No Rock’N’Roll

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: mista su multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Il Giorno del Giudizio

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Autore. Gost (Sergio Sperlongano)

Materia e Tecnica: olio su tela

Misure: 100X100

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Ecco vividissimo e chiaro un rombo sordo, uno squarcio nella materia, una contrapposizione. Ecco l’Era del Materialismo, sfregiata come reduce da un conflitto, reduce postatomica dell’Età Nostra, di una guerra silente contro lo spirito, la grazia e la bellezza. Postatomica e Postumana.

Il Maestro Gost, esponente dell’Oltrismo, realizza, manifesta ed espone il concreto e l’altrove. La sua opera, talora associabile al naïf, talaltra ad un neoprimitivismo, ne va oltre, cogliendone l’essenza in una pullulante vivacità. Neoprimitivismo, arcaismo, onirismo, fusi per produrre una immagine compatta e scissa. Come sciamano il suo andare oltre è un porsi nel reale, cogliendo il pragmatismo della etereità. Un pragmatismo semplice e surreale, un etereismo pungolante e terribile, ravvivato dalla speranza. Chi è lo sciamano se non colui che passa dalla grezzezza alle alte sfere e non solo ascende in una realtà iperuranica e perfetta ma coglie l’essenza pura della imperfezione. Lo sciamano parte dalla realtà in cui è immerso, la osserva, e la stessa man mano si mostra nella sua vera essenza. Più in là coglie l’etereo, coglie il divino, coglie lo spirito, l’ altrove. Infine, poi, scorge quanto di divino c’è nella realtà così come gli appare e solo alla fine di tale percorso scorge la Verità, un frammento di essa, un frammento che è ciò che chiede alla Natura e la Natura risponde a profeti ed a poeti, la Natura vibra nelle mani artefici dell’artista. Ed è così che si apre il dipinto.

Una speranza, dicevo, ma una speranza  sovversiva e che sovverte, una speranza che è in paradosso cromatico manifesto. Il dipinto mostra il materiale, il nostro mondo sensibile nell’intensità dodecacromica delle sfumature. Ciò che viviamo, è un circolo squarciato ed imperfetto, ma coloratissimo, di quei colori forti e vivaci  che noi quotidianamente percepiamo. Colori tanto concreti da passare inosservati, tanto vividi, intensi e possenti da somigliare al caos spasmodico e rumoroso della contemporaneità. L’eccesso sonoro che diventa rumore. Urla fortissimo il nostro Mondo imperfetto e dai contorni imperfetti e nella sua vivacità si mostra così com’è.

Tale rappresentazione è scissa in tre realtà, l’esistente, che è ciò che vediamo e che conosciamo e che nel dipinto è assente, l’esistente così come appare in contemplazione, ossia come si manifesta realmente senza sovrastrutture scientiste, e intorno, da cornice, l’empireo, le stelle fisse, lo spirito che come Madre avvolge la nostra realtà. La avvolge, la protegge, ma soprattutto la soccorre, non si pone epicureamente in una realtà olimpica disinteressata, ma si presenta, flebile e possente, a soccorso del respiro delle piante, dei minerali, degli esseri animati, dell’uomo immagine perfettissima di Dio nella scelta. Per tali motivi il commento non può essere a compartimenti stagni, non può descrivere ora l’una ora l’altra realtà, perché nel viaggio artistico non esiste spazio né tempo, e perché ciò che è non è una serie di essenti e di utensili ma è un tutto armonico, è un balzare incessante da una dimensione ad un’altra, cogliendone l’unicità armonica e diversissima.

