Natura Invincibile

la natura invincibile G Pollio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

Del maestro Giuseppe Pollio “Natura Invincibile” declina perfettamente il concetto di superamento e di conoscenza così come tracciato dall’Oltrismo, temprandolo con contenuti simbolici interessanti che, attraverso richiami religiosi, non eludono una critica attuale di matrice ambientalista.

L’opra è divisa in sezione aurea, essa è delimitata dalla parte finale del tronco dell’albero della conoscenza. La parte minore, collocata in basso,  rappresenta il nostro mondo, la maggiore, collocata supra l’eden dai cherubini protetto e, più su ancora, le alte sfere celesti.

Nella parte superiore notiamo due alberi: il primo, è l’albero della conoscenza del bene e del male, il secondo, che lo sormonta, quello della vita che propende verso le alte sfere. Attorno all’albero della conoscenza vi è un doppio parallelepipedo aperto a designare, il maggiore le conoscenze metafisiche, il minore quelle fisiche. Tale parallelepipedo forma una “U” rovesciata, una sorta di “N” che designa la Natura ma, divisa dall’albero, diviene una “M” primordiale, simbolo della maternità, della fecondazione, della Madre Terra che dona frutti, della rigenerazione, del giardino sempre rigoglioso. Prima del peccato originale la conoscenza non era preclusa agli uomini ma si trattava di una conoscenza ancestrale, aperta alla natura, ad essa simbiotica, protettiva ma libera e liberatrice, liberante, che sempre germoglia e germogliando sempre si accresce. Sormonta l’albero della conoscenza l’albero della vita, in perpendicolo con quello della conoscenza. Tronco ritto a due foglie che si biforcano a forma di “V” come braccia protese al cielo in aspetto orante, aperte al vero sapere, il sapere come contemplazione del divino, culmine della conoscenza e vera conoscenza.  Più su un cielo sereno, il divin Padre, sulla destra una sfera, la Madre Celeste, sede della sapienza, in forma di luna che compare color metallo sfumato, in pieno giorno, a mostrare l’eternità della stessa che mai si sopisce e che, nelle sfere alte come nel cuore dell’uomo, è sempre presente, anche se talora invisibile, come accade il dì.

La parte bassa della sezione rappresenta il momento successivo al peccato originale, l’albero della conoscenza promana le sue radici rendendo il terreno quasi come un deserto, biancheggiante arido, poco fertile, coltivabile con la fatica così come la donna dà nuova vita col dolore. Sulla destra due mele, dal latino malum, una a metà, già assaporata, l’altra intera, a simboleggiare la memoria di ciò che era prima del peccato originale. Da sottolineare che è punita non la ricerca della conoscenza che mai era stata preclusa all’uomo, come designa il doppio parallelepipedo aperto e l’albero della vita slanciato verso il cielo. Ciò che è punita è la superbia, il voler essere come Dio senza seguitare il divino ed i suoi dettami che rendono libero. È punita la superbia e l’egoismo, l’uomo che rinnega Dio e si crea una sapienza ed una conoscenza a sua misura.

A prolungamento del quadro il giallo si intensifica, diviene sabbia, deserto arido, il culmine della superbia e dell’egoismo umano, l’uomo che guarda ai suoi interessi calpestando gli altri e la natura, inquinando, deturpando, sfruttando la terra oltre ogni limite e necessità.

dottor Giovanni Di Rubba

L’Aura

l'aura Todisco

Autore: Ferdinando Todisco

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Ferdinando Todisco  “L’ Aura” si colloca in una dimensione in bilico tra materialità ed energia  proiettando l’ideologia oltrista all’interno ed all’esterno dell’essere umano in un tutto armonico che coinvolge gradualmente l’uomo, la Terra, l’Universo. Una sintesi dell’Oltrismo energetico del maestro Granito e di quello cosmico/sidereo del maestro Marchese che si inseriscono nel primitivismo oltrista tipico dell’artista.

L’aura, dal greco “alos”, ovvero corona, e dal latino “Aura”, ovvero soffio, è un labile campo di radiazione luminosa che investe e ricopre non solo gli esseri umani ma qualsiasi essente, dagli animati alle clorofille ai minerali ed agli utensili. Spesso invisibile può essere scorta in particolari situazioni e attraverso determinati atteggiamenti del soggetto osservante; scientificamente essa è invisibile alla retina ma visibile ai bastoncelli. Una nube a forma d’uovo, che richiama l’uovo cosmico, una protezione, presente già nelle raffigurazioni ataviche, compare nei Veda, nel Dzyan, nei geroglifici egizi, nelle incisioni rupestri del primo oligocene e persino del pleistocene, sino a exurgere nella simbologia cristiana che ne coglie la sua vera essenza e funzione. Varie sono le rappresentazioni di Santi o Beati ricoperti da un’aureola attorno al capo, una “corona” appunto, o più raramente da un fascio che ricopre l’intero corpo, simbolo del Santo Spirito che su loro discende, promanazione del divino, illumina coloro che sono guide per l’umanità, conducendola lungo la via maestra per giungere alla contemplazione di Dio.

Il Todisco nella sua opra rappresenta in pieno il processo di chi riesce a percepire l’aura. All’interno della figura notiamo diramazioni neuronali che si estendono per tutto il corpo, bianche, e circondate dal celeste. La medicina tradizionale parla di aura come fenomeno antecedente l’emicrania o in altro caso, l’attacco di tipo epilettico, nomandola scotoma. In ambedue i casi le reti neuronali subiscono una scossa nella sfera occipitale o in quella temporale o altresì extratemporale. Il celeste candido che avvolge le reti neuronali designa lo scuotimento interiore cui segue uno stato confusionale, alterazione non solo visiva ma anche disturbi del linguaggio, parestesie che si estendono all’olfatto. Queste ultime, in particolare sono le più interessanti, il naso è il luogo ove ha sede lo spirito e nella parestesia olfattiva c’è un diretto coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, le aree coinvolte nella memoria storica ed in quella emozionale. Lo spirito è pneuma, è vento, respiro ed ha una azione diretta sulla percezione, percezione che all’apparenza modella la memoria ma in realtà influenza direttamente la stessa. Lo spirito plasma. Per di più il coinvolgimento delle aree deputate al linguaggio, in particolare il Broca, e la parafasia fonetica, a guisa di altri malesseri,  pongono il soggetto percepente in una sorta di estasi. Essenziale è notare, altresì, che in caso di coinvolgimento dell’area temporale i disturbi sono di carattere epigastrico, nel caso extratemporale  visivi e gustativi. Capiamo bene la varietà e le potenzialità dell’essere umano di andare oltre, di percepire l’impercepibile, di bilocarsi persino, nello spazio quanto nel tempo, di superare ogni barriera o ostacolo fisico grazie alla divina illuminazione. Presunti disturbi scotici sono presenti in diverse figure di Santi e Beati, di mistici, che vanno al di là delle barriere sensoriali, dei sei sensi carnali, raggiungendo una  dimensione eterea, illuminati illuminano e guidano.

