Natura Invincibile

la natura invincibile G Pollio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

Del maestro Giuseppe Pollio “Natura Invincibile” declina perfettamente il concetto di superamento e di conoscenza così come tracciato dall’Oltrismo, temprandolo con contenuti simbolici interessanti che, attraverso richiami religiosi, non eludono una critica attuale di matrice ambientalista.

L’opra è divisa in sezione aurea, essa è delimitata dalla parte finale del tronco dell’albero della conoscenza. La parte minore, collocata in basso,  rappresenta il nostro mondo, la maggiore, collocata supra l’eden dai cherubini protetto e, più su ancora, le alte sfere celesti.

Nella parte superiore notiamo due alberi: il primo, è l’albero della conoscenza del bene e del male, il secondo, che lo sormonta, quello della vita che propende verso le alte sfere. Attorno all’albero della conoscenza vi è un doppio parallelepipedo aperto a designare, il maggiore le conoscenze metafisiche, il minore quelle fisiche. Tale parallelepipedo forma una “U” rovesciata, una sorta di “N” che designa la Natura ma, divisa dall’albero, diviene una “M” primordiale, simbolo della maternità, della fecondazione, della Madre Terra che dona frutti, della rigenerazione, del giardino sempre rigoglioso. Prima del peccato originale la conoscenza non era preclusa agli uomini ma si trattava di una conoscenza ancestrale, aperta alla natura, ad essa simbiotica, protettiva ma libera e liberatrice, liberante, che sempre germoglia e germogliando sempre si accresce. Sormonta l’albero della conoscenza l’albero della vita, in perpendicolo con quello della conoscenza. Tronco ritto a due foglie che si biforcano a forma di “V” come braccia protese al cielo in aspetto orante, aperte al vero sapere, il sapere come contemplazione del divino, culmine della conoscenza e vera conoscenza.  Più su un cielo sereno, il divin Padre, sulla destra una sfera, la Madre Celeste, sede della sapienza, in forma di luna che compare color metallo sfumato, in pieno giorno, a mostrare l’eternità della stessa che mai si sopisce e che, nelle sfere alte come nel cuore dell’uomo, è sempre presente, anche se talora invisibile, come accade il dì.

La parte bassa della sezione rappresenta il momento successivo al peccato originale, l’albero della conoscenza promana le sue radici rendendo il terreno quasi come un deserto, biancheggiante arido, poco fertile, coltivabile con la fatica così come la donna dà nuova vita col dolore. Sulla destra due mele, dal latino malum, una a metà, già assaporata, l’altra intera, a simboleggiare la memoria di ciò che era prima del peccato originale. Da sottolineare che è punita non la ricerca della conoscenza che mai era stata preclusa all’uomo, come designa il doppio parallelepipedo aperto e l’albero della vita slanciato verso il cielo. Ciò che è punita è la superbia, il voler essere come Dio senza seguitare il divino ed i suoi dettami che rendono libero. È punita la superbia e l’egoismo, l’uomo che rinnega Dio e si crea una sapienza ed una conoscenza a sua misura.

A prolungamento del quadro il giallo si intensifica, diviene sabbia, deserto arido, il culmine della superbia e dell’egoismo umano, l’uomo che guarda ai suoi interessi calpestando gli altri e la natura, inquinando, deturpando, sfruttando la terra oltre ogni limite e necessità.

dottor Giovanni Di Rubba

L’Aura

l'aura Todisco

Autore: Ferdinando Todisco

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Ferdinando Todisco  “L’ Aura” si colloca in una dimensione in bilico tra materialità ed energia  proiettando l’ideologia oltrista all’interno ed all’esterno dell’essere umano in un tutto armonico che coinvolge gradualmente l’uomo, la Terra, l’Universo. Una sintesi dell’Oltrismo energetico del maestro Granito e di quello cosmico/sidereo del maestro Marchese che si inseriscono nel primitivismo oltrista tipico dell’artista.

L’aura, dal greco “alos”, ovvero corona, e dal latino “Aura”, ovvero soffio, è un labile campo di radiazione luminosa che investe e ricopre non solo gli esseri umani ma qualsiasi essente, dagli animati alle clorofille ai minerali ed agli utensili. Spesso invisibile può essere scorta in particolari situazioni e attraverso determinati atteggiamenti del soggetto osservante; scientificamente essa è invisibile alla retina ma visibile ai bastoncelli. Una nube a forma d’uovo, che richiama l’uovo cosmico, una protezione, presente già nelle raffigurazioni ataviche, compare nei Veda, nel Dzyan, nei geroglifici egizi, nelle incisioni rupestri del primo oligocene e persino del pleistocene, sino a exurgere nella simbologia cristiana che ne coglie la sua vera essenza e funzione. Varie sono le rappresentazioni di Santi o Beati ricoperti da un’aureola attorno al capo, una “corona” appunto, o più raramente da un fascio che ricopre l’intero corpo, simbolo del Santo Spirito che su loro discende, promanazione del divino, illumina coloro che sono guide per l’umanità, conducendola lungo la via maestra per giungere alla contemplazione di Dio.