Ed ecco al centro del dipinto ergersi l’emblema del potere, del danaro, della sottomissione. La personificazione di ciò che divide, di ciò che crea guerre e discordanze tra gli umani, di ciò che ha reso uno stupendo giardino terra brulla. E questa oscura potenza, purpurea ed infuocata, emerge dagli abissi e seduce gli uomini usando il loro arbitrio. Svuota l’uomo, lo rende conscio di essere perfetto in quanto uomo, padrone e dominatore, libero di cadere in tutto ciò che lo richiama alla materia. Attratto dalla mano tesa del Re del Mondo, nell’illusione di soggiogare, guadagnare, essere Dio, perde la sua spiritualità. E la mano tesa del Padrone conduce ad un illusorio benessere momentaneo che ha un prezzo carissimo, far rotolare l’uomo nel fango. E l’uomo avvinto da tale illusorio paradiso dai risvolti infernali, che è l’attaccamento alla materia, finisce intrappolato nelle sabbie mobili della terra. Di una terra viscida, sguazzando come automa del consumo nella sua stesa materialità indotta. Ma c’è la Madre che avvolge e protegge, La Madre che è Terra, la Madre che è Acqua. Nell’etereo c’è il candido, la grazia, l’innocenza. Tre stelle cadenti in cima, fuggevoli, sono le aspirazioni dell’uomo, mobili, sono l’ideale e l’idea, sono la ragione vera di vita, l’inseguire un sogno purificando sé e nobilitandosi, eroi dai mille volti, noi umani, cui il compito è custodire il creato, ricreare un giardino dalla terra brulla cui siamo stati condannati per la nostra libertà. Ma la libertà senza l’amore  è la forma più atroce di prigionia, è rendere la bellezza e la grazia inutili e dannose. L’uomo plasmato dal fango per accedere all’assoluta bellezza attraverso la grazia, con la sete di soggiogare l’altro ritorna a sguazzare nel fango, allontanandosi dallo spirito. Lo spirito che solo col corpo può realizzarsi pienamente, lo spirito che investe noi stessi creando un’anima, potentissima e divina, e che agisce nei gesti illuminando tutto e fondendoci con l’infinito.

Tale trinità emerge dall’etereo delle acque su cui aleggiano tre figure angeliche eteree in una mano benedicente che irradia il reale, ed in corrispondenza la Terra stessa si ribella a tale soggiogo umano ed emerge a sua volta da essa, con sguardo severo rivolta verso una edenica realtà. Quest’altra mano non è collocata nella sfera divina ma è qui ed ora, ci mostra una cascata, un giardino, dei monti. Un paradiso in terra, che è nostro compito preservare. Ma lo spirito, da solo non può nulla. Difatti alle figure angeliche ed eteree corrispondono due figure angeliche corporali. L’una seduta su una bolla, che ne indica la provenienza da altre ed impercettibili realtà, e che prende per mano un azzurro serpentello dal volto antropomorfo. L’altra, che è la stessa, è un giovane con ali dorate che soccorre l’umanità dal fango in cui è caduto, rispondendo agli ordini della mano naturale e terrena, che agisce a sua volta per volere della mano trina in atto benedicente che emerge dalle acque eteree.

I due angeli eterei sulla sinistra hanno in mano un poppante, simbolo della purezza di spirito, ed una bolla, miniatura di quella su cui è seduto l’angelo terreno.

E qui c’è la grandezza, la libertà, l’amore, la misericordia e la fiducia che il divino ripone in noi. Gli angeli giovani e materiali sono esseri umani, esseri umani nobilitati dallo spirito, esseri umani umili e ricolmi della grazia proveniente dalle sfere eteree. E con il candore seduti sulla sfera del divino afferrano il serpente simbolo di sapienza, il quale non osa attaccarli, ma viene anch’egli nobilitato e soggiogato dall’uomo, che sotto i dettami divini, accede alla sapienza e la usa non per furti e ruberie, non per sottomettere, non per essere servo del danaro, ma per compiere le più alte volontà. Per far avvicinare all’acqua purificatrice, alla cascata zampillante l’uomo, purificarlo, come nel Lète, e fargli capire  che la purezza è la forma di accesso alla sapienza, come nell’Eunoè, che la grazia sola può glorificare . E, forte dello spirito, con due ali dorate, soccorre l’uomo sperso nelle sue debolezze, ritornato al fango, e lo conduce alla destra del dipinto, verso il mondo che l’uomo può e deve realizzare. Ma potrà farlo solo utilizzando la materia per rendere manifesto il suo spirito secondo i divini dettati dell’anima che Dio ci ha donato. L’uomo, proprio perché ha il corpo, è persino superiore ad angeli e demòni, è l’unico che può ascoltare la luce dell’alma e scegliere, far parlare gli uni, messaggeri di grazia e bellezza, o far parlare  gli altri messaggeri di distruzione e conflitto.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Gravità Zero