L’artista nello stesso tempo in cui rappresenta questo scuotimento interiore che è del fruitore e più in generale del soggetto percepente, si arresta, accovacciando l’alma celeste, rendendola materna protezione divina che impedisce la follia in uno stato mistico di tal guisa. E poi, paradossalmente, rappresenta all’esterno il contorno corporale di una persona che emana l’aura, abilmente e in una ottica universale che accomuna l’uomo che vede la luce con quello che la emana in una unica realtà, essendo l’illuminazione destinata all’illuminato. Di più, il malessere del percepente è il medesimo dell’emanante, ma l’emanante è accolto dal manto celeste e materno, come dicevo, ed il percepente, illuminato è guidato dall’emanante.

L’aura che avvolge l’emanate è di cristallo, la tipologia del guaritore, del guaritore d’anima quanto del corpo, del taumaturgo che sana le membra partendo dall’interiorità.  Attorno c’è uno sfondo castano, a designare la Terra, il nostro mondo, il mondo abitato dagli esseri umani, la Materna Terra che, fuori dal corpo, getta il suo manto sanante all’interno dell’essere umano. Tale sfondo è costernato da diverse sfumature, l’universo, il Dio Padre che è energeticamente rappresentato come Spirito, lo Spirito che chiude in un abbraccio, che è l’origine di questa forza interiore umana e che ha in sé le sfumature delle diverse auree che corrispondono a diversi temperamenti umani. È il Santo Spirito che discende e tutti noi emaniamo uno spirito, un’aura, che tale Spirito divino, plasmando l’alma, ci consente di promanare attraverso il corpo, a seconda dei nostri talenti ed a che gli stessi fruttino. Indaco, lavanda, viola, verde, giallo, magenta, arancio, rosso.

dottor Giovanni Di Rubba

Linda Granito, commento a tre opere

Autore: Linda Granito

Opere Commentate: Tunnel di Luce; Esplosione di Fiore Energetico, Trasmissione Energetica Madre Terra Donna Dea”

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Linda Granito si colloca a pino titolo nella corrente artistica dell’ Oltrismo, in particolare, pur senza eludere una originalità propria, è molto vicina all’oltrismo cosmico/sidereo del maestro Antonio Marchese, che esplora e rielabora nebulose ed ammassi interstellari, ingenerando una realtà che va oltre alla mera osservazione empirica, innescando interessanti rimandi allegorici alla vacuità esistenziale che si apre, tuttavia, alla speranza di noi, spersi nel cosmo, ma la tempo stesso suoi figli e quindi ad esso appartenenti, come ad una famiglia. La pittrice Granito, a ciò, aggiunge una rappresentazione energetica e fluttuante, ove da ammassi fluidi promanano significati altri, esplorando energie cosmiche, le sue rappresentazioni, in verità, descrivono la nostra dimensione interiore da una angolazione oltristico/tralucente.

Quivi analizzerò tre delle sue opere, scelte perché rappresentano, così come posizionate in sequenza, una vera e propria evoluzione spirituale ed interiore. In particolare saranno commentate:  “Tunnel di Luce”, “Esplosione di un Fiore Energetico”, “Trasmissione Energetica tra Madre Terra e Donna Dea”.

 

TUNNEL DI LUCE

tunnel di luce

“Tunnel di Luce” è una vera e propria esplosione, esplosione che chiude in sé una varietà cromatica ed allo stesso tempo una dualità di colori, il blu con le sue differenti sfumature, ed il giallo, ora vivido, ora lucente, ora trasformato in bianca luce cosmica. È d’uopo analizzare il dipinto dal basso, nonostante l’attenzione del fruitore sia subito catturata dal suo centro prospettico, sorgente viva di tralucenza. In basso è tracciata una  foresta frastagliata di un oltremare oscuro, è come terra incolta e oceanico abisso, un abisso che incatena, periglioso. La nostra esistenza meramente corporale che ci inghiotte irretendoci nelle sue trame, nelle sue pungenti fluorescenze che sono piante ingannevoli, aculei vorticosi. C’è perfino, mediana, una traccia cadmio, orma della sofferenza. Attorno qualche speranzoso sprazzo violaceo, di un viola cobalto. È la rosa nella spina, la speranza della sofferenza, della prigionia, il dolore esistenziale che si fa catarsi esistenziale. E dunque si ascende, l’oltremare inizia a farsi sereno celeste per poi divenire cobalto viola che esplode  come macchia d’inchiostro. Questa speranza cromatica tutto trasforma conducendoci al centro del dipinto, finalmente, ove da una sferetta appena appena accennata, e del colore redentore, si apre una bianchissima luce sovrannaturale, da cui emerge quasi, sulla sinistra, una figura umanoide, forse angelica, una guida. Tale luce termina nel cadmio chiaro, solare, emblema del Dio Padre. E termina ove essa stessa è generata, è tale misericordia divina che ci irradia dall’alto e infonde luce e trasmuta il cadmio oscuro della sofferenza in violetto cobalto della comprensione del dolore, lieta assistenza. Tutto intorno, da quell’irradiata luce, nella parte alta del dipinto, a destra come a sinistra, il periglio clorofillico d’oltremare oscuro si acuisce e cristallizza, non scompare ma si fossilizza, gelido come ghiaccio ed è come una antartica caverna, che placa dunque il dolore, quasi si riscalda e la nostra vita è nella luce ed il gelo placato qualcosa da osservare immersi nell’infinità di un raggio divino.

 

ESPLOSIONE DI UN FIORE ENERGETICO

esp2

In continuità  con l’opra appena commentata è ”Esplosione di un Fiore Energetico”. Anche in quest’opera si analizza una fase interiore, una fase successiva a quella della illuminazione, la fase di presa di consapevolezza di sé, meglio, la fase in cui inizia a esplodere in noi il noi stessi. Ed è un pullulare di energie.

