Mondo Reale, Mondo Surreale. Le dimensioni dell’Oltrismo.

mondo reale e surreale le dimensioni dell'oltrismo

Autore: Sarossa

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Sarossa “Mondo Reale e Mondo Surreale” segna un duplice superamento ed è peculiare per soggetto e contenuto.

Adagiato in sezione aurea, possiamo dividere il dipinto in due, una parte bassa minore e la parte alta superiore, a sua volta perfettamente divisa, ad immagine della prima, in due parti superiore, parte alta I e parte alta II. La parte bassa rappresenta il mondo reale, la parte alta il mondo surreale, le alte sfere cosmiche che trovano nella surrealtà la dimensione della trascendenza.

Nel mondo reale fa da sfondo un placido, chiaro e cristallino corso d’acqua, non vi è violenza, non vi è deturpazione dell’ambiente né altra scelleratezza umana sull’esistente. Vi è pacatezza. Pacatezza generata dalla figura che campeggia a sinistra del fruitore, fruitore la cui attenzione subito è catturato da questa insolita presenza. Il Santo del Gargano, San Pio da Pietrelcina, beneventano. Una immagine che fa il suo ingresso radioso e domina il dipinto, ma se il busto è qui, nella dimensione del reale, il volto è posizionato nella prima parte aurea della sfera superiore. Quivi sono presenti i simboli tipici dell’Oltrismo di Sarossa, i monti, che rappresentano gli ostacoli da superare, ostacoli che conducono alla parte più alta della sfera celeste. L’intera sfera superiore inizia ove termina il placido corso d’acqua della realtà ed è di un blu intensissimo, non il blu abissico ma quello fluttuante di immensità e mistero, di amore pullulante come le pennellate dell’artista che, creandolo, dà un senso di movimento che si contrappone alla staticità, seppur pacata, presente nel corso d’acqua della parte inferiore/reale. Altro simbolo dell’Oltrismo presente nella parte inferiore della sezione alta, accanto ai monti, quasi costeggiandoli in volo, è la sfera, sfera che simboleggia la conoscenza. Attraverso la conoscenza l’essere umano va oltre, concepisce il bello, lo contempla e, per ed attraverso l’ amore, raggiunge l’armonia. Purtuttavia quivi il Santo del Gargano va oltre ancora, il maestro Sarossa nel dipingerlo con fare umile dipinge l’al di là dell’Oltrismo stesso quanto dell’arte, comunicando al fruitore che l’arte è una parte ma non il tutto. San Pio col suo busto ed i suoi abiti di frate minore irradia di sana mitezza e dolcissima umiltà la sfera del reale, rendendola placida. Il busto rappresenta la dimensione umana del Santo. Il suo volto, invece, è nella parte bassa delle alte sfere e dà senso della provenienza di tale mitezza, di tale tranquillità, dell’amore eterno. Col volto dà le spalle ai simboli dell’Oltrismo non come a rinnegarli ma imponendo con santa umiltà il volto stesso, comunicandoci che la conoscenza è importante tanto quanto l’arte ma da soli non bastano per farci accedere al divino. Egli infatti scrive “non gli uomini di scienza ma gli uomini di cuore si salveranno”. Dunque la dimensione gnostica è portata a compimento dall’esempio, dalla vita attiva e da quella contemplativa. Il suo volto termina nella parte inferiore delle alte sfere perché egli è soltanto uno strumento nelle mani di Dio, Dio collocato nella parte più alta, al di sopra dei monti, fluttuante d’azzurro, non tracciato come immago dal maestro Sarossa, quasi a rispetto della sua innominabilità ed irrapresentabilità. Egli è lì anche se il fruitore non lo vede, ma promana il pneuma ondeggiante d’azzurro, promana il soffio vitale, il Santo Spirito. E tramite Esso il Santo ce ne fa pregustare la presenza già nel mondo reale. In primo piano vi sono le rose, simbolo mariano, quei profumi che, si dice, emanava il Santo stesso. C’è la candida rosa, l’empirea rosa, c’è la Madre del Creatore, dunque, nostra intermediaria presso Dio, come intercessore nostro è padre Pio. Egli, umilmente in primo piano, ci fa pregustare gli intimi odori, sapori, la leziosa musica divina, perché Egli stesso pose la Santa Vergine e Dio al primo posto, per amore del prossimo e del creato. Così, come seguitando le beatitudini, il mondo reale si placa e la conoscenza, una conoscenza scolastica, patristica, agostiniana, ma che racchiude anche i nostri studi liberali, assieme all’impegno artistico, solo attraverso tale umile volto ci consente di varcare i monti, superare i nostri ostacoli.

In quest’opera, dunque, l’Oltrismo supera sé stesso, silente innanzi al mistero, rispettosissimo innanzi al misticismo ed alla santità e, con Pio da Pietrelcina, il surreale diviene trascendente, come accennato supra, ed il trascendente stesso placa i subbugli del reale, asprose guerre, rovi tra i giardini, malevolenza umana, divenendo riflesso del trascendente.

dottor Giovanni Di Rubba

Final Message, 2003

final message

Autore: Sarossa

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Final Message, 2003” del maestro Sarossa, fondatore del movimento artistico dell’Oltrismo, fa parte del “ciclo dei concerti” e si pone in bilico tra misticismo e concretezza, una concretezza simbolica che fotografa dinamicamente un periodo storico di transizione, quello dei primi anni del nostro secolo, del nuovo millennio.

