nitro su legno multistrato

antonio-marchese

 

Autore:  Antonio Marchese

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia”. Così esordisce il Maestro Antonio Marchese nel definire il suo contributo all’Oltrismo. L’artista si colloca in una dimensione di  astrattismo primigenio, ancestrale, etereo, sidereo. La sua evoluzione coglie una sfaccettatura peculiare del movimento di Sarossa, quella di descrivere situazioni e stati ultraselenici. Costante è una sorta di primitivismo, semplicità stilistica, che non elude ed anzi esalta la profondità della descrizione dell’esistente. I mondi che attraversa sono lontanissimi ma ad un palmo dal nostro sentire. Il Marchese non si addentra in una realtà tutta nuova, quella del divenire, quella oltreumana ed oltremondana, non scruta i molteplici universi paralleli, non approda in terre nuovissime e sconosciute né tantomeno resta qui, nella nostra realtà sensibile a descriverla in superfice. La posizione del Maestro è in bilico, al limite, sul varco. E lì rimane, sul varco, come guardiano, come plasmatore della essenza di transizione, come colui che indica la via d’accesso all’altrove, all’oltre.

La sua opera è realizzata con nitro su legno multistrato, attraverso una tecnica che ne evidenzia questa caratteristica di indicatore dell’oltre, di Zauberkunstdichter, ossia attraverso il soffio, senza l’utilizzo di strumenti od utensili, ma col fiato umano, col neshama, in una ambientazione ed atmosfera che ci rimanda all’origine dei tempi. Ed il Marchese è un oltrista della genesi, è un descrittore delle origini, della genealogia delle cose, dell’uomo, dell’essere, un descrittore che indica ma non narra. Ciò si evidenzia nelle altre opere, l’acquatica “Origine della vita” o le diverse rappresentazioni di tali varchi eterei, che ne stanno designando una recente evoluzione e caratterizzazione. C’è l’oscurità., il buio primigenio universale e poi la rappresentazione di un varco, un passaggio, un wormhole, verso un nuovo spazio-tempo, una nuova realtà che ci porti ad una più consapevole coscienza e conoscenza del vero e del bello e dell’amore, in una trinità armonica che, per adesso, noi qui intuiamo soltanto e che il Marchese ci fa non scorgere ma di cui ce ne mostra il passaggio.

Tali rappresentazioni sono spesso oscure, si viaggia nel cosmo ma senza percepire la armoniosa melodia delle sfere celesti, il pitagorico vibrare matematicamente perfetto, il neoplatonico  ascolto idealmente perfetto ma solo un rombo sordo, un suonare e audire sorde e mute melodie. Nemmeno è un rissoso rumore, un fastidioso ronzio, una dissacrante baraonda. È il silenzio, il silenzio del passaggio ad una armonia che non è perfezione acordica, puro calcolo e valutazione. Ed in questo silenzio, in una altra opera siderea, Antonio Marchese ha rappresentato Aleppo, silente dopo il bombardamento, terribilmente silente. Così, dopo il frastuono della mondanità, il caos del reale, per ascoltare musica nuova e dolcissima, per cantare colmi di grazia, dobbiamo porci nell’oscuro silenzio e prepararci a varcare, muti, l’accesso alla gioia policromatica e sinestetica del tutto armonico, senza distinzione tra suono, contemplazione visiva, profumo di rose e di viole e di ortensie, perché una volta solcato il passaggio il nostro corpo sarà consciamente connesso alla nostra anima ed al nostro spirito e noi saremo una parte del tutto e tutto ad un tempo ed unicamente ed esclusivamente unici perché non singoli parti del tutto ma Tutto in Unità, seppure e soprattutto perché persone e non individui.

Tale opera è peculiare rispetto alle altre, e potremmo definirla l’opera colma di speranza dell’oltristico astrattismo sidereo, in quanto mentre nelle altre rappresentazione dominava l’oscurità del silenzio di transizione qui non è il corpo muto che parla ma l’anima incosciente che sta per raggiungere coscienza e perciò è conscia della bellezza, amore ed armonia che troverà di lì dal varco. E ciò perché quando attraverseremo il varco divenendo uomini nuovi, oltreuomini, non perderemo quello che avremo fatto, il nostro corpo resterà silente ma la nostra anima ne serberà memoria, a che possa, dopo il passaggio, irradiare tale somma bellezza, amore ed armonia al nostro corpo. Ai margini un blu cosmico, l’anima che ricorda i nostri dolori oramai solo sullo sfondo non perché dimenticati ma perché ravvivati dall’amore, dagli spruzzi rossi che contornano e contaminano il blu che acquista diverse intensità, il mare, il cielo, la meditazione, la ricchezza di spirito, il bianco della purezza. Sino ad avvicinarsi al varco del tunnel, nero ma poi con contorni rossi fino ad intuire, quasi al limite il lucente azzurro.