Sullo sfondo il blu, a destra più intenso a sinistra sfumato, di un chiarore che sfiora il bianco. Il fusto, il gambo, è smeraldino, il suo colore è impreziosito come gemma rara e simboleggia le nostre radici, le nostre origini, ciò da cui siamo partiti e che permarrà sempre in noi, quella che è la nostra famiglia, la nostra patria il nostro Dio. Luccicante, tesoro da preservare ed allo stesso tempo da coltivare per la nostra crescita. Salendo, infatti, il fusto si apre ad imbuto per contenere il fiore, la nostra anima, più in generale il nostro essere, ed il verde è più caldo, accogliente, grembo materno di quel tripudio cromatico che sono i petali, dipinti come flusso energetico. Flusso inarrestabile, fiamme multiformi ma adagiate con garbo nel grembo da cui promanano. Giovanili ardori ed eroici furori, guizzanti. Domina il rubino sanguigno, sfavillante come logos, parola, mai spenta e mai sopita come le nostre azioni furenti, la nostra vitalità inarrestabile. Ma non può non notarsi che al centro delle petaliche fiammelle del nostro essere vi è la luce gialleggiante che nasce dal grembo e come corolla è il vero cuore di questo ardire, il cuore che pacato, nato dal grembo, dirige e dà armonia a tale tripudio, altrimenti in balia di sé. Luce divina che dà ordine al nostro caos, luce armonica. Attorno ai petali scoppiettanti un rosa temprato, che è il risultato dell’azione eroica quanto del furore interiore pacato dalla luce cordica clorofilla, un rosa che quasi sfocia nell’incarnato perché il risultato di tale tripudio vitale non è la violenza ma l’immenso amore, la dolcezza, il darsi agli altri, l’aprirsi al mondo. Aprirsi come promanazioni rosee per diffondere la pace e la concordia.

Interessante un altro aspetto, a destra ed a sinistra del fiore abbiamo due realtà completamente diverse, a destra una realtà energetica, spirituale, dipinta sfumata, sia nel verde delle diramazioni del fusto che nel blu che fa da sfondo. La nostra dimensione d’energia è anche quella di pensiero e di sogno, di immaginazione, di evasione, di creatività. Sfuggente, smossa, fluttuante. A sinistra invece il blu quanto il verde sono fermi, di un colore deciso e sicuro, a designare la nostra sfera pragmatica, razionale, riflessiva. Ambedue non sono in contrapposizione ma sinergicamente dirigono il nostro agire quanto il nostro non agire, favoriscono il  nostro essere nel mondo rosea promanazione armonica di ciò che abbiamo dentro, del caos e dell’ordine, dell’istinto e della ragione.

 

TRASMISSIONE ENERGETICA TRA MADRE TERRA DONNA DEA

trasmissione energia donna Dea Madre terra

L’opera “Madre Terra Donna Dea” è l’ultimo stadio di questa analisi del trittico floreale della pittrice Granito. Le immagini sono qui indefinite, hanno qualcosa che ricorda le radici e sono grigie radici. Rappresentano un istante arcaico, primordiale, il momento esatto in cui il divino con il suo dito michelangiolesco sfiora l’umano in segno di alleanza, di più, il momento in cui Dio soffia, dona il pneuma, docile vento, agli esseri umani, rendendoli animati e, realmente, veramente e fattivamente a sua immago.

In quest’opera, tuttavia, il tutto è visto in una ottica femminile e c’è un che di biologico in questa trasmissione energetica. Le ataviche radici sono di un magma grigiastro dalle diverse sfumature che ricorda un po’ il brodo primordiale, un po’ un varco, un wormhole, un varco cosmico ed al tempo stesso esistenziale. Qui non vi è corporalità come nella “Creazione di Adamo”  ma ciò che è rappresentato, mobile,   è lo pneuma stesso, lo spirito. Lo spirito nella sua femminea essenza che la Madre Terra, sulla destra, dona alla Donna Dea, sulla sinistra, cioè alla donna che diviene simile –ma non uguale- a Dio, al divino. Quindi queste radici fluttuanti ed arcane rappresentano il momento stesso del passaggio pneumatico e parallelamente il pneuma stesso che viene trasmesso. Di più essendo come radici la corporalità mancante è sanata da questa Madre Terra che dona e, mentre dona, come possiamo constatare al centro del dipinto, viene quasi a formarsi un cerchio. È lì, che si sta definendo, ma non è ancora ultimato. È la sfera della conoscenza in fieri, è la corporalità in progress. Questo dono energetico, questo pneuma che viene trasmesso plasma l’interiorità dell’essere umano che era stato precedentemente plasmato dal Creatore proprio dalla Terra, dal fango. Per questo emanando il soffio vitale viene a compiersi la plasmazione non solo nella dimensione corporale, come statua, icona senza anima, ma in quella spirituale, lo spirito dà vita all’anima che inizia a modellarsi, a divenire una sfera o una elissi. Ed è così, in questo stesso istante, che la terra non è più fango ma diviene Madre, in questo istante creativo l’uomo, la donna, riconosce la terra come madre, ma nel momento stesso in cui essa diviene Madre, per volontà divina. Dio soffiando nell’argilla corporale il suo pneuma dà vita all’essere umano e dà contestualmente dignità, consistenza alla terra, la eleva a Madre dell’uomo. È una sincronia retroattiva e difficilmente immaginabile ma ben realizzata dall’artista che tenta di cogliere questo preciso istante trasformativo, di definizione e di presa di consapevolezza.

Lo sfondo è il solito rosa pacato, quello che sta a designare le nostre azioni figlie dell’amore, è rosa perché fa da cornice ad una situazione creativa che non può non essere tipicamente femminile. È la donna che fa nascere i figli –di qui il motivo del titolo Madre Terra Donna Dea-,  ma è un rosa che designa anche le nostre azioni, come dicevo, ed essendo in un attimo formativo non è ancora rosso ardente come il fuoco, ma più pacato, più dolce, di una leziosia genealogica tipicamente femminea.

dottor Giovanni Di Rubba

La Forza e La Grazia

la forza e la grazia

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Misure: 40 X 50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “La Forza e la Grazia” si pone nella dimensione simbolico/onirica dell’Oltrismo e supera la staticità apparente del dipinto ravvivando le immagini con significati dinamici che, in questo lavoro in particolare, non eludono una critica di carattere sociale alla condizione dell’uomo in questa epoca di Grande Recessione.