Il dipinto è diviso in sezione aurea, scindendo una parte bassa, la minore, ed una alta, la maggiore, divise da un muretto. Siamo in un deserto, terra brulla, un deserto non meditativo ma d’attesa, una attesa che è quella dell’umanità innanzi alla nuova epoca, quella dello Spirito, dell’etereità, dell’etereismo che va aprendosi, quell’epoca dell’Aquario che inizia a svilupparsi con la cibernetica, l’età cibernetica di cui il 2001 ha segnato lo spartiacque di quella che gli storici inquadrano come epoca contemporanea. Domina l’ocra, colore scarno, distesa rude e rada a simboleggiare la mancanza di riferimenti e valori cui si trova sperso l’uomo del 2000. Il fruitore è subito colpito dalla parte bassa, in cui un busto femminile, che rappresenta la storia, sta a guardare un palchetto di blu intensissimo , una sorta di anfiteatro in cui sta tenendosi un concerto. La storia guarda, osserva, inespressiva ma presentissima, osserva come donna, padrona quel piccolo anfiteatro, piccolo ma vivissimo per i colori. Osserva novella Pallade ed il suo silenzio è un fracasso. Osserva la dimensione musicale che è moda, guarda impassibile come Moira, statica come Fato, questo cambiamento epocale, questo ribaltamento, conscia che nel 2003 l’essere umano inizierà a percorrere sentieri mai prima toccati. Ribaltamento epocale, di lì in poi saranno sovvertiti i significati delle tre parole che connotano la storia stessa. La contemporaneità, che è un soffio ed un eterno presente, che è mero racconto cronistico di ciò che accade in un giorno o in un’ora assurgerà, di lì in poi, a dimensione esistenziale della persona, regredita ad individuo. L’attualità che è il messaggio storico, l’orma dei grandi del passato, ciò che li rende ancora vivi per le loro opere immense, per le loro gesta grandiose, per i loro intramontabili scritti, di lì a poco sarà obnubilata da questo eterno presente che andrà a formarsi, dall’oblio della vacuità. E, paradossalmente però, un’ancora di salvezza c’è, un’apertura, una inimmaginabile apertura, il modernismo, nella sua declinazione come moda. Quel concerto designa la potenza che salva dall’oblio, dall’eterno presente vacuo, la moda attraverso l’arte, e nel caso di specie la musica, diviene la nuova dimensione universale. Salva, salva perché è apparenza, apparenza intesa come manifestazione dell’essere, apparenza che è la via da seguire in questa brulla realtà esistenziale ancora in embrione nel 2003 ma che, profeticamente, è quasi compiuta ora, nel 2018. L’apparenza dell’arte, dunque, che manifesta e rende essente l’essere in contrapposizione con l’etalagia della contemporaneità, dei selfie, dell’immortalare ogni attimo della nostra esistenza finendo per non immortalare alcunché, l’essere umano nella sua etalagia divenuto vetrinetta dell’eterno presente e nell’eterno presente distratto dal tutto e percepente il nulla, la brulla e desertica vacuità esistenziale. L’arte, la musica, sono la via, la trasmutazione dell’etalage in apparenza.

Ciò avviene con l’arrivo di un aeroplanino rosso, rosso come il cuore, l’amore, l’Hermes cordico che come un colpo d’ascia invia il suo messaggio, la musica, l’arte come eros, ossia pulsione che ci spinge alla ricerca del bello spalancandosi nell’agape alla via della contemplazione e, quindi, al raggiungimento dell’armonia. Un aeroplanino/Hermes, come quelli fatti dai bambini, dagli adolescenti distratti, semplice, umile ma colmo di una forza indomita, quella forza delle future generazioni, quella forza plasmata dalle future generazioni, l’aeroplanino come evasione nella forma ma nella sostanza ricco d’amore, di passione, una passione tracotante che non sa celarsi ed anche nella esteriorità è intensissimamente di fuoco. Il fuoco che brucia e che mai può sopirsi. il fuoco che è nelle aspirazioni dei ragazzi, quel fuoco che è l’unica speranza per il futuro, per non divenire scarne menti produttive. L’aeroplanino squarcia dunque la vacuità della brulla terra, apre gli ostacoli. Dal muretto su cui atterra, e che simboleggia i piccoli ostacoli da superare per raggiungere sé stessi, spalanca un sentiero che però non conduce sino ai monti, le asperità maggiori della vita. È monco, si arresta. Nel suo fracasso anima l’anfiteatro pulsante ed azzurro ove si ascolta uno splendido concerto, una misteriosa e salvifica melodia, non raggiunge i monti ma tramuta il loro blu, che simboleggia qui l’abisso, la difficoltà del valico in un colore più tenue, celeste. I due monti mantengono il colore d’abisso ed il periglio, ma sinistra, ove ci si incammina per l’ascesa, sono acque tenue e non burrascose. Ed anche il cielo, giallo come il deserto, si fa attorno alle cime dei monti bianco, limpido come uno sprazzo di luce, come una pagina da scrivere, che i ragazzi dovranno scrivere con le loro mani, col loro cuore. La musica, il messaggio artistico plasmato dalle mani di un ragazzino, semplice ma possente ha aperto una via nel deserto rendendo meno periglioso il viaggio. Tuttavia l’arte è solo il punto di inizio, sta a noi, sta alle future generazioni proseguire, scrivere, cantare, suonare, dipingere, modellare, creare, seguitare la giusta via che è nel loro cuore perché non c’è giustizia senza amore. La musica apre un varco, il nostro lavorio, il lavorio delle generazioni future, il lavorio interiore, spirituale, deve comporre questa magnifica melodia di cui l’aeroplanino è solo l’overture, overture che senza paura le future generazioni dovranno completare, seguitando tra le note della vita, i suoni della natura, il respiro rigoglioso del proprio essere che riempirà di fiori il deserto, in cammino verso l’assoluto che è in loro e che è in noi, inseguendo la bellezza ed amando per raggiungere l’armonia nella brulla terra esistenziale che è la nostra e la loro vita. La sterile terra diverrà uno splendido giardino, ritornerà un magnifico eden, se i ragazzi sapranno coltivare l’immenso amore che hanno dentro.

dottor Giovanni Di Rubba

Trillium Roads

trillium roads

Autore: Matthew Palmo

Materia e Tecnica:  acrilico su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Trillium Roads” il maestro Matthew Palmo declina in pieno l’aspetto arcaico dell’Oltrismo, un arcaismo da cui emerge pullulante l‘intima essenza del nostro essere, l’aspetto etereo del mondo in una visione personalissima eppure universale, figlia della sua terra, Buffalo, e di una dimensione mistica in cui si colloca la fisicità, la natura.