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 122X102

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La fuga dalla mondanità verso le tenebre gaudiose e lucenti dell’irrazionalità cosmica, che nella casualità caotica trova il suo senso primo e perfettissimo, comprensibile dall’anima per il tramite dello spirito prima che giunga all’intelletto,  è un ritrovare se stessi. Non ci si sperde ove l’occhio sensibile vigila e si rinnega ogni sprazzo di senso imposto, realismo forzato, positivismo sdottrinato ed empirico, per immergersi nell’immaginazione che plasma il passato ed attraverso il ricordo, sempre personalissimo ed attuale, invade e modifica ciò che ci sembrava accaduto ma che mai accadde se non per nostra concezione implosiva subitanea.

Tuffarsi non è fuggire, è imprimersi in sé, è comprendere sé, nel suo senso iperreale ed  oltreumano a un tempo, vero, profondo. E la profondità dà la vita, eterna acqua di sorgente da cui noi proveniamo, dà la vita al senso stesso di tempo, al nostro wormhole interiore che ci rende padroni dell’universo stretti nell’abbraccio comunitario collettivo, scevro da individualismi bigotti perché egoisti, scurati dall’ipocrisia. E tale profondità apre alla contemplazione somma della bellezza di sé, dunque della natura.

Tuffarsi dunque, gesto per eccellenza solingo, come la scalata, l’ascesa mistica, come l’atto dell’atleta, non è solitario agire, ma proprissimo acquisire consapevolezza della personale realtà statica da sempre, in apparente mutamento, ma scoperta increata a tratti dall’atto creatore stesso. Trasfigurazione dell’Es, trasmigrazione del proprio Ego, transustanziazione della propria immagine, trasvalutazione del proprio credo. E ci si incontra, ci si incontra assieme. L’umanità tutta. Il folle volo è un atto subitaneo, rappresentato nel dipinto nel momento attivo, ma pochi attimi prima dell’immersione. Ma esso è il seguito del lento lavorio interiore che può farci amare gli altri solo odiando in loro la parte terribile che scorgiamo che è la nostra, ciò che ripudiamo nell’altro è ciò che ci spaventa di noi. E solo stando da soli, purificati, felini catartizzati, ove la scaltrezza diviene giudizio e la furbizia astuzia, la brama di potere intelletto, solo allora, dicevo, possiamo e siamo pronti ad accogliere gli altri, ad amare il diverso in quanto, per definizione, nostra parte, nostro strettissimo punto di riconoscimento.

Non sappiamo il gradivo rappresentato nell’opera cosa lascia alle spalle, l’unico punto di appartenenza con il passato sono le sue forme ed il suo corpo. Ma chiarissimo scorgiamo cosa ha d’avanti. In basso il catartico purgatorio, il Lete che fa cadere le sue paure, divenuto, attraverso la coscienza, limpidissimo, mare calmo ma non tiepido, chiarissimo e lucente. In lontananza i monti, i suoi ostacoli, dipinti egregiamente, sono lontani e volando sembrano miserrimi, sembrano ciò che sono al tuffatore consapevole. E la prospettiva designa egregiamente che il varco, il passaggio, il buco nero che porta allo splendore lucente e vivido, non si cura delle vette, rappresentato prospetticamente non solo al di sopra di esse in altezza e quindi in magnificenza ed ordine gerarchico, ma soprattutto prima, antecedenti postume in lunghezza. Il tuffatore consapevole non dovrà né avrà bisogno di varcarli o fronteggiarli perché, nella sua consapevolezza acquisita, che gli concede il volo, la sua condizione conquistata, quella di essere a gravità zero, nulla è più limite, ed il limite stesso si è tramutato in sembiante di se stesso, impotente e vana ogni sua pretesa sull’uomo nuovo che spicca il volo libero.