C’è una duplice dimensione, quella più spiccatamente istintuale e terrena, la forza, rappresentata dal cavallo e quella divina rappresentata dal volatile, in bilico tra gabbiano e colomba. Il cavallo tuttavia trascende la dimensione mondana essendo simbolo del sole ma allo stesso tempo conserva in sé le più basse ed ancestrali caratterizzazioni dell’essere umano, la forza bruta, indomabile, l’energia pulsionale, il temperamento focoso/sanguigno, la potenza sine regula, la paura che si trasforma in ceca ribellione, l’individualità manifesta, l’uomo solo contro il mondo e contro tutti. Ma c’è il Santo Spirito che è colomba e discende dall’alto e che è gabbiano e rende liberi. Scende dall’alto e quasi lo cavalca e doma, quel volatile che è la grazia lo monta non salendo a galoppo ma irradiandolo e trasformandolo. Trasformandolo in ciò che egli realmente è, un messaggero, azzardando un angelo, un combattente. Messaggero e combattente, il ruolo ed il servizio che il nobile animale ha reso all’uomo, nelle guerre, nelle ambascerie. Ma la potenza di questa colomba che rende gabbiani è un po’ come l’arcangelo Gabriele nella sua impercettibilità e nella sua fuggenza ed il destriero diviene emblema a sua volta di un altro arcangelo, Michele, colui che combatte  il male, che utilizza la forza non in maniera dispersiva e contro il mondo ma per il mondo e per la sua salvezza. Ecco che qui si rendono percettibili le due dimensioni della vita umana quella attiva, il cavallo, e quella contemplativa, più alta, la colomba e solo con la contemplazione può placarsi un ardore distruttivo rendendolo  funzionale. La grazia è anche quella trascendenza femminea, quell’ideale per cui si battevano i cavalieri, la donna, grazia per eccellenza, grazia che dà senso a ciò che invece sarebbe mera violenza bruta; donna, guida dell’umano spirito, placatrice degli impulsi distruttivi, colei che trasforma violenza in amore attraverso la bellezza, le dame che non solo domano  la rozzezza ma che colorano cortesemente ideai quali l’onore, la lealtà e la prodezza riempendoli cordicamente e trasformandoli da meri codici freddi e razionali in valori, ossia la liberalità, la magnanimità e la virtù.

Il cavallo è tuttavia nero, funesto, sembra simboleggiare il male, a differenza del celebre e principesco bianco destriero. Ed il colore ricorda il terzo equino della giovannea rivelazione, quello che porta fame e carestia nel mondo. E qui il maestro Pollio in un certo qual modo attualizza figure ancestrali, va al di là dell’archetipo e spalanca le porte alla critica sociologica e storica. Il nostro presente. Quello della Grande Recessione che da più di dieci anni stiamo vivendo. Il terzo destriero dell’apocalisse che annuncia la precarietà, “un tozzo di pane per la paga di un operaio”. Ma la grazia della colomba che lo sormonta gli fa chinare il capo e dà spazio al cavaliere, assente nel dipinto ma dalla cui assenza viene denotata una maggior presenza, il cavaliere ha in mano una bilancia, a simboleggiare la giustizia, la giustizia che ritorna, una giustizia che sarebbe svuotata di significato se intesa meramente come legge, legge serva dei potenti, dell’economia, della politica, del liberismo sfrenato, del capitalismo austero e spietato, della sete di guadagno, che rende l’uomo schiavo e servo. Arriva il cavaliere colmo di grazia, la salvifica giustizia di danielica memoria. E quella giustizia non è solo razionalità che crea menti produttive e serve ma soprattutto proviene dal cuore, dal femmineo sorriso, dal palpitio d’assoluto.

Da sfondo un cielo annuvolato, emblema del Dio Padre, un cielo annuvolato che una pallida ma luminosa luna, la nostra Madre Celeste, finisce per schiarire, in sommità si fa terso, vince la misericordia.

Il dipinto, in sezione aurea, nella parte minore, che è quella bassa, ci rappresenta il nostro mondo, un deserto ove cavalca il destriero, un deserto che simboleggia fame e carestia, crisi economica. Ma quel destriero poggia le sue zampe nella parte bassa e il resto del corpo in quella maggiore ed alta, ove sono situati la colomba/gabbiano, la luna, il cielo. Ed illuminati da tale grazia, i sassi che sono sulla terra brulla, simbolo della durezza di cuore oltre che gli ostacoli alla nostra crescita, sembrano animarsi, farsi paglia e quindi frumento, smossi da un vento silenzioso e gentile. E si apre una nuova speranza. Un mondo da costruire, con le nostre forze, con la nostra mitezza, illuminati dalla grazia e dalla misericordia divina. Un mondo che potrà divenire, nuovamente, un giardino meraviglioso, rigoglioso verso cui incamminarci liberi.

dottor Giovanni Di Rubba

Il Mio Sogno di Libertà

Il mio sogno di liberta' olio su tela plastificata 55x75

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela plastificata

Dimensioni: 55X75

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Il Mio Sogno di Libertà” del maestro Giuseppe Pollio denota e caratterizza la dimensione onirica dell’Oltrismo. È quasi un sogno mistico, regna una pacata atmosfera di quiete e serenità.

Dividendo il dipinto in sezione aurea notiamo che la parte minore termina in bilico tra la fine del corso d’acqua, aperto prospettico verso il cielo, e la luna/sfera, di cui vedremo il significato. Il fiume è emblema, in prima istanza, dello scorrere della vita ma ha inizio con una cascata con acqua statica, statica come i nostri cuori chiusi, un’acqua che non precipita ma immolizza. In una dimensione quasi magica c’è una inversione gravitazionale, un loco in cui tuffarsi. Il fiume scorre all’inverso, in reverse, partendo dal cielo; la foce è l’inizio della nostra vita, la sorgente la dimensione celeste e divina da cui essa promana.  Non è un caso che il fiume, che delimita assieme alla luna la parte alta da quella bassa della sezione aurea, non divide però il dipinto in parte bassa –mondo reale, terreno- e parte alta –mondo celeste, alte sfere-. In questa voluta imperfezione stilistica vi è la traccia della perfezione, come la Venere strabica che apre il suo fascino, nella sua essenza eterea e concreta ad un tempo, così che il corso sfori nella parte alta, sfera celeste, da cui, come detto, trae sorgente. il mondo reale è oniricamente un prato, un giardino verdeggiante, che sta a designare la Natura che ci circonda. In essa vi sono tanti sassolini, essi da un lato sono emblema degli ostacoli da superare, a guisa delle montagne sarossiane, ma dall’altro rappresentano anche le nostre di esperienze, i nostri errori, le nostre paure, finanche le nostre amicizie ed inimicizie. Pietrine adagiate oniricamente su un edenico prato, un giardino scevro da ogni scempio umano. Nella sfera alta si declinano le vere dimensioni della libertà. In media res, tra detta alta sfera della sezione aurea e la bassa, in un cielo muto e bianco, candido, silente, e su cui tracciare come su di un foglio i nostri sogni, si adagia una sfera.  Emblema della luna e della Madre Celeste, ma al tempo stesso rappresenta il primo cerchio del paradiso dantesco. Simbolicamente mostra coloro che non hanno potuto adempiere a voti e promesse nei confronti del Signore non per loro colpa. Questa la linea difensiva della Celestissima Madre innanzi al Suo divino Figlio. Una madre che, come tutte le madri, si cala nel primo cerchio a mostrarci la sua vicinanza. La luna, inoltra, designa anche la sapienza, in quanto sfera, ed è la Madre della divinità, Regina di Sapienza, che essa ci dona.

