Natura Invincibile

la natura invincibile G Pollio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

Del maestro Giuseppe Pollio “Natura Invincibile” declina perfettamente il concetto di superamento e di conoscenza così come tracciato dall’Oltrismo, temprandolo con contenuti simbolici interessanti che, attraverso richiami religiosi, non eludono una critica attuale di matrice ambientalista.

L’opra è divisa in sezione aurea, essa è delimitata dalla parte finale del tronco dell’albero della conoscenza. La parte minore, collocata in basso,  rappresenta il nostro mondo, la maggiore, collocata supra l’eden dai cherubini protetto e, più su ancora, le alte sfere celesti.

Nella parte superiore notiamo due alberi: il primo, è l’albero della conoscenza del bene e del male, il secondo, che lo sormonta, quello della vita che propende verso le alte sfere. Attorno all’albero della conoscenza vi è un doppio parallelepipedo aperto a designare, il maggiore le conoscenze metafisiche, il minore quelle fisiche. Tale parallelepipedo forma una “U” rovesciata, una sorta di “N” che designa la Natura ma, divisa dall’albero, diviene una “M” primordiale, simbolo della maternità, della fecondazione, della Madre Terra che dona frutti, della rigenerazione, del giardino sempre rigoglioso. Prima del peccato originale la conoscenza non era preclusa agli uomini ma si trattava di una conoscenza ancestrale, aperta alla natura, ad essa simbiotica, protettiva ma libera e liberatrice, liberante, che sempre germoglia e germogliando sempre si accresce. Sormonta l’albero della conoscenza l’albero della vita, in perpendicolo con quello della conoscenza. Tronco ritto a due foglie che si biforcano a forma di “V” come braccia protese al cielo in aspetto orante, aperte al vero sapere, il sapere come contemplazione del divino, culmine della conoscenza e vera conoscenza.  Più su un cielo sereno, il divin Padre, sulla destra una sfera, la Madre Celeste, sede della sapienza, in forma di luna che compare color metallo sfumato, in pieno giorno, a mostrare l’eternità della stessa che mai si sopisce e che, nelle sfere alte come nel cuore dell’uomo, è sempre presente, anche se talora invisibile, come accade il dì.

La parte bassa della sezione rappresenta il momento successivo al peccato originale, l’albero della conoscenza promana le sue radici rendendo il terreno quasi come un deserto, biancheggiante arido, poco fertile, coltivabile con la fatica così come la donna dà nuova vita col dolore. Sulla destra due mele, dal latino malum, una a metà, già assaporata, l’altra intera, a simboleggiare la memoria di ciò che era prima del peccato originale. Da sottolineare che è punita non la ricerca della conoscenza che mai era stata preclusa all’uomo, come designa il doppio parallelepipedo aperto e l’albero della vita slanciato verso il cielo. Ciò che è punita è la superbia, il voler essere come Dio senza seguitare il divino ed i suoi dettami che rendono libero. È punita la superbia e l’egoismo, l’uomo che rinnega Dio e si crea una sapienza ed una conoscenza a sua misura.

A prolungamento del quadro il giallo si intensifica, diviene sabbia, deserto arido, il culmine della superbia e dell’egoismo umano, l’uomo che guarda ai suoi interessi calpestando gli altri e la natura, inquinando, deturpando, sfruttando la terra oltre ogni limite e necessità.

dottor Giovanni Di Rubba

L’Aura

l'aura Todisco

Autore: Ferdinando Todisco

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Ferdinando Todisco  “L’ Aura” si colloca in una dimensione in bilico tra materialità ed energia  proiettando l’ideologia oltrista all’interno ed all’esterno dell’essere umano in un tutto armonico che coinvolge gradualmente l’uomo, la Terra, l’Universo. Una sintesi dell’Oltrismo energetico del maestro Granito e di quello cosmico/sidereo del maestro Marchese che si inseriscono nel primitivismo oltrista tipico dell’artista.