 

dottor Giovanni  Di Rubba

 

 

 

 

 

 

La Torre dell’Equilibrista

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su pannello multistrato

Dimensioni: 102X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La Torre della Pelosa a Stintino, in territorio sardo, è stato uno dei massimi forti per tutta l’epoca medioevale e moderna. Sita strategicamente nello stretto dell’Asinara, si erge a guardia del territorio. Nella rappresentazione del Maestro Sarossa, essa si innalza non possente ma sicura, stabile, porto ove ristorare l’anima in piena quiete. Punto d’approdo in cui ci si può rifugiare. Essa è sferzata spesso da venti e mari turbinosi, emblema dell’inquietudine e del travaglio umano, sede della coscienza e dei suoi abissi, della prodigiosa ma instabile follia dell’essere umano che, attraverso la sofferenza psichica e il  risvolto sensibile di sé, scopre un altrove dell’io. I flutti avversi, principio della creazione artistica, scuotono l’interiorità dell’essere umano, accendono e vivificano i propri conflitti interiori. Naufraghi spesso ci sentiamo spersi in questa catasta di sensazioni e di sapere, lo spirito che ricerca la somma bellezza sente su di sé tutto il peso del viaggio dell’anima, inquieto vigila. Ed è in questa dimensione che improvvisa svetta una torre, posta nella dimensione spaziale perfetta, solco timido ma inamovibile del dipinto. Monti tenui sono posti ai suoi piedi, i limiti imposti dalla collettività o dal se stesso interiore sono facili da oltrepassare, quasi minori. Ai lati della torre e sopra d’essa un caotico agglomerato di nubi. L’etereo e l’impercettibile tormentano più ancora del reale, più dei monti pragmatici. Il caos primordiale e primigenio, interiore, annebbia la vista, ci impedisce di capire cosa ci accade intorno. Ma alla destra del forte c’è un equilibrista, in bilico tra le nubi stesse, che le domina, attraversa il periglio confuso, sicuro perché dipinto con un bianco più chiaro e deciso delle altre, una nube fa da sentiero stabile. Non è un filo sottile, ma un percorso che pone ordine al confuso arzigogolo nubiloso. L’equilibrista plasma una via, non fugge dal caos del proprio io e della natura, ma lo comprende, lo addomestica, lo fa proprio. E, tranquillo tra i pericoli, certo che il caos non potrà arrecargli nocumento perché lui ne ha intuito la natura, tramite la conoscenza, si dirige verso la sommità della torre. Tal sentiero fermo, tale nube più bianca, è una scia nata tra i flutti della tormenta, è la vita per come la intendiamo, è la vita la nostra, personalissima, un’onda che lambisce le altre, che l’equilibrista, essere senziente e vivo, plasma, modifica, ma che già è allo stesso tempo tracciata. Tuttavia