Questa la rappresentazione artistica del varco, che può condurre l’uomo vecchio, materialista, assetato di ricchezza e gloria terrena, a quello nuovo, cosciente e sapiente perché ama e da innamorato cerca la Bellezza, la contempla e raggiunge l’Armonia, col creato, con gli essenti tutti, animati ed inanimati, con gli altri uomini.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

 

 

L’Origine della Vita

lorigine-della-vita

Autore:  Antonio Marchese

Materia e Tecnica. mista su multistrato

Misure: 60X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Fluido sincretico, pulviscolo vitale, guazzabuglio cromatico.

“L’Origine della Vita” è opera del Maestro Antonio Marchese, esponente dell’Oltrismo e si pone in una dimensione antecedente al pensiero, o forse successiva, ma catturando una immagine del caos cosmico primigenio, allegoria della acquatica aquantica formazione delle specie naturali, alchemicamente fuse dalla intensità di colori, adagiati come macchie nella fluidità cosmica. E tutto ciò se vero che il macrocosmo è specchio del microcosmo, anche l’origine del mondo è forma e sostanza manifesta di ciò che avviene in noi, qualche attimo prima del miracolo; la nascita della vita, il respiro dell’universo.

Siamo qui in una dimensione biologica, embriologica, citologica, non fisica, all’apparenza. In realtà bìos e physiká non sono essenze indissolubili ma legate strettamente in una dimensione eterea, che è la concreta manifestazione silente dell’anima divina.

La lettura dell’opera va fatta ponendosi su multistrati, i colori danno al dipinto una quadrimensionalità di fatto e di significato non trascurabile. Nel livello a noi più vicino c’è il bianco degli spermatozoi, e questo sappiamo, essotericamente, tutti. Un groviglio frenetico e competitivo, un libero mercato giustificato, così come la selezione naturale, un liberismo che da ormai quattrocento anni confermiamo, confermiamo spudoratamente facendo dell’uomo lo specchio della natura e non della natura l’immagine e simiglianza dell’uomo, custode, nomoteta, generatore nella sua intima sostanza, quella più nascosta, quel dito che sfiora Dio e che da Dio stesso ci è donato. Noi non siamo padroni di ciò che è stato plasmato ma custodi, un giorno restituiremo ciò che ci è stato affidato. Per questo dobbiamo custodire come boni viri, consci che ciò che abbiamo, qui ed ora, non è nostro. Ma è una custodia del tutto particolare, quando finiremo i nostri giorni non dovremo consegnare le chiavi dell’universo al Padrone, il Padrone stesso ci renderà partecipi della sua proprietà, saremo un tutt’uno con lui, un tutt’uno con l’universo ed il significato di possesso, proprietà, svanirà perché noi da custodi non diventeremo possessori o proprietari ma la nostra essenza sarà immanente all’universo stesso. Noi saremo universo. Noi, che gli diamo vita con le nostre diverse sfumature differentissime che rendono ognuno di noi non individuo ma persona, doneremo la nostra alma, e il suono degli astri, la musica ancestrale, le percussioni della terra, le corde tese del vento, il sussurro dei colori sarà varissimo e completo, ergo armonico, grazie alla nostra diversità, sarà perfettissimo grazie alle nostre imperfezioni che renderanno le dissonanze armoniche e il tutto triplice ed unico.

Ma rimaniamo ancora un attimo in superfice, il bianco, gli spermatozoi. Dal Seicento abbiamo progressivamente perso la nostra dimensione spirituale, che a partire dalla seconda metà del ‘900 sembra man mano riavanzare e rigenerarsi, sicuramente tornare con gli dei che sono in noi, resi attoniti e sopiti dal nostro desio di materia, padroni e dunque distruttori, anziché custodi, della natura e della vita. Le teorie economiche dal Mercantilismo in poi, Adam Smith con la sua spiritualizzazione aberrante della materia, Thomas Malthus il terribile divoratore di persone, ma anche Marx con la materializzazione della spiritualità, sino ai Marginalisti ai keynesiani ai neoclassici ed agli ultimi agonizzanti novecenteschi. Alla stessa guisa la politica Hobbesiana, il pensiero illuminista, il positivismo scientifico, sino al nichilismo e alla democristianità cattolica compromissoria, quindi pochissimo universale, in aporia etimologica. E il lamarckismo seguito dal darwinismo e dal concetto di selezione naturale, del più forte, o meglio di chi detiene una mutazione più favorevole, che meglio si adatta alla natura, che domina. Sempre aberrante considerare che sia l’uomo che si adatti alla natura e non viceversa. E se c’è un viceversa è visto in una ottica del dominio del più forte, ossia l’uomo si sostituisce alla natura e la adegua con le proprie perverse violazioni a causa delle quali tanto geme la Madre Terra. Tali periodi sospesi, volutamente, hanno un seguito, diretta conseguenza. La corsa degli spermatozoi per fecondare l’ovulo altro non è che una metafora della libera concorrenza ove, partendo da una situazione di parità, vince il meritocratico, il più forte, intellettivamente e/o economicamente e/o perché maggiormente vigoroso nel corpo.