È un percorso, una strada, intrisa di luccicanti spiriti, di lucciole, che guidano il cammino dell’essere umano tanto quanto quello del fruitore, che si immerge nel dipinto incamminandosi verso l’ignoto, accompagnato da queste luminescenze, da queste guide invisibili, i trillium, puri come gigli. Si incammina l’uomo lungo questa via che converge prospettica verso un punto luminoso ma al tempo stesso è assediato da forze opposte, è ignaro della destinazione, quella luce è sbiadita perché vista in lontananza e la strada è ricolma di riflessi sfumati, domina un colore azzurognolo, come di corrente, di corso d’acqua, di fiume, ma l’inizio del percorso è già di per sé periglioso, una giallognola figura apre la strada ed i colori sono di un azzurro intenso che sembra quasi avvolgere il viandante. Il principio del cammino spaventa e spinge quasi ritrarsi, ritrarsi per la paura di essere inghiottiti dall’abisso.

La strada termina dividendo in due parti il dipinto, in sezione aurea, la prima, la maggiore, che simboleggia il nostro cammino su questo pianeta, l’altra la meta, le sfere alte. E l’attenzione del fruitore è paradossalmente attratta subito, per il periglio iniziale della fluente via, a soffermare la propria attenzione lì, nella dimensione alta, come a voler conquistare un premio, godere di un traguardo, di una vittoria, eludendo il percorso, che è la vita. Ed in alto c’è un sole arancio, collocato non al centro ma leggermente a sinistra, un sole che simboleggia Dio, un Dio non rosso fuoco ma arancio appunto, e non centrale ma spostato a sinistra, scostato come a dire all’essere umano non affrettarti a contemplare, percorri prima la tua strada. Ma è un sole magnifico nelle promanazioni, facendosi un po’ in disparte, verso sinistra, vuole anche  aiutarci, indicarci in che modo percorrere questa perigliosa via, col cuore a sinistra, andando al di là, senza farci incantare da un canto di sirene malevole che ci spingono a bramare la meta senza sofferenza. Senza lavorare, come i coleotteri che assediano i trillium per impedire alle laboriose formiche di farli riprodurre, ovverossia risplendere. Ma è, dicevo, un sole magnifico nelle promanazioni, tra il celeste ed il rubino, sopra di lui una forma verde ed ocra, simile a civetta, che è sapienza, e che è in opposizione alla figura informe che le corrisponde all’inizio della strada. E così il fruitore errante è spinto a tornare indietro, incoraggiato, ed iniziare, finalmente, il cammino.

Ed ecco che la via divide la parte bassa in due parti, destra e sinistra. Sul lato destro basso c’è il mondo così come ci appare , nella sua immanenza, così com’è, empiricamente, un abisso nero accanto alla strada, emergono forme che danno la consistenza di un acquitrino al paesaggio destro, rada e rara la vegetazione, l’ocra domina. Un mondo deturpato, inquinato, violato, sterile. Ma anche nel lato destro luccicano le luminescenze, i trillium. E c’è un albero, un albero che ci indica l’irraggiungibilità di tale lucentezza, del trillium, che quasi ci viene concesso da un potere ignoto ed arbitrario. Tuttavia, come il Dio/sole ci indica, guardate a sinistra nel percorrere la via, squarciate il velo di Maya. Ed è così, a sinistra c’è il mondo nella sua trascendenza, un fuoco da cui promana come vapore una figura eterea dalle sembianze femminili o angeliche è posta in corrispondenza dell’albero, e ci mostra la verità, sta a simboleggiare lo Spirito Santo, che è fuoco inestinguibile e da cui promana luce, i trillium. Che ci dona e senza arbitrio. E di lì quel vapore divino ci viene incontro, fa ingresso nella strada come nella nostra vita. Una figura angelica femminea con una aureola sferica che la avvolge. La nostra guida, la nostra speranza, la nostra luce. Subito dopo, non a caso, sul lato sinistro emerge una figura femminile ancestrale, da madre primordiale, vergine gravida, raffigurata in maniera arcaica, come le dee madri primitive dal seno pronunciato. È la madre terra, è la vergine Maria che ci assiste e protegge, è lei e quel fuoco che è Santo Spirito che ci irradia di trillium, di luce, la vera fonte, che ci invia la luminosa guida, colma di grazia. E questa immagine è talmente alta e possente che col corpo è nella parte bassa del dipinto e col volto, invece, va nelle alte sfere. Ha un volto umano arcaico, quasi sofferente, ma è la nostra avvocata e la nostra difensrice, lei con quella sofferenza impresa sul volto richiama Dio, il sole, che si fa a sinistra, come abbiamo detto, per indicarci la via da seguire, richiamato dalla madre sua che è madre nostra e protettrice. Da lei promana grazia, sapienza, speranza. Sempre sul lato sinistro, nella parte bassa, c’è infine una figura luminosa in croce, il Cristo, che si fa uomo e che nel sacrificio è luminoso, radioso, come il trillium, puro e risplendente, come il giglio. La parte destra è illusione, è degrado, è brama di potere, alto come albero che concede per arbitrio e che ci fa credere che dal suo potere promanino i trillium, le luci. Come l’antico serpente ingannevole. La parte destra è scempio all’ambiente ed alla natura, è terra brulla, acquitrino. La parte sinistra è la verità, è lo Spirito Santo che dona, è la nostra Madre Celeste, è il nostro Dio fatto uomo. Sono le vere fonti del trillium, del giglio, della luce, degli angeli, delle nostre guide. E sta all’uomo scegliere come percorrere il sentiero che è la vita se guardando a destra facendosi ingannare dall’illusorietà, o a sinistra seguendo la verità, per poi giungere alla fine, della via come della vita, così come ci mostra quella strada che prospettica si chiude con il trillium finale, la figura luminescente che ci accoglie nelle alte sfere, circondata da un rosso intensissimo, che è l’amore di Dio, promanante dal sole. L’amore infinito, misericordioso che guida il nostro cammino, il palpitio del cuore che se in sintonia con i nostri passi lungo questa strada che è la vita ci conduce alla eterna felicità. Seguendo invece le illusioni che sono nella parte destra saremo distratti e spersi ed alla fine del sentiero non vedremo altro che quello che si vede nella parte alta a destra del dipinto. Un cielo così come si osserva empiricamente da un telescopio. Nulla di più che la freddezza di un immobile cielo stellato ma senza trillium, senza luce. Seguendo la sola ragione cadremo nelle maglie dell’illusione, nei vortici dell’abisso, ascoltando il nostro cuore giungeremo verso lo splendore inenarrabile, la luce d’amore inestinguibile.

dottor Giovanni Di Rubba

Intreccio

intreccio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Giuseppe Pollio rappresenta a tutti gli effetti una delle diverse angolature, diramazioni , sfumature dell’Oltrismo, movimento che declina, sotto il vessillo della ricerca dell’Armonia attraverso un attento lavorio interiore, la contemplazione della Bellezza e nella Grazia, insita nell’Universo e che tramite l’arte si rende palese manifestandosi.