ciò non implica un destino fisso ed immutabile, seppur tracciata e personalissima è e resta flutto, resta movimento, resta in sé dinamico. Nasce dal mare e con un percorso in bilico giunge alla vetta della torre sicura. Ma non è un semplice e timido approdo, l’onda emblema della vita tutto vuole e tutto ottiene, tutto invade, spruzza inarrestabile e sormonta la torre stessa, la invade come il maroso abbraccia sicuro lo scoglio. La nube bianchissima, candida, la nostra vita è generata dal mare, dal caos ed al mare tornerà ma, come la goccia inonda il cielo e genera tempesta, così la vita di ciascuno di noi, perché nostra, è una goccia che lascia sgomento il mare. Il mare non resta indifferente a quella goccia, il mare resta per sempre segnato da questa vita, che a noi può sembrare una delle tante ma che ha un’identità travolgente ed unica. Ogni goccia custodisce un messaggio sensazionale, di immane portata, che non può e non deve essere taciuto. Questa vita, quest’onda particolarissima, questa nube tra le nubi più bianca si impone proprio nel suo essere bianca tra l’oscurità e il colore, all’apparenza neutro, esalta sé e la natura che lo circonda e con essa l’intero universo. L’equilibrio, dunque, non è altro che una perenne vibrazione tra follia e razionalità, non è escludere o distruggere tale vibrazione, ma capirla o intravederla e dominarla facendola propria. L’opera non rinnega l’oscillazione a favore di una certezza ma fa capire che l’unica certezza è l’oscillazione stessa e il modo unico per vivere autenticamente è farla propria. Sormonta la torre un occhio gigante, che tutto vede e tutto sa, emblema di un soprannaturale, di un essere onnisciente. L’equilibrista non pensa di raggiungerlo, ma la sua meta è la sommità della torre. Comprende i propri limiti e l’occhio onniveggente, potente tra i potenti, dall’alto, sembra quasi ammirare quest’uomo, che non aspira all’impossibile al potere, a sconfiggere il caos a favore dell’ordine, atteggiamento che non sarebbe di chi vuole capire sé stesso e la realtà ma di chi vuole imporre il proprio sé e le proprie categorie personali alla realtà. L’equilibrista ha capito che vivere significa essere in bilico sul caos, accettarlo. La vita è una continua vibrazione, una dialettica tra gli opposti e dal dipinto emerge questa verità, certa nella propria imperfezione. Non è con la mente che si comprende l’universo ma con la percezione della sua anima, in perenne movimento, in continua ondulazione. Lo spirito aleggia sulle acque, e la vita, la natura, l’uomo e finanche il cielo altro non sono che superfici fluide, su cui non si può incedere, camminare, ma volteggiare tenui.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