Il Todisco nella sua opra rappresenta in pieno il processo di chi riesce a percepire l’aura. All’interno della figura notiamo diramazioni neuronali che si estendono per tutto il corpo, bianche, e circondate dal celeste. La medicina tradizionale parla di aura come fenomeno antecedente l’emicrania o in altro caso, l’attacco di tipo epilettico, nomandola scotoma. In ambedue i casi le reti neuronali subiscono una scossa nella sfera occipitale o in quella temporale o altresì extratemporale. Il celeste candido che avvolge le reti neuronali designa lo scuotimento interiore cui segue uno stato confusionale, alterazione non solo visiva ma anche disturbi del linguaggio, parestesie che si estendono all’olfatto. Queste ultime, in particolare sono le più interessanti, il naso è il luogo ove ha sede lo spirito e nella parestesia olfattiva c’è un diretto coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, le aree coinvolte nella memoria storica ed in quella emozionale. Lo spirito è pneuma, è vento, respiro ed ha una azione diretta sulla percezione, percezione che all’apparenza modella la memoria ma in realtà influenza direttamente la stessa. Lo spirito plasma. Per di più il coinvolgimento delle aree deputate al linguaggio, in particolare il Broca, e la parafasia fonetica, a guisa di altri malesseri,  pongono il soggetto percepente in una sorta di estasi. Essenziale è notare, altresì, che in caso di coinvolgimento dell’area temporale i disturbi sono di carattere epigastrico, nel caso extratemporale  visivi e gustativi. Capiamo bene la varietà e le potenzialità dell’essere umano di andare oltre, di percepire l’impercepibile, di bilocarsi persino, nello spazio quanto nel tempo, di superare ogni barriera o ostacolo fisico grazie alla divina illuminazione. Presunti disturbi scotici sono presenti in diverse figure di Santi e Beati, di mistici, che vanno al di là delle barriere sensoriali, dei sei sensi carnali, raggiungendo una  dimensione eterea, illuminati illuminano e guidano.

L’artista nello stesso tempo in cui rappresenta questo scuotimento interiore che è del fruitore e più in generale del soggetto percepente, si arresta, accovacciando l’alma celeste, rendendola materna protezione divina che impedisce la follia in uno stato mistico di tal guisa. E poi, paradossalmente, rappresenta all’esterno il contorno corporale di una persona che emana l’aura, abilmente e in una ottica universale che accomuna l’uomo che vede la luce con quello che la emana in una unica realtà, essendo l’illuminazione destinata all’illuminato. Di più, il malessere del percepente è il medesimo dell’emanante, ma l’emanante è accolto dal manto celeste e materno, come dicevo, ed il percepente, illuminato è guidato dall’emanante.

L’aura che avvolge l’emanate è di cristallo, la tipologia del guaritore, del guaritore d’anima quanto del corpo, del taumaturgo che sana le membra partendo dall’interiorità.  Attorno c’è uno sfondo castano, a designare la Terra, il nostro mondo, il mondo abitato dagli esseri umani, la Materna Terra che, fuori dal corpo, getta il suo manto sanante all’interno dell’essere umano. Tale sfondo è costernato da diverse sfumature, l’universo, il Dio Padre che è energeticamente rappresentato come Spirito, lo Spirito che chiude in un abbraccio, che è l’origine di questa forza interiore umana e che ha in sé le sfumature delle diverse auree che corrispondono a diversi temperamenti umani. È il Santo Spirito che discende e tutti noi emaniamo uno spirito, un’aura, che tale Spirito divino, plasmando l’alma, ci consente di promanare attraverso il corpo, a seconda dei nostri talenti ed a che gli stessi fruttino. Indaco, lavanda, viola, verde, giallo, magenta, arancio, rosso.

dottor Giovanni Di Rubba

La Valle del Tempo

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Autore: Sarossa (Salvatore D’ Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del Maestro Sarossa “La Valle del Tempo”, realizzata su tessuto rosso, è un vero e proprio catturar l’immagine dell’istante che, nella sua pienezza compositiva, assurge a sintesi della rappresentazione viva e pulsante del tempo.