In “Intrecci” ci troviamo in una ambientazione paesaggistica brulla, desertica, un deserto racchiuso in sezione aurea verticale, tranciato da una linea orizzontale che lo separa dal cielo. Il deserto meditativo è il luogo da cui compare il centro propulsore, l’immago mistica del dipinto. Un albero, una serie di alberelli a guisa di albero unico e ben saldo nella nostra interiorità, nella nostra ricerca, nel deserto dell’annullamento volitivo e della prova, del principio, del primo fattore, del primo grado attraverso cui ci è consentito raggiungere pienamente noi stessi, la nostra armonia, il nostro ammirare l’intero universo, contemplarlo stupiti e mai sazi delle meraviglie ad esso sottese, dei doni che ogni giorno ed ogni notte ci riserva, dai fiori che sbocciano solo per noi, alle stelle che sono lì per essere da noi ammirate, alle verdure, agli animali, alla madre terra, alla volta celeste, alla silenziosa luna, allo splendore del sole. Un albero inamovibile, ben saldo, dunque, e ben piantato, ma da cui emergono rami a mo’ di radici, in una inversione estasiante ed estatica. Le radici puntano al cielo, massima parte del dipinto, somma dello stato iniziatico di primordine e desertico, travalicano e puntano in alto, braccia protese verso l’infinito ardore celeste. Ben piantati e ben pronti aspiriamo al cielo, nella speranza di raggiungerlo, di piantare lì le nostre radici, non prima di averle ben piantate qui in terra, saldi.

Il groviglio, l’intreccio, rappresenta non una nostra ascesi individuale e solinga, egoistica, ma sono allo steso tempo immago della umanità tutta, dei legami nascosti e sottesi all’uomo. Sono i fili invisibili da dipanare che legano tutti i popoli, tutti gli uomini, tutti gli individui connotandoli come persone che travalicano la società per giungere alla comunità, alla reciprocità dialettica univoca e trina, alla contemplazione del profumo dell’esistente. Sono lo junghiano inconscio collettivo, le nostre comuni origini, dalla polvere, dal deserto, che si diramano verso l’alto, i nostri archetipi sono un tronco ritto e saldo, roccioso, solido, il comun denominatore delle umani genti. Archetipi nati dalla polvere, dalla terra, sorti così, che ci hanno generato alla guisa degli altri esenti non umani, vegetali, animali. Nati dal nulla eterno, dal caos primordiale statico, nati dal tutto armonico ed alla ricerca di armonia. Le nostre anime percorrono come i tronchi-radici talora, spesso ed anzi sempre, strade diverse, ma il risultato è il medesimo, così come il principio.

In solitudine scopriamo noi stessi e ciò che ci lega a tutte le umane genti e poi raggiungiamo l’estasi mistica, strade diverse che si intrecciano, come incontri, come i  nostri incontri che di  frequente ci accompagnano per brevi istanti o per la vita intera. Ma che in ogni modo restano sempre vividissimi, parte di noi. E noi che ambiamo tendendo, rami-radici, al cielo non ci estraniamo dal mondo, ma doniamo ad esso i nostri talenti, le nostre passioni ed il nostro sapere ed ancora soprattutto il nostro amore, uniti qui, in un solo abbraccio, tendenti all’assoluto, per poi raggiungere lo stesso ed essere finalmente unici perché uniti agli altri ed alla Natura tutta, ed a ciò che non è visibile, coperto dal velo di Maya ma che si svelerà e mostrerà un giorno.

Noi doniamo, doniamo agli altri parte di noi, a chiunque incrociamo nella nostra vita anche solo con uno sguardo, ed agli sguardi che mai vedremo ma che spesso si raccolgono in uno sguardo solo, contenente l’umanità e la natura ed il cosmo e l’universo tutto. Noi doniamo parte di noi e germogliano, nel deserto brullo, fiori, come le ginestre vesuviane ed al tempo stesso come i girasoli che ci guidano verso la luce.  Germogliano floreali qui, sulla terra, per non dimenticare che anche nella solitudine o nella disperazione, un odorosissimo soffio divino ci accompagna. I nostri piccoli attimi che ci conducono all’eterno e che non sono solo speranza, ma manifestazione vivida, viva e reale. Qui ed ora.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

“Homo Sapiens” e “Ignosco” a confronto

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Opera1: Homo Sapiens

Opera2: Ignosco

Comparazione e commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Interessante il confronto tra due opere del maestro Sarossa, “Homo Sapiens” ed “Ignosco”.

Le stesse possono essere lette in maniera conseguenziale e sembrano tra loro imprescindibili, come un continuum creativo, una sequela di immagini e di pensieri che scaturiscono dalla lettura complessiva delle stesse. E già i colori sono segno di ciò, non può non apparire una costanza, una similitudo cromatica, una opacità in entrambi i lavori che, tuttavia, è sapientemente interattiva e progressiva nel confronto. Grigio, ocra, smeraldo.

Stuzzicante mettere l’una accanto all’altra e notare come nella costanza cromatica vi sia una evoluzione, una tensione, un ascendere dell’essere umano, che nella staticità del suo esser sé in divenire illumina quasi quella sfumatura opaca, ma senza rinnegarla, soltanto potenziando il massimo di ciò che ha per divenire, finalmente, consapevole di sé e raggiungere un tassello superiore, una luce che già vivida era, ma che attraverso la meditazione e ciò che vedremo di qui a breve si potenzia. Non evoluzione, ma presa di coscienza, e nella consapevolezza acquisita mutamento statico ed armonia. Essere armonico, ovverossia essere al proprio posto nel mondo e poter così contribuire alla grandezza del creato.