La Valle del Tempo

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Autore: Sarossa (Salvatore D’ Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del Maestro Sarossa “La Valle del Tempo”, realizzata su tessuto rosso, è un vero e proprio catturar l’immagine dell’istante che, nella sua pienezza compositiva, assurge a sintesi della rappresentazione viva e pulsante del tempo.

La nostra percezione lineare è qui superata dal frammento, un frammento, una frazione che dà all’immediatezza della rappresentazione una valenza assoluta. Per un attimo l’opera ci estranea dalla nostra coscienza percettiva e ci immerge, rapidi, nella pienezza del sé consapevole. Scorgiamo, finalmente, l’intera storia dell’umanità, una storia rappresentata con una semplicità profondissima che dà all’opera stessa una “dinamicità statica”. Non si tratta di una semplice descrizione della sensazione istantanea che possiamo percepire in una elevata meditazione ma, l’abilità dell’artista, consente di mostrarci da un lato la graziosa sintesi di passato, presente e futuro della nostra specie, con particolare riguardo alla cultura, ciò che ci evolve in una continua ascesi contemplativa del nostro sé divino e, dall’altro il percorso per raggiungere tale dimensione contemplativa e cosciente.

Tre i colori dominanti, tre più la luce, ed ognuno rappresenta una realtà descrittiva che tuttavia non può prescindere dalla visione d’insieme. Domina il rosso del tessuto, che subito risalta agli occhi del fruitore, ma   le sagome, di un ocra schiarito, per prime richiamano l’attenzione. Ecco la statua, emblema della storia e sua personificazione. È senz’altro una donna affascinante ed eterea ma allo stesso tempo marmorea come le statue classiche, con ciò a rappresentare sincronicamente la vacuità effimera del divenire e del già stato, che attrae proprio per questa insondabilità, per la consapevolezza dell’uomo che non è solo il futuro che ci è ignoto ma anche e soprattutto il passato, a cui possiamo accedere per tentavi, approssimazioni, attraverso ritrovamenti archeologici e supposizioni, tuttavia mai avremo una risposta definitiva, una certezza. Ma oltre ad essere ineffabile ombra è anche marmorea, e tale solidità, possenza, reca in sé la straordinaria contraddizione della storia, non sapremo mai con precisione quale sia il nostro passato ma sappiamo che è stato perché noi siamo ciò che abbiamo, nel tempo, posto in essere, siamo ciò che i nostri antenati hanno, passo dopo passo, costruito, inventato, scoperto. Sulla destra, del medesimo etereo colore, un ammasso culturale, posto lì, quasi come fosse a sé stante. Ma è quello il contenitore della cultura tutta, è la sapienza umana, ciò che ci rende noi, qui ed ora, e ciò a cui l’artista attinge per innovare l’arte, per andare oltre, a guisa dell’uomo che attraverso lo studio del passato fa evolvere la propria specie con scienza, tecnica e, prima ancora, cultura. Il bagaglio del nostro passato è l’armamentario di utensili sapienti che rendono pulsante il nostro esistere, che nutrono di speranza le sorti di ogni essere umano.  Prima di passare all’altra sagoma, al pendolo, è da notare le due catene montuose, di un vivissimo ed intenso azzurro. I monti sono i nostri limiti. La prima catena ha vette che paiono più basse e che sono oramai superate. Sono i limiti e gli ostacoli che i nostri antenati hanno sapientemente varcato per giungere alla conoscenza e raccogliere, come in una biblioteca di sapere, in un museo d’invenzioni e in un prisma di mille bellezze, la loro conoscenza, il loro amore, la loro contemplazione del divino e del Bello. Altra sagoma è il pendolo del tempo, che promana da una luce, una luce orizzontalmente posizionata in sezione aurea e verticalmente al centro del dipinto. Tale luce è Dio, è il divino, è colui che muove il pendolo con un primo tocco, lasciando scorrere i giorni, i mesi e gli anni, i secoli, i millenni, lasciando a noi la scelta, se rimanere caduchi ed inerti o viceversa, consapevoli della caducità, svegli, pronti a cambiare le cose, a provarci, ad osare, per rendere sempre colmo il bagaglio del passato, e non per un nostro fine egoistico, ma per il bene di tutti, per il bene dei nostri contemporanei, per il bene dei nostri discendenti, per non sciupare i doni dei nostri antenati.  L’ocra fa da cornice e delimita l’istante contemplato ma, e qui vi è il percorso maggiore, la via per accedere alla conoscenza, per creare, innovare e preservare. È il rosso del tessuto, il rosso emblema dell’Amore, unica via che travalica tutto ed unica strada per l’evoluzione, la coscienza, la consapevolezza ed il discernimento. Un amore così forte che inonda e domina, che addirittura va fuori del quadro, delimitato dalla cornice ocra, inenarrabile, indipingibile, indescrivibile e presente malgrado tutto. Generatore dell’universo e del tempo e della storia e al tempo stesso ad esso trascendente. All’interno della cornice ocra, ancora, le montagne in alto, che rappresentano i nostri limiti ed ostacoli, quelli ancora da superare, quelli del nostro futuro, quelli da varcare, ma è bellissimo notare come non siano di un pur splendido azzurro intensissimo come i monti del passato ma abbiano sfumature, nere, rosse, rappresentando l’uno le nostre paure e le nostre ombre, l’altro l’Amore, la nostra via d’accesso al futuro, che è la nostra speranza.

 

dottor Giovanni Di Rubba