Ma ciò che l’uomo crede di capire è ben diverso dal disegno dell’anima del mondo, ben diverso dallo stesso senso cristiano, l’uomo si spoglia della sua umanità per divenire né minerale né animato, ibrido che sotterra i talenti o li getta all’aria, o li usa come stuzzicadenti. L’uomo che usa perversamente, inadeguatamente e dunque inutilmente gli utensili. L’uomo che rinuncia alla spiritualità o, peggio, se ne disinteressa, obnubilando la ricerca del senso delle cose, la sua missione.

Prima della formazione degli spermatozoi, lo spermatide 1 era ancora una cellula diploide, con un corredo cromosomico di 46, successivamente, perde una parte di sé e conserva 23 cromosomi. C’è una logica, rinunciare a parte di sé per creare qualcosa che trascende il sé, qualcosa di più alto, far fruttare i talenti rischiando, anzi avendo la certezza, di perderne un bel po’. La metà, come nel mito degli ermafroditi platoniani. L’uomo da solo ha tutto ma per scoprire, comprendere e far fruttare il proprio tutto deve perdere  parte di sé e ritrovarla nell’altro.

E una volta fecondato l’ovulo, nella meiosi, e precisamente nell’anafase I, avviene il vero primo grande miracolo, il crossing-over, il rimescolamento del “messaggio” dello spermatozoo con quello della cellula fecondata, uniti in un punto preciso, all’apparenza causale, ma sarà proprio da quell’unione di cromosomi, in quel punto preciso e non in un altro, che inizierà l’essenza ultima, la primigenia verità ultima, la vita.

Gli spermatozoi sono raffigurati nel dipinto in una fluidità statica, fluidità data non da un intuito movimento ma dalla casualità apparente stessa col quale sono posizionati. Non c’è competizione, non è lo spermatozoo più scaltro, più veloce, più forte, che feconda. Da solo lo spermatozoo non sarebbe nulla, è la forza degli altri che lo fa giungere a destinazione.  Nessun  seme sarà sperso. Ognuno ha una funzione unica, e lo spermatozoo che feconderà è accompagnato nel viaggio da una forza quasi mistica, da un sostegno, è spinto dalla fluida corrente degli altri che hanno un ruolo, farlo giungere a destinazione. E quel ruolo è già prefissato. Ed anche la scienza ha scoperto che gli spermatozoi vendono “guidati” verso la cellula uovo, studiando alcuni animali acquatici come la Campanularia.

E cosa resta, tuttavia, di questi spermatozoi non competitori o nemici, ma guide dello spermatozoo fecondante. Scendiamo al secondo livello del dipinto, addentrandoci nei segni esoterici, diverse sfumature gialleggianti, alcune tracce purpuree. Sembrano morenti ma nel terzo strato c’è la risposta, l’ocra dominante è la loro memoria che rimarrà per sempre nell’individuo, nel nascituro, e concorrerà alla sua crescita, al suo divenire persona. Nessun seme andrà sperso, gli spermatozoi guida, in una amalgama giallognola, saranno il respiro del vento, il canto delle cicale, il bisbiglio degli uccelli, il candore dell’aurora, la goccia di brina che investe ed illumina la rosa. Frammenti eterni dell’etereo spirito dell’universo.

Il quarto ed ultimo strato è blu, la dimensione ultima e rivelatoria. “In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”, e “la vita, dal mare, venuta al mare ritornerà”. Nessun seme andrà sperso, nessuna parola, nessuna melodia o rumore, nessuna traccia cromatica. Tutto permane custodito nell’infinita e pulsante fiamma dell’amore divino, della multiforme e trinitariamente unitaria anima dell’universo, ovverossia del tutto, visibile, invisibile, reale e trascendente.

 

dottor Giovanni Di Rubba