Si parte da “Homo Sapiens”, albeggia di lontano una nuova aurora, partendo da destra il cielo subisce una sfumatura crescente e variabile, da un ocra più oscuro ad uno più chiaro, quasi limpido, con una complessità genealogica, al centro una luce, il bianco della trasformazione, come fulmine evolutivo, come scintilla primordiale della ragione, del sé e dell’amore, del prendere le redini della propria vita. Il paesaggio è brullo, una tipica savana del Pleistocene e al centro, quasi in prossimità della luce creativa celeste e luminosissima, un ominide, ancora scimmiesco ma in atto pensante, quasi contemplativo, come se rimuginasse della luminescenza vivida di cui è investito senza tuttavia riuscire a capire, ma con un’aria non perplessa, a tratti serafica. Egli è illuminato ma non ancora ha raggiunto la consapevole sapienza, non ancora ha raggiunto l’armonia, la luce divina è uno sprono, ma l’atto conoscitivo deve acquisirlo in pienezza valorizzando i propri talenti, non rimanendo inerte. La teofania è intuito che non può però prescindere dal continuo pensare, creare ed innovare. E questo lo si trova alla sua destra, in sezione aurea del dipinto, è la sfera. Il simbolo oltrista della conoscenza. È lì, a due passi, lì per liberarlo dalla prigionia dell’ignoranza. È lì eterea e sospesa, è lì il monolite sapienziale. È lì, ma il maestro Sarossa cattura l’attimo, abilmente, in cui riceve l’illuminazione ma non si volta, ancora, a rimirare quella sfera di conoscenza. È lì nell’attimo prima, è lì pronto ad utilizzare gli utensili, ad agire comunitariamente liberandosi dai sui individualismi, che, come gli alberi a guisa di giunco, sembrano tenerlo prigioniero.

E prima di voltarsi verso la vibrante perfezione armonica della gnosi a cosa pensa questa figura scimmiesca in atteggiamento da filosofo, in meditazione sciamanica? Ecco fa la sua comparsa il secondo dipinto. Ignosco. Ignosco che in latino significa perdono, ma che ha anche una chiara derivazione greca, conosco, ed al tempo stesso essere, quindi sono. Ignosco: perdono, conosco, sono. Consapevolezza. La scritta compare in verticale ed alla destra c’è una figura femminile, statuaria, quasi monolitica ma non reificata, vivente, vero e proprio idolo che sostiene una imperfetta e rosea sfera, a guisa di palloncino con laccetto che cade tenero. La scritta è sullo smeraldo ed è d’oro, è preziosa e custodita su muro prezioso e sempre eterno, sempre vivo, immortale rosmarino. Un muretto che custodisce, dunque, come cofanetto, quella parola, quella gioia, quella trinitaria affermazione unitaria, Ingosco. Perdono, conosco, sono. E’  ciò che pensa e ciò a cui giunge l’homo sapiens prima di voltarsi verso la sfera, ed è ciò che il divino lucente, apparso fulmineo nell’ocra del cielo gli dona subitaneo, teofanicamente.

La donna. Che è vibrante e statuaria, che è fissa e mutabilmente perfetta nel suo apparire come un idolo marmoreo del tutto peculiare, a gambe incrociate, nell’atto del movimento, con la sfera eterea rosa vividissimo a mo’ di leziosia. Che campeggia su delle nubi, essere divino. Con l’amore che è imperfezione. È questo il dono. La donna. Il mezzo di accesso alla sfera del primo dipinto. Non possiamo voltarci, non possiamo essere consapevoli senza questa messaggera divina, senza questa portatrice di grazia. Colei che ci innalza e ci fa rimanere comunque coi piedi in terra, che ci fa spiccare il volo solo se comprendiamo i nostri limiti, che ci libera da ogni prigionia solo se capiamo che sapere non è potere, che conoscenza non è perfezione, che la vera armonia sta nelle nostre piccole imperfezioni, nel nostro umile dire, sussurrando, perdono, conosco, sono. la donna qualifica e dà vita all’homo sapiens che può finalmente voltarsi ed evolversi. Ma che mai dovrà dimenticare tale teofania, che mai dovrà dimenticare l’essenza femminile delle cose e di sé se non vuole divenire un mero individuo dotato di raziocino, un cinico calcolatore, uno sfruttatore degli altri, se non vuole cadere nella superbia, nella cupidigia, fino alla lussuria, al considerare l’altro merce, cosa, non persona, a considerare la donna oggetto. L’illuminazione divina e subitanea, ecco la riflessione! L’homo accede alla sfera, può voltarsi, ma mai deve dimenticare tale immane immagine di umiltà. La donna generatrice e salvatrice. Essenza stessa del tutto. L’Ignosco, nelle sue triplici sfumature.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

LA CITTA’ DELLA RESILIENZA. La “redenzione” dell’umanità.

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Autore: Salvatore D’ Auria (Sarossa)

Titolo: Senza titolo

Anno: 2002

Commento a cura di: Carmela Santulli (poetessa)

 

LA CITTA’ DELLA RESILIENZA

La “redenzione” dell’umanità.

 

Eccola, sorgere dalle sue rovine, lo specchio dell’anima ridotta in polvere.

Una città sconosciuta, aggregazione di importanti culture, sogni, progetti ridotti a brandelli di fantasmi che vagano nello stesso deserto dell’aridità umana, di quelle mani che hanno deciso la sorte di altre vite, senza salvaguardare un valore importante come la vita stessa.

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Potremmo, forse, utilizzare un paragone efficace se guardassimo al famoso “Ritratto di Dorian Gray”: abbiamo racchiuso l’animo umano e meschino negli spigoli di uno specchio e lo teniamo ben nascosto, lontano da occhi indiscreti, per celare ciò che è reale, ciò che il tempo ci ha resi: la nostra anima sterile.

Allo stesso modo, nell’ utilizzo dei Mass Media, vediamo solo ciò che è necessariamente voluto, il resto è oblio.

 

Il maestro Sarossa si pone in sfida e ci presenta: “Un reperto archeologico di una città vestita con tutto il suo tempo, va oltre, a sfidare la memoria ricca di infinite storie mai perdute”.