La sfera alta non in sezione aurea, quella che comincia ove termina il prato, è divisa a sua volta in quattro parti. Della prima, lunare, abbiamo parlato. Nella seconda c’è una mano tesa, di un rosa limpidissimo, che spunta da una tunica. Essa rappresenta il figlio di Dio e Dio egli steso incarnato. Da Egli , e si passa alla terza di parte, dalla mano tesa, promana un volatile. Esso, per volontà stessa dell’artista, è simile a colomba ma anche a gabbiano. La colomba rappresenta lo Spirito Santo paraclito, da cui tutto promana, pneuma vitale degli essenti e della materia tutta e che tutto ci investe se sappiamo umilmente accoglierlo e seguirne la voce, rendendoci candidi ma soprattutto liberi in volo, come gabbiani. Nuvole circondano questa parte del dipinto ove la colomba sta per spiccare in volo. Ma tuttavia, in inversione apodittica ed allo stesso tempo in sincronia atemporale, se da un lato sta per spiccare il volo verso l’ultima parte della sezione aurea, ove il cielo è più limpido, a simboleggiare Dio Padre, dall’altra, con abilità stilistica del maestro Pollio, sembra, e lo fa, scendere verso di noi, verso il mondo reale, reale in senso hegeliano di razionale, ma di più, meramente ed esclusivamente razionale. La sola ragione che non può illuminarci né renderci liberi né mostrare la via. La colomba/gabbiano è nata dalle mani del logos incarnato e logos essa stessa protesa verso il Dio Padre celestissimo ed allo stesso tempo discendente verso di noi al fine di donarci la vera libertà.

Nel mondo reale il corso d’acqua, che è la nostra vita, è coperto da un guscio, nasce da un muro possente e guscio duro rappresenta il nostro corpo. Esso in sommità, lungo il corso, è frastagliato, ad indicare le nostre cadute, le nostre confusioni, la nostra umanità e finitezza. Le nostre paure, le false libertà mondane, color noce come tronchi d’albero ed il nostro corpo è un albero che contiene quel flusso vitale, quella linfa, che è il nostro spirito, uno spirito che, per renderci liberi, non deve farci ergere a padroni a priori di noi stessi. Le libertà mondane, infatti, recano limiti e velleità, come quelli della foce, foce che se noi rendiamo con superbia sorgente, ponendola come origine del nostro castano corpo nocetico lì, all’inizio, diviene di una sfumatura più scura, violato e colmo di sassi, i nostri limiti, i nostri vizi che acuiscono l’oscurità cromatica. La vera libertà non può che provenire dall’alto, dalla luna/Madre Celeste, Regina di Sapienza, nostra difensrice, dal Figlio di Dio, logos che illumina, parola manifesta, fonte di Spirito Santo, che è il volatile dalla duplice forma e che, discendendo e salendo e dall’alto, alimenta la nostra vita, il nostro percorso, che è il fiume, posto al centro, tale Spirito , tra la miracolosa mano del Figlio e l’insondabilità dell’Elyon, dell’Altissimo, del Celestissimo Padre. Questa la sorgente della nostra vita, tale Trinità, tale Madre, sorgenti che davvero squarciano il muretto irto di sassi, limiti e vizi, vanagloria e paura, ostacoli, facendosi tuffare liberamente e liberi per vivere con un obbiettivo, raggiungere le sfere celesti e nel frattempo rendere un giardino rigoglioso il nostro mondo, la natura, gli essenti animati e minerali, gli utensili ed i nostri rapporti con essi e soprattutto con i nostri simili, esseri umani.

dottor Giovanni Di Rubba

Mondo Reale, Mondo Surreale. Le dimensioni dell’Oltrismo.

mondo reale e surreale le dimensioni dell'oltrismo

Autore: Sarossa

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Sarossa “Mondo Reale e Mondo Surreale” segna un duplice superamento ed è peculiare per soggetto e contenuto.

Adagiato in sezione aurea, possiamo dividere il dipinto in due, una parte bassa minore e la parte alta superiore, a sua volta perfettamente divisa, ad immagine della prima, in due parti superiore, parte alta I e parte alta II. La parte bassa rappresenta il mondo reale, la parte alta il mondo surreale, le alte sfere cosmiche che trovano nella surrealtà la dimensione della trascendenza.

Nel mondo reale fa da sfondo un placido, chiaro e cristallino corso d’acqua, non vi è violenza, non vi è deturpazione dell’ambiente né altra scelleratezza umana sull’esistente. Vi è pacatezza. Pacatezza generata dalla figura che campeggia a sinistra del fruitore, fruitore la cui attenzione subito è catturato da questa insolita presenza. Il Santo del Gargano, San Pio da Pietrelcina, beneventano. Una immagine che fa il suo ingresso radioso e domina il dipinto, ma se il busto è qui, nella dimensione del reale, il volto è posizionato nella prima parte aurea della sfera superiore. Quivi sono presenti i simboli tipici dell’Oltrismo di Sarossa, i monti, che rappresentano gli ostacoli da superare, ostacoli che conducono alla parte più alta della sfera celeste. L’intera sfera superiore inizia ove termina il placido corso d’acqua della realtà ed è di un blu intensissimo, non il blu abissico ma quello fluttuante di immensità e mistero, di amore pullulante come le pennellate dell’artista che, creandolo, dà un senso di movimento che si contrappone alla staticità, seppur pacata, presente nel corso d’acqua della parte inferiore/reale. Altro simbolo dell’Oltrismo presente nella parte inferiore della sezione alta, accanto ai monti, quasi costeggiandoli in volo, è la sfera, sfera che simboleggia la conoscenza. Attraverso la conoscenza l’essere umano va oltre, concepisce il bello, lo contempla e, per ed attraverso l’ amore, raggiunge l’armonia. Purtuttavia quivi il Santo del Gargano va oltre ancora, il maestro Sarossa nel dipingerlo con fare umile dipinge l’al di là dell’Oltrismo stesso quanto dell’arte, comunicando al fruitore che l’arte è una parte ma non il tutto. San Pio col suo busto ed i suoi abiti di frate minore irradia di sana mitezza e dolcissima umiltà la sfera del reale, rendendola placida. Il busto rappresenta la dimensione umana del Santo. Il suo volto, invece, è nella parte bassa delle alte sfere e dà senso della provenienza di tale mitezza, di tale tranquillità, dell’amore eterno. Col volto dà le spalle ai simboli dell’Oltrismo non come a rinnegarli ma imponendo con santa umiltà il volto stesso, comunicandoci che la conoscenza è importante tanto quanto l’arte ma da soli non bastano per farci accedere al divino. Egli infatti scrive “non gli uomini di scienza ma gli uomini di cuore si salveranno”. Dunque la dimensione gnostica è portata a compimento dall’esempio, dalla vita attiva e da quella contemplativa. Il suo volto termina nella parte inferiore delle alte sfere perché egli è soltanto uno strumento nelle mani di Dio, Dio collocato nella parte più alta, al di sopra dei monti, fluttuante d’azzurro, non tracciato come immago dal maestro Sarossa, quasi a rispetto della sua innominabilità ed irrapresentabilità. Egli è lì anche se il fruitore non lo vede, ma promana il pneuma ondeggiante d’azzurro, promana il soffio vitale, il Santo Spirito. E tramite Esso il Santo ce ne fa pregustare la presenza già nel mondo reale. In primo piano vi sono le rose, simbolo mariano, quei profumi che, si dice, emanava il Santo stesso. C’è la candida rosa, l’empirea rosa, c’è la Madre del Creatore, dunque, nostra intermediaria presso Dio, come intercessore nostro è padre Pio. Egli, umilmente in primo piano, ci fa pregustare gli intimi odori, sapori, la leziosa musica divina, perché Egli stesso pose la Santa Vergine e Dio al primo posto, per amore del prossimo e del creato. Così, come seguitando le beatitudini, il mondo reale si placa e la conoscenza, una conoscenza scolastica, patristica, agostiniana, ma che racchiude anche i nostri studi liberali, assieme all’impegno artistico, solo attraverso tale umile volto ci consente di varcare i monti, superare i nostri ostacoli.