L’aura, dal greco “alos”, ovvero corona, e dal latino “Aura”, ovvero soffio, è un labile campo di radiazione luminosa che investe e ricopre non solo gli esseri umani ma qualsiasi essente, dagli animati alle clorofille ai minerali ed agli utensili. Spesso invisibile può essere scorta in particolari situazioni e attraverso determinati atteggiamenti del soggetto osservante; scientificamente essa è invisibile alla retina ma visibile ai bastoncelli. Una nube a forma d’uovo, che richiama l’uovo cosmico, una protezione, presente già nelle raffigurazioni ataviche, compare nei Veda, nel Dzyan, nei geroglifici egizi, nelle incisioni rupestri del primo oligocene e persino del pleistocene, sino a exurgere nella simbologia cristiana che ne coglie la sua vera essenza e funzione. Varie sono le rappresentazioni di Santi o Beati ricoperti da un’aureola attorno al capo, una “corona” appunto, o più raramente da un fascio che ricopre l’intero corpo, simbolo del Santo Spirito che su loro discende, promanazione del divino, illumina coloro che sono guide per l’umanità, conducendola lungo la via maestra per giungere alla contemplazione di Dio.

Il Todisco nella sua opra rappresenta in pieno il processo di chi riesce a percepire l’aura. All’interno della figura notiamo diramazioni neuronali che si estendono per tutto il corpo, bianche, e circondate dal celeste. La medicina tradizionale parla di aura come fenomeno antecedente l’emicrania o in altro caso, l’attacco di tipo epilettico, nomandola scotoma. In ambedue i casi le reti neuronali subiscono una scossa nella sfera occipitale o in quella temporale o altresì extratemporale. Il celeste candido che avvolge le reti neuronali designa lo scuotimento interiore cui segue uno stato confusionale, alterazione non solo visiva ma anche disturbi del linguaggio, parestesie che si estendono all’olfatto. Queste ultime, in particolare sono le più interessanti, il naso è il luogo ove ha sede lo spirito e nella parestesia olfattiva c’è un diretto coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, le aree coinvolte nella memoria storica ed in quella emozionale. Lo spirito è pneuma, è vento, respiro ed ha una azione diretta sulla percezione, percezione che all’apparenza modella la memoria ma in realtà influenza direttamente la stessa. Lo spirito plasma. Per di più il coinvolgimento delle aree deputate al linguaggio, in particolare il Broca, e la parafasia fonetica, a guisa di altri malesseri,  pongono il soggetto percepente in una sorta di estasi. Essenziale è notare, altresì, che in caso di coinvolgimento dell’area temporale i disturbi sono di carattere epigastrico, nel caso extratemporale  visivi e gustativi. Capiamo bene la varietà e le potenzialità dell’essere umano di andare oltre, di percepire l’impercepibile, di bilocarsi persino, nello spazio quanto nel tempo, di superare ogni barriera o ostacolo fisico grazie alla divina illuminazione. Presunti disturbi scotici sono presenti in diverse figure di Santi e Beati, di mistici, che vanno al di là delle barriere sensoriali, dei sei sensi carnali, raggiungendo una  dimensione eterea, illuminati illuminano e guidano.

L’artista nello stesso tempo in cui rappresenta questo scuotimento interiore che è del fruitore e più in generale del soggetto percepente, si arresta, accovacciando l’alma celeste, rendendola materna protezione divina che impedisce la follia in uno stato mistico di tal guisa. E poi, paradossalmente, rappresenta all’esterno il contorno corporale di una persona che emana l’aura, abilmente e in una ottica universale che accomuna l’uomo che vede la luce con quello che la emana in una unica realtà, essendo l’illuminazione destinata all’illuminato. Di più, il malessere del percepente è il medesimo dell’emanante, ma l’emanante è accolto dal manto celeste e materno, come dicevo, ed il percepente, illuminato è guidato dall’emanante.

L’aura che avvolge l’emanate è di cristallo, la tipologia del guaritore, del guaritore d’anima quanto del corpo, del taumaturgo che sana le membra partendo dall’interiorità.  Attorno c’è uno sfondo castano, a designare la Terra, il nostro mondo, il mondo abitato dagli esseri umani, la Materna Terra che, fuori dal corpo, getta il suo manto sanante all’interno dell’essere umano. Tale sfondo è costernato da diverse sfumature, l’universo, il Dio Padre che è energeticamente rappresentato come Spirito, lo Spirito che chiude in un abbraccio, che è l’origine di questa forza interiore umana e che ha in sé le sfumature delle diverse auree che corrispondono a diversi temperamenti umani. È il Santo Spirito che discende e tutti noi emaniamo uno spirito, un’aura, che tale Spirito divino, plasmando l’alma, ci consente di promanare attraverso il corpo, a seconda dei nostri talenti ed a che gli stessi fruttino. Indaco, lavanda, viola, verde, giallo, magenta, arancio, rosso.

dottor Giovanni Di Rubba

Trillium Roads

trillium roads

Autore: Matthew Palmo

Materia e Tecnica:  acrilico su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Trillium Roads” il maestro Matthew Palmo declina in pieno l’aspetto arcaico dell’Oltrismo, un arcaismo da cui emerge pullulante l‘intima essenza del nostro essere, l’aspetto etereo del mondo in una visione personalissima eppure universale, figlia della sua terra, Buffalo, e di una dimensione mistica in cui si colloca la fisicità, la natura.