Lo si immagina pennellare la sua testimonianza, con forza, utilizzando i colori vivi di una città martire.

 

A guardare con attenzione il territorio non ricorda la struttura caotica del mondo Occidentale, straripante di vie, artifici umani, contrasti e paradossi alla stessa natura;

Ci trasporta, differentemente, in un luogo di grande valenza storica, una culla della società dimenticata,il Medio Oriente, che presenta nello stesso nome l’origine coloniale della parola, tradotta e rivisitata da “Vicino Oriente” .

 

Ci si ritrova ad assaggiare con Proust una “madeleine”, al primo morso ecco salire una vaga percezione di qualche ricordo. E se si indaga a fondo, allo sforzo, quello che si vuole tentare di assaporare, l’emozione, risulta già affievolirsi, meno presente, più irreale e ci si chiede come sia possibile dimenticare?

Ridurre tutto a singole giornate di memoria, dove il dolore ingiustificato e la “Banalità del Male”, come la chiamerebbe la Hannah Arendt, entrano a spezzare la quotidianità, in ogni sfaccettatura, per poi salutarci all’ anno successivo.

 

Milioni di vittime sono onorate al cielo in ogni religione, in ogni comunità, senza guardare in prospettiva al domani o alla storia che insegna il ricavato delle violenze e dei suoi  soprusi.

Non c’è mai stato un riscatto sociale, una reale educazione a qualcosa di utopico come la pace, non priva dei suoi conflitti ma senza pioggia di bombe, uso di nucleare e di armi: in fondo quale valore  si trova nel  bombardare  ospedali e scuole, nel genocidio di una società?

 

A noi la criticità di questo pensare umano, come prova un dipinto e la corrente artistica “Oltrismo”.

Andare oltre, verso una cultura sociale, indagarsi, chiarire i limiti di questa “Sophia” cancellata: la città che è lì, incisa fra le pieghe,si fa portavoce delle sue ferite, il sangue versato, e le faglie che “divorano” culture e idee, divergenze, solo perché non si è ancora percepito oltre la paura del diverso la grandezza di ciò che si può conoscere.

 

Ad opera di uomini ridotti alla follia verso l’elevazione di un Dio Denaro, il Capitalismo, troviamo una terra malata, un’immagine strategica e complessa all’ interno di dinamiche globali, stereotipi e luoghi comuni capaci di influenzare l’opinione pubblica in maniera disdicevole.

 

Ecco che il quadro  si presenta a noi come reperto archeologico di un sapere distrutto, eppure capace di riportare l’attenzione degli sguardi su di sé, deciso a trasportare nella nostra coscienza la testimonianza di una grande ricchezza, la culla di grandi passati e futuri avvenire.

 

Quella  che si presenta come la più grande capacità di resilienza, di adattamento a dinamiche complesse, soprusi.

Lo specchio dell’anima “svenduta”, della parte nociva di una società, che oggi grida alla sua forza espressiva:

Kahil Gibran, La poesia è il salvagente

La poesia è il salvagente /cui mi aggrappo/ quando tutto sembra svanire. /Quando il mio cuore gronda / per lo strazio delle parole /che feriscono, /dei silenzi che trascinano/ verso il precipizio./ Quando sono diventato /così penetrabile /che neanche l’aria/ riesce a passare.

 

A questi pennelli d’autore non si può che riversare il silenzio delle strade di questa città, a brandelli e elogiarne la forza di un boomerang attraverso l’inchiostro.

Come il cacciatore di aquiloni nei cieli di Kabul, a piedi scalzi, su questo deserto, percorrendo le strade piene di mine delle responsabilità, in ricerca dell’umanità da salvaguardare: scriviamo il punto che imploda nel cambiamento.

 

Carmela Santulli

 

 

 

 

 

La Sibilla Cumana

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Opera di: Salvatore D’Auria ( Sarossa)

Materia e tecnica: olio su multistrato

Commento a cura di: Floriana D’Auria (critico d’arte)

 

Il linguaggio Sarossiano figurativo e simbolico tratta in maniera personale un tema caro alla mitologia e alla terra magica dei Campi Flegrei.
L’antica figura della Sibilla che leggeva il futuro nella disposizione delle foglie che gettava ai suoi piedi, si veste di modernità e colore.
E’ una donna bendata, muta, forse anche folle, in una postura da sfinge moderna quasi rock, oracolo dai mille responsi.
Alle sue spalle L’Antro Cumano, icona esoterica e misteriosa, che da sempre affascina l’uomo che vi ricorre per alleviare la sua sete di conoscenza, per interrogarsi sul suo futuro e sul suo destino.
Nel paesaggio dominato da contrasti cromatici e suggestivi giochi di riflessi sull’ acqua in cui le rifrazioni rincorrono la creatività a briglia sciolta, domina la sfera, mai resa prima come Bolla di sapone trasparente come in questa versione. Galleggia nell’ aria, si appoggia nell’ acqua, e’ sfera di cristallo e nel suo interno, all’ osservatore curioso e fantasioso, apparirà un vago viso di un gatto, comparso in maniera casuale tra le pennellate, riconosciuto poi ed evidenziato dall’ autore sorpreso, simbolo di chiaroveggenza in una storia ancora più antica, quella degli egizi. Passato e presente, storia intrisa di cultura, elementi caratteristici della pittura di Sarossa, si fondono in un opera ricca di fascino e mistero, che incarna la sua visione dell’ Oltrismo.

 

Floriana D’Auria

No Rock’N’Roll

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: mista su multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

nitro su legno multistrato

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Autore:  Antonio Marchese

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia”. Così esordisce il Maestro Antonio Marchese nel definire il suo contributo all’Oltrismo. L’artista si colloca in una dimensione di  astrattismo primigenio, ancestrale, etereo, sidereo. La sua evoluzione coglie una sfaccettatura peculiare del movimento di Sarossa, quella di descrivere situazioni e stati ultraselenici. Costante è una sorta di primitivismo, semplicità stilistica, che non elude ed anzi esalta la profondità della descrizione dell’esistente. I mondi che attraversa sono lontanissimi ma ad un palmo dal nostro sentire. Il Marchese non si addentra in una realtà tutta nuova, quella del divenire, quella oltreumana ed oltremondana, non scruta i molteplici universi paralleli, non approda in terre nuovissime e sconosciute né tantomeno resta qui, nella nostra realtà sensibile a descriverla in superfice. La posizione del Maestro è in bilico, al limite, sul varco. E lì rimane, sul varco, come guardiano, come plasmatore della essenza di transizione, come colui che indica la via d’accesso all’altrove, all’oltre.