In quest’opera, dunque, l’Oltrismo supera sé stesso, silente innanzi al mistero, rispettosissimo innanzi al misticismo ed alla santità e, con Pio da Pietrelcina, il surreale diviene trascendente, come accennato supra, ed il trascendente stesso placa i subbugli del reale, asprose guerre, rovi tra i giardini, malevolenza umana, divenendo riflesso del trascendente.

dottor Giovanni Di Rubba

Final Message, 2003

final message

Autore: Sarossa

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Final Message, 2003” del maestro Sarossa, fondatore del movimento artistico dell’Oltrismo, fa parte del “ciclo dei concerti” e si pone in bilico tra misticismo e concretezza, una concretezza simbolica che fotografa dinamicamente un periodo storico di transizione, quello dei primi anni del nostro secolo, del nuovo millennio.

Il dipinto è diviso in sezione aurea, scindendo una parte bassa, la minore, ed una alta, la maggiore, divise da un muretto. Siamo in un deserto, terra brulla, un deserto non meditativo ma d’attesa, una attesa che è quella dell’umanità innanzi alla nuova epoca, quella dello Spirito, dell’etereità, dell’etereismo che va aprendosi, quell’epoca dell’Aquario che inizia a svilupparsi con la cibernetica, l’età cibernetica di cui il 2001 ha segnato lo spartiacque di quella che gli storici inquadrano come epoca contemporanea. Domina l’ocra, colore scarno, distesa rude e rada a simboleggiare la mancanza di riferimenti e valori cui si trova sperso l’uomo del 2000. Il fruitore è subito colpito dalla parte bassa, in cui un busto femminile, che rappresenta la storia, sta a guardare un palchetto di blu intensissimo , una sorta di anfiteatro in cui sta tenendosi un concerto. La storia guarda, osserva, inespressiva ma presentissima, osserva come donna, padrona quel piccolo anfiteatro, piccolo ma vivissimo per i colori. Osserva novella Pallade ed il suo silenzio è un fracasso. Osserva la dimensione musicale che è moda, guarda impassibile come Moira, statica come Fato, questo cambiamento epocale, questo ribaltamento, conscia che nel 2003 l’essere umano inizierà a percorrere sentieri mai prima toccati. Ribaltamento epocale, di lì in poi saranno sovvertiti i significati delle tre parole che connotano la storia stessa. La contemporaneità, che è un soffio ed un eterno presente, che è mero racconto cronistico di ciò che accade in un giorno o in un’ora assurgerà, di lì in poi, a dimensione esistenziale della persona, regredita ad individuo. L’attualità che è il messaggio storico, l’orma dei grandi del passato, ciò che li rende ancora vivi per le loro opere immense, per le loro gesta grandiose, per i loro intramontabili scritti, di lì a poco sarà obnubilata da questo eterno presente che andrà a formarsi, dall’oblio della vacuità. E, paradossalmente però, un’ancora di salvezza c’è, un’apertura, una inimmaginabile apertura, il modernismo, nella sua declinazione come moda. Quel concerto designa la potenza che salva dall’oblio, dall’eterno presente vacuo, la moda attraverso l’arte, e nel caso di specie la musica, diviene la nuova dimensione universale. Salva, salva perché è apparenza, apparenza intesa come manifestazione dell’essere, apparenza che è la via da seguire in questa brulla realtà esistenziale ancora in embrione nel 2003 ma che, profeticamente, è quasi compiuta ora, nel 2018. L’apparenza dell’arte, dunque, che manifesta e rende essente l’essere in contrapposizione con l’etalagia della contemporaneità, dei selfie, dell’immortalare ogni attimo della nostra esistenza finendo per non immortalare alcunché, l’essere umano nella sua etalagia divenuto vetrinetta dell’eterno presente e nell’eterno presente distratto dal tutto e percepente il nulla, la brulla e desertica vacuità esistenziale. L’arte, la musica, sono la via, la trasmutazione dell’etalage in apparenza.