È un percorso, una strada, intrisa di luccicanti spiriti, di lucciole, che guidano il cammino dell’essere umano tanto quanto quello del fruitore, che si immerge nel dipinto incamminandosi verso l’ignoto, accompagnato da queste luminescenze, da queste guide invisibili, i trillium, puri come gigli. Si incammina l’uomo lungo questa via che converge prospettica verso un punto luminoso ma al tempo stesso è assediato da forze opposte, è ignaro della destinazione, quella luce è sbiadita perché vista in lontananza e la strada è ricolma di riflessi sfumati, domina un colore azzurognolo, come di corrente, di corso d’acqua, di fiume, ma l’inizio del percorso è già di per sé periglioso, una giallognola figura apre la strada ed i colori sono di un azzurro intenso che sembra quasi avvolgere il viandante. Il principio del cammino spaventa e spinge quasi ritrarsi, ritrarsi per la paura di essere inghiottiti dall’abisso.

La strada termina dividendo in due parti il dipinto, in sezione aurea, la prima, la maggiore, che simboleggia il nostro cammino su questo pianeta, l’altra la meta, le sfere alte. E l’attenzione del fruitore è paradossalmente attratta subito, per il periglio iniziale della fluente via, a soffermare la propria attenzione lì, nella dimensione alta, come a voler conquistare un premio, godere di un traguardo, di una vittoria, eludendo il percorso, che è la vita. Ed in alto c’è un sole arancio, collocato non al centro ma leggermente a sinistra, un sole che simboleggia Dio, un Dio non rosso fuoco ma arancio appunto, e non centrale ma spostato a sinistra, scostato come a dire all’essere umano non affrettarti a contemplare, percorri prima la tua strada. Ma è un sole magnifico nelle promanazioni, facendosi un po’ in disparte, verso sinistra, vuole anche  aiutarci, indicarci in che modo percorrere questa perigliosa via, col cuore a sinistra, andando al di là, senza farci incantare da un canto di sirene malevole che ci spingono a bramare la meta senza sofferenza. Senza lavorare, come i coleotteri che assediano i trillium per impedire alle laboriose formiche di farli riprodurre, ovverossia risplendere. Ma è, dicevo, un sole magnifico nelle promanazioni, tra il celeste ed il rubino, sopra di lui una forma verde ed ocra, simile a civetta, che è sapienza, e che è in opposizione alla figura informe che le corrisponde all’inizio della strada. E così il fruitore errante è spinto a tornare indietro, incoraggiato, ed iniziare, finalmente, il cammino.