La sua opera è realizzata con nitro su legno multistrato, attraverso una tecnica che ne evidenzia questa caratteristica di indicatore dell’oltre, di Zauberkunstdichter, ossia attraverso il soffio, senza l’utilizzo di strumenti od utensili, ma col fiato umano, col neshama, in una ambientazione ed atmosfera che ci rimanda all’origine dei tempi. Ed il Marchese è un oltrista della genesi, è un descrittore delle origini, della genealogia delle cose, dell’uomo, dell’essere, un descrittore che indica ma non narra. Ciò si evidenzia nelle altre opere, l’acquatica “Origine della vita” o le diverse rappresentazioni di tali varchi eterei, che ne stanno designando una recente evoluzione e caratterizzazione. C’è l’oscurità., il buio primigenio universale e poi la rappresentazione di un varco, un passaggio, un wormhole, verso un nuovo spazio-tempo, una nuova realtà che ci porti ad una più consapevole coscienza e conoscenza del vero e del bello e dell’amore, in una trinità armonica che, per adesso, noi qui intuiamo soltanto e che il Marchese ci fa non scorgere ma di cui ce ne mostra il passaggio.

Tali rappresentazioni sono spesso oscure, si viaggia nel cosmo ma senza percepire la armoniosa melodia delle sfere celesti, il pitagorico vibrare matematicamente perfetto, il neoplatonico  ascolto idealmente perfetto ma solo un rombo sordo, un suonare e audire sorde e mute melodie. Nemmeno è un rissoso rumore, un fastidioso ronzio, una dissacrante baraonda. È il silenzio, il silenzio del passaggio ad una armonia che non è perfezione acordica, puro calcolo e valutazione. Ed in questo silenzio, in una altra opera siderea, Antonio Marchese ha rappresentato Aleppo, silente dopo il bombardamento, terribilmente silente. Così, dopo il frastuono della mondanità, il caos del reale, per ascoltare musica nuova e dolcissima, per cantare colmi di grazia, dobbiamo porci nell’oscuro silenzio e prepararci a varcare, muti, l’accesso alla gioia policromatica e sinestetica del tutto armonico, senza distinzione tra suono, contemplazione visiva, profumo di rose e di viole e di ortensie, perché una volta solcato il passaggio il nostro corpo sarà consciamente connesso alla nostra anima ed al nostro spirito e noi saremo una parte del tutto e tutto ad un tempo ed unicamente ed esclusivamente unici perché non singoli parti del tutto ma Tutto in Unità, seppure e soprattutto perché persone e non individui.

Tale opera è peculiare rispetto alle altre, e potremmo definirla l’opera colma di speranza dell’oltristico astrattismo sidereo, in quanto mentre nelle altre rappresentazione dominava l’oscurità del silenzio di transizione qui non è il corpo muto che parla ma l’anima incosciente che sta per raggiungere coscienza e perciò è conscia della bellezza, amore ed armonia che troverà di lì dal varco. E ciò perché quando attraverseremo il varco divenendo uomini nuovi, oltreuomini, non perderemo quello che avremo fatto, il nostro corpo resterà silente ma la nostra anima ne serberà memoria, a che possa, dopo il passaggio, irradiare tale somma bellezza, amore ed armonia al nostro corpo. Ai margini un blu cosmico, l’anima che ricorda i nostri dolori oramai solo sullo sfondo non perché dimenticati ma perché ravvivati dall’amore, dagli spruzzi rossi che contornano e contaminano il blu che acquista diverse intensità, il mare, il cielo, la meditazione, la ricchezza di spirito, il bianco della purezza. Sino ad avvicinarsi al varco del tunnel, nero ma poi con contorni rossi fino ad intuire, quasi al limite il lucente azzurro.

Questa la rappresentazione artistica del varco, che può condurre l’uomo vecchio, materialista, assetato di ricchezza e gloria terrena, a quello nuovo, cosciente e sapiente perché ama e da innamorato cerca la Bellezza, la contempla e raggiunge l’Armonia, col creato, con gli essenti tutti, animati ed inanimati, con gli altri uomini.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

 

 

Universi Paralleli

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Misure: 300X242

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

La megatela dipinta dal maestro Sarossa, ideatore ed esponente della corrente artistico-culturale “Oltrismo” porta il titolo “Universi Paralleli”.

Essa è la rappresentazione geografica del pianeta in cui viviamo ma si presenta con una peculiarità del tutto originale: i continenti, o meglio gli Stati, sono miscelati, scomposti, un po’ come se Dio avesse giocato a dadi col mondo, avesse dissolto ogni limite, ogni confine, ogni inesorabile certezza mettendola in discussione. Una visione di inizio secolo dunque, che tanta discussione porta anche in tale seconda decade, pervade, il concetto di globalizzazione. Una globalizzazione non economica ma bensì artistica, culturale, geopolitica, di usi e costumi ridotti nella loro vaghezza ai minimi termini, al caos, al brodo primordiale, e poi sapientemente esaltati, riordinati. Ma in che modo? Con gli occhi dell’artista fruitore, solo chi abbatte sé ed i suoi pregiudizi può scorgere nel dipinto una pace ancestrale, un paradiso terrestre prebabelico, privo di incomprensione, una terra uniforme con popoli non uniformati, simili ma con un sapore di differenza abissale, differenza negli usi e nei costumi, nelle credenze, nei riti, nelle abitudini quotidiane. Differenze che ci rendono vicini nella interscambiabilità, nel posizionare le Ande altrove, le piramidi in un capo inverso, la bell’Italia in bilico e sdoppiata, la Germania in perenne difficoltà, orientata male, quasi spersa.