Ciò avviene con l’arrivo di un aeroplanino rosso, rosso come il cuore, l’amore, l’Hermes cordico che come un colpo d’ascia invia il suo messaggio, la musica, l’arte come eros, ossia pulsione che ci spinge alla ricerca del bello spalancandosi nell’agape alla via della contemplazione e, quindi, al raggiungimento dell’armonia. Un aeroplanino/Hermes, come quelli fatti dai bambini, dagli adolescenti distratti, semplice, umile ma colmo di una forza indomita, quella forza delle future generazioni, quella forza plasmata dalle future generazioni, l’aeroplanino come evasione nella forma ma nella sostanza ricco d’amore, di passione, una passione tracotante che non sa celarsi ed anche nella esteriorità è intensissimamente di fuoco. Il fuoco che brucia e che mai può sopirsi. il fuoco che è nelle aspirazioni dei ragazzi, quel fuoco che è l’unica speranza per il futuro, per non divenire scarne menti produttive. L’aeroplanino squarcia dunque la vacuità della brulla terra, apre gli ostacoli. Dal muretto su cui atterra, e che simboleggia i piccoli ostacoli da superare per raggiungere sé stessi, spalanca un sentiero che però non conduce sino ai monti, le asperità maggiori della vita. È monco, si arresta. Nel suo fracasso anima l’anfiteatro pulsante ed azzurro ove si ascolta uno splendido concerto, una misteriosa e salvifica melodia, non raggiunge i monti ma tramuta il loro blu, che simboleggia qui l’abisso, la difficoltà del valico in un colore più tenue, celeste. I due monti mantengono il colore d’abisso ed il periglio, ma sinistra, ove ci si incammina per l’ascesa, sono acque tenue e non burrascose. Ed anche il cielo, giallo come il deserto, si fa attorno alle cime dei monti bianco, limpido come uno sprazzo di luce, come una pagina da scrivere, che i ragazzi dovranno scrivere con le loro mani, col loro cuore. La musica, il messaggio artistico plasmato dalle mani di un ragazzino, semplice ma possente ha aperto una via nel deserto rendendo meno periglioso il viaggio. Tuttavia l’arte è solo il punto di inizio, sta a noi, sta alle future generazioni proseguire, scrivere, cantare, suonare, dipingere, modellare, creare, seguitare la giusta via che è nel loro cuore perché non c’è giustizia senza amore. La musica apre un varco, il nostro lavorio, il lavorio delle generazioni future, il lavorio interiore, spirituale, deve comporre questa magnifica melodia di cui l’aeroplanino è solo l’overture, overture che senza paura le future generazioni dovranno completare, seguitando tra le note della vita, i suoni della natura, il respiro rigoglioso del proprio essere che riempirà di fiori il deserto, in cammino verso l’assoluto che è in loro e che è in noi, inseguendo la bellezza ed amando per raggiungere l’armonia nella brulla terra esistenziale che è la nostra e la loro vita. La sterile terra diverrà uno splendido giardino, ritornerà un magnifico eden, se i ragazzi sapranno coltivare l’immenso amore che hanno dentro.

dottor Giovanni Di Rubba

Il Sogno di Icaro

il sogno di icaro

 

Autore: Sarossa

Materia e Tecnica: olio su tela

Commento a cura di: Fortunato Cotroneo, poeta

 

Cosa sta sognando Icaro, il capo reclinato, le ali posate come esauste di un lungo viaggio.
Una nuova vita che sta arrivando?
Un messaggio, etereo e misterioso, su lidi sconosciuti e affascinanti?
Siamo di fronte ad una pausa della memoria, un armistizio cosmico, che tutto sospende, sentimenti e cose.
Sarossa, ci fa entrare in punta di pennello, nel silenzio più desiderato è più temuto, ma anche, ci lascia soli con il fragore delle nostre coscienze.

Fortunato Cotroneo

The Eye of God Nebula

The Eye of God Nebula

 

Autore: Ember Canada

Materia e Tecnica: Oil on Canvas

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“ Honestly, it’s hard for a photo to capture the intense colors of this piece. This painting was inspired off of the actual nebula in space. I love outer space a constant reminder that we are very small and He is so awesome. The fact that He loves us so much!”

Queste le parole della pittricia Ember Canada circa la sua opera “The Eye of God Nebula”. Parole da cui traspare una difficoltà, specchio delle difficoltà umane nel definire l’assoluto, la meraviglia dell’infinito, del creato, dell’altrove. L’Oltrismo è un movimento artistico che cerca l’armonia, la cerca nell’andare oltre. L’uomo è in bilico sull’assoluto e si pone, nel momento in cui fa arte, nella prospettiva contemplativa. Come in questo dipinto. Dipinto che cerca, riuscendoci, non di definire ma di far scorgere un infinito, una presenza divina ordinatrice, un varco verso una dimensione altra ma immanente allo stesso tempo, una prospettiva che va al di là, in un divenire cosmico, in una congiunzione. Ecco, il dipinto intuisce questa congiunzione, questo varco, questa luce, scintilla divina, che si colloca al centro, luminescente ed inesatta ma grandiosamente magnifica, grandiosamente possente nella sua lucentezza siderea. Un astro al centro del varco celeste.

Di contorno sfumature tra il rosso ed il giallo, al centro il celestiale cromatico varco. La luce dei colori, il suono metafisico del cromatismo, che come in un punto altissimo di una sinfonia, all’apice, in sfere altissime, nella inudibile kandinskyana  musica contemplativa raggiunge il punto armonico, ove parole e suono e colore si concretizzano nell’inenarrabile, nell’indipingibile, nell’indescrivibile. L’occhio di Dio, il mistero della sua presenza è il dono fatto all’umanità, quella scintilla siderea in prospettiva armonica nell’auditorio dell’empireo celeste.

“The Eye of God Nebula” è un’opera musicale, dove dal rosso delle passioni si procede ad una ascesa verso colori più tenui, sino a raggiungere le alte sfere del blu e l’occhio di Dio. Dal rosso al blu si si ottiene un viola non presente ma che è l’essenza stessa dell’opera, il tempo, la memoria. Un crescendo che termina con l’esplosione pacata di un armonioso suono, una melodia mai scritta, mai dipinta, mai raccontata. Il fruitore la scorge ma non arriva a comprenderla. Tuttavia si illumina ed accresce, nell’estasi, la sua essenza, il suo essere. Nel momento in cui si sente un granellino sperso d’universo comprende la sua unicità, la comprende nel dono divino, nella scintilla siderea. Comprende il privilegio divino e non è più ingranaggio di un meccanismo, non tassello di un mosaico, ma trasfigura esso stesso nel mistero dell’infinità dell’universo e tende ad esso stesso, all’universo, e scopre, finalmente, che l’intero universo è in lui. Sommo mistero, l’intero universo è in lui, ma lui è solo un granello del suo stesso universo. Scopre l’agostiniano “In interiora homine habitat veritas”, scopre la dolcezza dell’amore, del dono. Scopre che nella “vanitas vanitatum et omnia vanitas” c’è la sua essenza.  Scopre come Petrarca sul Monte Ventoso il passo biblico, e diviene nulla, e si sente nulla, ed al tempo stesso sente nelle sue vene che il tutto è in lui. Una vera opera poetica, una ascesi dantesca, dalle passioni e dalla bestialità umana, in gradazione, verso l’illuminazione.

dottor Giovanni Di Rubba

 

Cosmos

the cosmos

 

Autore: Ember Canada

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“It all begins with a journey, stepping out of the darkness and into the Light. This painting represents the call of Eternity. […]Humanity is too lost in the darkness of the world, too distracted by the meaningless to see the signs and beauty of a God who calls them from beyond time and space.”

