, guardate a sinistra nel percorrere la via, squarciate il velo di Maya. Ed è così, a sinistra c’è il mondo nella sua trascendenza, un fuoco da cui promana come vapore una figura eterea dalle sembianze femminili o angeliche è posta in corrispondenza dell’albero, e ci mostra la verità, sta a simboleggiare lo Spirito Santo, che è fuoco inestinguibile e da cui promana luce, i trillium. Che ci dona e senza arbitrio. E di lì quel vapore divino ci viene incontro, fa ingresso nella strada come nella nostra vita. Una figura angelica femminea con una aureola sferica che la avvolge. La nostra guida, la nostra speranza, la nostra luce. Subito dopo, non a caso, sul lato sinistro emerge una figura femminile ancestrale, da madre primordiale, vergine gravida, raffigurata in maniera arcaica, come le dee madri primitive dal seno pronunciato. È la madre terra, è la vergine Maria che ci assiste e protegge, è lei e quel fuoco che è Santo Spirito che ci irradia di trillium, di luce, la vera fonte, che ci invia la luminosa guida, colma di grazia. E questa immagine è talmente alta e possente che col corpo è nella parte bassa del dipinto e col volto, invece, va nelle alte sfere. Ha un volto umano arcaico, quasi sofferente, ma è la nostra avvocata e la nostra difensrice, lei con quella sofferenza impresa sul volto richiama Dio, il sole, che si fa a sinistra, come abbiamo detto, per indicarci la via da seguire, richiamato dalla madre sua che è madre nostra e protettrice. Da lei promana grazia, sapienza, speranza. Sempre sul lato sinistro, nella parte bassa, c’è infine una figura luminosa in croce, il Cristo, che si fa uomo e che nel sacrificio è luminoso, radioso, come il trillium, puro e risplendente, come il giglio. La parte destra è illusione, è degrado, è brama di potere, alto come albero che concede per arbitrio e che ci fa credere che dal suo potere promanino i trillium, le luci. Come l’antico serpente ingannevole. La parte destra è scempio all’ambiente ed alla natura, è terra brulla, acquitrino. La parte sinistra è la verità, è lo Spirito Santo che dona, è la nostra Madre Celeste, è il nostro Dio fatto uomo. Sono le vere fonti del trillium, del giglio, della luce, degli angeli, delle nostre guide. E sta all’uomo scegliere come percorrere il sentiero che è la vita se guardando a destra facendosi ingannare dall’illusorietà, o a sinistra seguendo la verità, per poi giungere alla fine, della via come della vita, così come ci mostra quella strada che prospettica si chiude con il trillium finale, la figura luminescente che ci accoglie nelle alte sfere, circondata da un rosso intensissimo, che è l’amore di Dio, promanante dal sole. L’amore infinito, misericordioso che guida il nostro cammino, il palpitio del cuore che se in sintonia con i nostri passi lungo questa strada che è la vita ci conduce alla eterna felicità. Seguendo invece le illusioni che sono nella parte destra saremo distratti e spersi ed alla fine del sentiero non vedremo altro che quello che si vede nella parte alta a destra del dipinto. Un cielo così come si osserva empiricamente da un telescopio. Nulla di più che la freddezza di un immobile cielo stellato ma senza trillium, senza luce. Seguendo la sola ragione cadremo nelle maglie dell’illusione, nei vortici dell’abisso, ascoltando il nostro cuore giungeremo verso lo splendore inenarrabile, la luce d’amore inestinguibile.

dottor Giovanni Di Rubba