C’è un’incredibile affinità con l’eros nella confusione spaziale, da Henry Miller ai suoi tropici, Cancro, Capricorno, in cui il surrealismo è frammentazione dell’essere, o sarebbe più corretto dire dell’Es, e trova sua forma e consistenza solo nella spinta erotica, del tutto opposta a quella violenta e statica, da Gustave Coubert e la sua “Origine du Monde”, in cui si percepisce il femmineo come generatore e ricreatore, come l’energia, la forza, capace di plasmare il reale e dargli sempre nuova forma, adattandolo al concreto ma con una visione avanguardista: quando l’artista, infatti, pone in essere un’opera nel modo  lo fa allo stesso modo con cui la donna crea la vita dà il senso a quella vita, fa sì che la stessa abbia un codice genetico tutto particolare, che le consenta di vivere da subito, magari in maniera incerta, ma fa sì che il futuro sia vissuto in maniera piena e compiuta. E’ questo il senso della frammentazione, sembrare inadeguati e confusi ora perché il vero senso lo avremo un giorno, e sarà la nostra inadeguatezza, quella che gli evoluzionisti chiamano “mutazione sfavorevole”, a divenire un giorno dominante.

Gli Universi Paralleli è una rappresentazione spaziale avanguardista che ci spiazza e ci induce a riflettere. Noi esseri umani, che ci crediamo dei, padroni del mondo, che sappiamo sempre in che posto stiamo, che usiamo apparecchiature satellitari estremamente complesse ma di uso comune, navigatori, noi che non chiediamo più informazione ai passanti affinché ci insegnino la strada ma la consultiamo nel chiuso delle nostre automobili con aria condizionata e con precisione tecnica, matematica. Noi che sappiamo il luogo in cui siamo non conosciamo il nostro posto nel mondo, nell’universo.

“Pale Blue Dot” di Carl Sagan è stata universalmente riconosciuta come l’immagine fotografica più bella del secolo scorso. Un’immagine in cui la terra, l’oasi blu, la “nostra” terra, altro non era che un minuscolo puntino a sei miliardi di chilometri di distanza. Un punto insignificante tra un universo in continua espansione di dimensioni enormi, quasi inconcepibili all’uomo. Un universo  la cui goffa crescita inghiotte inesorabilmente il nulla, l’eterno nulla, il non luogo, il topos distopico in cui nulla è, in cui non siamo, ed inghiottendolo lo pervade di materia e d’energia. E noi, che posto abbiamo? Siamo un granello infinitesimale, siamo un pulviscolo di materia in mezzo all’immenso, siamo il granello di sabbia nel chilometrico deserto amorfo. Noi esseri più intelligenti, che siamo stati condottieri, predoni, santi, inventori, artisti, magniloquenti oratori, guerrieri e guerriglieri, nemici e amici, occidente ed oriente, rivoluzionari e rivoltosi, portatori di pace e portatori di discordia, macellai di popoli e benefattori dell’umanità, che siamo stati Napoleone, Cesare, Hitler, Einstein, Socrate, Mozart, siamo l’infinitesimo del granello in cui abitiamo, la rosa più parva dell’ultimo giardino del più piccolo dominio di dio. Noi che ci siamo sempre creduti dei, domini, padroni incontrastati, saggi, siamo in realtà demoni, siamo gli unici esseri che distruggono i luoghi in cui vivono, gli unici esseri che hanno il potere di soggiogare l’ambiente, dominarlo, inquinarlo. Siamo i divini superbi maledetti. Non combattiamo né mangiamo per vivere ma per ingordigia, non spariamo ad un bufalo per nutrirci ma a cento e cento capi di bestiame per divertimento, per eccesso, senza necessità.  Forse, come diceva Sagan, siamo gli esseri più intelligenti dell’universo, ma visti dall’alto siamo dei condannati ad una prigionia, la prigionia dell’oblio, dell’indifferenza, dell’inutilità cosmica.

Questo il senso più profondo della tela, solo un caos armonico può salvarci, solo un ordine nuovo, un mondo nuovo, senza confini, dipinto come lo dipingerebbe un bambino, con la stessa innocenza e la stessa saggezza, la saggezza di chi sa che soli siamo niente, sia come popoli che come uomini e l’innocenza di chi ama l’altro perché sa che chi ci è vicino o chi ci sembra lontano non è un nemico, ma un amico cui possiamo insegnare tanto e, ponendoci nella prospettiva, difficile per l’uomo, dell’ascolto, imparare cento volte di più.

E tale atteggiamento ci aprirà a nuovi confini, a nuovi modi di intendere l’altro, quello che definiamo il diverso. Nella prospettiva trasmutata del mondo, nella sua concezione remiscelata, nell’avvicinare terre lontane, il  fruitore ha un sobbalzo di spirito. Ammirando l’immagine di Sagan ci si sente spersi e piccoli ma soprattutto vicini, concentrati, come se non esistessero differenze o se pure esistessero sarebbero così innocue, impercettibili, viste dall’alto di un satellite. Noi esseri umani in tale prospettiva ci rendiamo in un istante conto della eterna fratellanza, di quel misero pulviscolo di materia chiamata terra, che brilla ma di luce riflessa, la luce della nostra stella, il sole, la luce della nostra anima. Noi fratelli. E di sangue. Della linfa che scorre dopotutto uguale nelle nostre vene. Allo stesso modo non si può non scorgere, osservando “Universi Paralleli”, quanto alla fine siamo uniti, quanto stupidi siano i limiti ed i confini che ci poniamo, quanto assurde le guerre  che combattiamo, quanto fallace e stereotipato il concetto di lontananza. Noi siamo terrestri, figli della terra, di una terra che solo un occhio distratto, superficiale, stolto e limitato può vedere limitata da confini. L’unica, vera e reale idea che si può avere della terra è quella rappresentata da Sarossa nella tela, la terra dell’unione, della fratellanza, dell’amore, la terra dove non esiste un muro, un recinto che ci renda chiusi in noi stessi, una terra libera, aperta, una terra dove lo spirito umano può davvero rompere i vetri della finestra che lo intrappola, che lo rende spettatore del mondo, vivendo non solo per sé ma con l’altro, realizzando il vero significato dell’Oltrismo, l’andare oltre le convenzioni, i pregiudizi, le paure e finalmente abbracciare il “fratello terrestre”.

 

dottor Giovanni Di Rubba