Queste le  parole della pittricia Ember Canada nel descrivere l’essenza  della sua opera “Cosmos”.

L’essere umano è collocato in uno scenario apocalittico ed è rappresentato in una prospettiva pluridimensionale, ove la Natura si manifesta nella sua essenza più intima e omnicomprensiva. L’omino, in perfetto stile inglese, con bombetta, abito, borsa alla sua destra e giornale alla sinistra è l’emblema di tale umanità. Egli non a caso è rappresentato di spalle, da osservatore, di modo che il fruitore dell’opra possa identificarsi appieno con lui. Scorgiamo tuttavia, pur non vedendolo in viso, una sorta di “attonismo”, una perplessità languente, uno stupore. Egli è ancorato alle sue certezze quotidiane, sulla destra la borsa, che rappresenta il lavoro, il suo, ciò che fa per guadagnarsi da vivere, in una ottica spietatamente consumista, un lavoro che lo ancora nelle sue convinzioni, nel suo mondo, nel suo orto privato da coltivare, nella concezione liberista del lavoro stesso che renderebbe l’uomo libero. Sua certezza, nostra certezza. Alla sinistra un giornale, rappresenta ciò che lui crede al di là dell’orticello privato, della sua proprietà. Ciò che lui crede del mondo. Tutto ciò che gli è propinato dai media, dalla cultura dominante. In un attimo innanzi a lui, attonito, si squarcia il velo di Maya ed egli vede il mondo, l’universo, così com’è, nudo e crudo, è proiettato in una realtà quasi fantastica, quasi immaginifica, ma che è ciò che è, ed è ciò che ha dentro, ed è ciò che abbiamo dentro, ed è il nostro livello percettivo. L’omino è rappresentato nell’attimo stesso in cui innanzi a lui si aprono le porte, nell’attimo in cui sta per guadare il varco. E le certezze propinate precipitano, cadono, i media, internet, la tv, la radio, il senso comune, crollano. Crolla il giornale che aveva alla sua sinistra, crolla ogni certezza.

Ed eccolo lì, sul limite di un continente, sul mondo, sulla Terra, una terra primordiale, quasi una pangea che sta lì per spandersi gettando alla deriva la staticità dell’ancoraggio saldo umano. Su un continente come su di un’isola, con una ramificazione, un sentiero, un ponte terrestre su cui si diramano gli antipodi, ed al tempo stesso gli estremi superiori, come a dire nella Terra di Prete Gianni etiopica, o nella Tule, o nella Mu, o in una nuovissima Atlantide, o ad Alessandria tra libri polverosi e sapienti, o nel Castrum Lucullianum tra alchemici sensi celati, vitriol umano, athanor. Questa realtà sommersa, questo etereismo cosmico , questo esoterismo delle cose, preme per uscire allo scoperto, preme in questa epoca cibernetica, in questa epoca della spiritualità, dell’Acquario, del senso ultimo delle cose. Preme per essere svelata, per mostrarsi rapida e repentina, per esplodere in tutta la sua valenza armonica. Ed è questo il vulcano, il monte gentile, il Vesuvio dell’essenza nostra, il monticello che libera attraverso lo spirito tutto ciò che c’è nell’alma umana. Ed i misteri, e la nostra profondità, ed i segreti. Tutto prorompe, si squarcia in una elegante esplosione. Esplosione che è la nuovissima frontiera, la caduta del passato impolverato e la sua riscoperta nell’autenticità, riscoperta che è anche la nostra autenticità. Noi siamo noi, quindi lo diveniamo. L’omino guarda chi è, chi è davvero, non costretto nelle maglie sociali e propinate, ma ciò che è dentro di sé, che proviene dall’alto ma è comunque in sé, esplode in un furore ritmico. Esplodono tutte le verità. Esplode il senso intimo delle cose.

Questa esplosione da una nostra archetipa Agharti, dall’anima nostra, dai nostri simboli e fantasie e desii autentici esplode. Ma non così, alla rinfusa, con eleganza ed armonia, perché è una esplosione sapienziale, prima ancora intellettiva, prima ancora sensuale, cordica, prima ancora figlia dell’umiltà, la nostra. L’omino ammira l’esplosione di verità intima che è la sua solo perché dà lo sguardo all’universo, così com’è.  In alto infatti è rappresentata la ianua, il varco, il wormhole, l’accesso ad altre dimensioni. Il cosmico etereo costrutto che ci fa andare oltre, oltre noi stessi, oltre i pregiudizi, oltre le certezze, oltre la nostra stessa paura. Un varco che ci conduce al di là di noi ed in noi, l’omino contemporaneo e cibernetico che ascende il Monte Ventoso per raggiungere la sua essenza, per scoprire la sua spiritualità, per scoprire la spiritualità. Per rispondere alla chiamata del divino, che pullula in lui, che pullulava in lui e di cui ora è conscio, di cui ora è consapevole, di cui ora è cosciente. E questo varco, questo wormhole lo apre alla vera concezione del tempo, lo pone innanzi ad una evidenza, l’evidenza della vacuità cronologica, l’evidenza della staticità dinamica, dell’ellissoidità delle cose, di materia e di energia e di ciò che la produce, lume misericordioso, grazia manifesta, bellezza da contemplare, amore smanioso ricercatore di tale bellezza e di tale armonia raggiunta. Andando oltre. Ed il tempo scompare, scopare finalmente, non è relativo. Si apre la vera dimensione cosmica fatta di luce e materia e di organo promanante divino, scintilla vivida in noi perché donataci. Il tempo è smascherato, Saturno divoratore dei suoi figli, dei terrestri lasciati in balia della caducità, ovverossia Krono o Kronos, posto ai margini del dipinto. La maledetta caducità illusoria, l’esistenza stessa del tempo, queste inesistenze che percepiamo crollano. Come l’attualità ed il già stato, come il sarà. L’uomo, l’essere umano, rappresentato dall’omino liberista, non è più un tassello nelle mani della società, è libero, va oltre, al di là, e diviene non ingranaggio di un meccanismo ma persona vera e propria, liberissima, si erge al di sopra di sé per riscoprire l’altro.

In tale scenario quasi apocalittico, dunque, come afferma la pittricia, maestra Ember Canada, “The man is in the process of dropping. He will leave them behind to answer the call of Eternity. A soul transformed by Light, Love and Life”.

 

dottor Giovanni Di Rubba