La nostra percezione lineare è qui superata dal frammento, un frammento, una frazione che dà all’immediatezza della rappresentazione una valenza assoluta. Per un attimo l’opera ci estranea dalla nostra coscienza percettiva e ci immerge, rapidi, nella pienezza del sé consapevole. Scorgiamo, finalmente, l’intera storia dell’umanità, una storia rappresentata con una semplicità profondissima che dà all’opera stessa una “dinamicità statica”. Non si tratta di una semplice descrizione della sensazione istantanea che possiamo percepire in una elevata meditazione ma, l’abilità dell’artista, consente di mostrarci da un lato la graziosa sintesi di passato, presente e futuro della nostra specie, con particolare riguardo alla cultura, ciò che ci evolve in una continua ascesi contemplativa del nostro sé divino e, dall’altro il percorso per raggiungere tale dimensione contemplativa e cosciente.

Tre i colori dominanti, tre più la luce, ed ognuno rappresenta una realtà descrittiva che tuttavia non può prescindere dalla visione d’insieme. Domina il rosso del tessuto, che subito risalta agli occhi del fruitore, ma   le sagome, di un ocra schiarito, per prime richiamano l’attenzione. Ecco la statua, emblema della storia e sua personificazione. È senz’altro una donna affascinante ed eterea ma allo stesso tempo marmorea come le statue classiche, con ciò a rappresentare sincronicamente la vacuità effimera del divenire e del già stato, che attrae proprio per questa insondabilità, per la consapevolezza dell’uomo che non è solo il futuro che ci è ignoto ma anche e soprattutto il passato, a cui possiamo accedere per tentavi, approssimazioni, attraverso ritrovamenti archeologici e supposizioni, tuttavia mai avremo una risposta definitiva, una certezza. Ma oltre ad essere ineffabile ombra è anche marmorea, e tale solidità, possenza, reca in sé la straordinaria contraddizione della storia, non sapremo mai con precisione quale sia il nostro passato ma sappiamo che è stato perché noi siamo ciò che abbiamo, nel tempo, posto in essere, siamo ciò che i nostri antenati hanno, passo dopo passo, costruito, inventato, scoperto. Sulla destra, del medesimo etereo colore, un ammasso culturale, posto lì, quasi come fosse a sé stante. Ma è quello il contenitore della cultura tutta, è la sapienza umana, ciò che ci rende noi, qui ed ora, e ciò a cui l’artista attinge per innovare l’arte, per andare oltre, a guisa dell’uomo che attraverso lo studio del passato fa evolvere la propria specie con scienza, tecnica e, prima ancora, cultura. Il bagaglio del nostro passato è l’armamentario di utensili sapienti che rendono pulsante il nostro esistere, che nutrono di speranza le sorti di ogni essere umano.  Prima di passare all’altra sagoma, al pendolo, è da notare le due catene montuose, di un vivissimo ed intenso azzurro. I monti sono i nostri limiti. La prima catena ha vette che paiono più basse e che sono oramai superate. Sono i limiti e gli ostacoli che i nostri antenati hanno sapientemente varcato per giungere alla conoscenza e raccogliere, come in una biblioteca di sapere, in un museo d’invenzioni e in un prisma di mille bellezze, la loro conoscenza, il loro amore, la loro contemplazione del divino e del Bello. Altra sagoma è il pendolo del tempo, che promana da una luce, una luce orizzontalmente posizionata in sezione aurea e verticalmente al centro del dipinto. Tale luce è Dio, è il divino, è colui che muove il pendolo con un primo tocco, lasciando scorrere i giorni, i mesi e gli anni, i secoli, i millenni, lasciando a noi la scelta, se rimanere caduchi ed inerti o viceversa, consapevoli della caducità, svegli, pronti a cambiare le cose, a provarci, ad osare, per rendere sempre colmo il bagaglio del passato, e non per un nostro fine egoistico, ma per il bene di tutti, per il bene dei nostri contemporanei, per il bene dei nostri discendenti, per non sciupare i doni dei nostri antenati.  L’ocra fa da cornice e delimita l’istante contemplato ma, e qui vi è il percorso maggiore, la via per accedere alla conoscenza, per creare, innovare e preservare. È il rosso del tessuto, il rosso emblema dell’Amore, unica via che travalica tutto ed unica strada per l’evoluzione, la coscienza, la consapevolezza ed il discernimento. Un amore così forte che inonda e domina, che addirittura va fuori del quadro, delimitato dalla cornice ocra, inenarrabile, indipingibile, indescrivibile e presente malgrado tutto. Generatore dell’universo e del tempo e della storia e al tempo stesso ad esso trascendente. All’interno della cornice ocra, ancora, le montagne in alto, che rappresentano i nostri limiti ed ostacoli, quelli ancora da superare, quelli del nostro futuro, quelli da varcare, ma è bellissimo notare come non siano di un pur splendido azzurro intensissimo come i monti del passato ma abbiano sfumature, nere, rosse, rappresentando l’uno le nostre paure e le nostre ombre, l’altro l’Amore, la nostra via d’accesso al futuro, che è la nostra speranza.

 

dottor Giovanni Di Rubba