Ed ecco che la via divide la parte bassa in due parti, destra e sinistra. Sul lato destro basso c’è il mondo così come ci appare , nella sua immanenza, così com’è, empiricamente, un abisso nero accanto alla strada, emergono forme che danno la consistenza di un acquitrino al paesaggio destro, rada e rara la vegetazione, l’ocra domina. Un mondo deturpato, inquinato, violato, sterile. Ma anche nel lato destro luccicano le luminescenze, i trillium. E c’è un albero, un albero che ci indica l’irraggiungibilità di tale lucentezza, del trillium, che quasi ci viene concesso da un potere ignoto ed arbitrario. Tuttavia, come il Dio/sole ci indica, guardate a sinistra nel percorrere la via, squarciate il velo di Maya. Ed è così, a sinistra c’è il mondo nella sua trascendenza, un fuoco da cui promana come vapore una figura eterea dalle sembianze femminili o angeliche è posta in corrispondenza dell’albero, e ci mostra la verità, sta a simboleggiare lo Spirito Santo, che è fuoco inestinguibile e da cui promana luce, i trillium. Che ci dona e senza arbitrio. E di lì quel vapore divino ci viene incontro, fa ingresso nella strada come nella nostra vita. Una figura angelica femminea con una aureola sferica che la avvolge. La nostra guida, la nostra speranza, la nostra luce. Subito dopo, non a caso, sul lato sinistro emerge una figura femminile ancestrale, da madre primordiale, vergine gravida, raffigurata in maniera arcaica, come le dee madri primitive dal seno pronunciato. È la madre terra, è la vergine Maria che ci assiste e protegge, è lei e quel fuoco che è Santo Spirito che ci irradia di trillium, di luce, la vera fonte, che ci invia la luminosa guida, colma di grazia. E questa immagine è talmente alta e possente che col corpo è nella parte bassa del dipinto e col volto, invece, va nelle alte sfere. Ha un volto umano arcaico, quasi sofferente, ma è la nostra avvocata e la nostra difensrice, lei con quella sofferenza impresa sul volto richiama Dio, il sole, che si fa a sinistra, come abbiamo detto, per indicarci la via da seguire, richiamato dalla madre sua che è madre nostra e protettrice. Da lei promana grazia, sapienza, speranza. Sempre sul lato sinistro, nella parte bassa, c’è infine una figura luminosa in croce, il Cristo, che si fa uomo e che nel sacrificio è luminoso, radioso, come il trillium, puro e risplendente, come il giglio. La parte destra è illusione, è degrado, è brama di potere, alto come albero che concede per arbitrio e che ci fa credere che dal suo potere promanino i trillium, le luci. Come l’antico serpente ingannevole. La parte destra è scempio all’ambiente ed alla natura, è terra brulla, acquitrino. La parte sinistra è la verità, è lo Spirito Santo che dona, è la nostra Madre Celeste, è il nostro Dio fatto uomo. Sono le vere fonti del trillium, del giglio, della luce, degli angeli, delle nostre guide. E sta all’uomo scegliere come percorrere il sentiero che è la vita se guardando a destra facendosi ingannare dall’illusorietà, o a sinistra seguendo la verità, per poi giungere alla fine, della via come della vita, così come ci mostra quella strada che prospettica si chiude con il trillium finale, la figura luminescente che ci accoglie nelle alte sfere, circondata da un rosso intensissimo, che è l’amore di Dio, promanante dal sole. L’amore infinito, misericordioso che guida il nostro cammino, il palpitio del cuore che se in sintonia con i nostri passi lungo questa strada che è la vita ci conduce alla eterna felicità. Seguendo invece le illusioni che sono nella parte destra saremo distratti e spersi ed alla fine del sentiero non vedremo altro che quello che si vede nella parte alta a destra del dipinto. Un cielo così come si osserva empiricamente da un telescopio. Nulla di più che la freddezza di un immobile cielo stellato ma senza trillium, senza luce. Seguendo la sola ragione cadremo nelle maglie dell’illusione, nei vortici dell’abisso, ascoltando il nostro cuore giungeremo verso lo splendore inenarrabile, la luce d’amore inestinguibile.

dottor Giovanni Di Rubba

No Rock’N’Roll

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: mista su multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Universi Paralleli

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Misure: 300X242

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

La megatela dipinta dal maestro Sarossa, ideatore ed esponente della corrente artistico-culturale “Oltrismo” porta il titolo “Universi Paralleli”.

Essa è la rappresentazione geografica del pianeta in cui viviamo ma si presenta con una peculiarità del tutto originale: i continenti, o meglio gli Stati, sono miscelati, scomposti, un po’ come se Dio avesse giocato a dadi col mondo, avesse dissolto ogni limite, ogni confine, ogni inesorabile certezza mettendola in discussione. Una visione di inizio secolo dunque, che tanta discussione porta anche in tale seconda decade, pervade, il concetto di globalizzazione. Una globalizzazione non economica ma bensì artistica, culturale, geopolitica, di usi e costumi ridotti nella loro vaghezza ai minimi termini, al caos, al brodo primordiale, e poi sapientemente esaltati, riordinati. Ma in che modo? Con gli occhi dell’artista fruitore, solo chi abbatte sé ed i suoi pregiudizi può scorgere nel dipinto una pace ancestrale, un paradiso terrestre prebabelico, privo di incomprensione, una terra uniforme con popoli non uniformati, simili ma con un sapore di differenza abissale, differenza negli usi e nei costumi, nelle credenze, nei riti, nelle abitudini quotidiane. Differenze che ci rendono vicini nella interscambiabilità, nel posizionare le Ande altrove, le piramidi in un capo inverso, la bell’Italia in bilico e sdoppiata, la Germania in perenne difficoltà, orientata male, quasi spersa.

C’è un’incredibile affinità con l’eros nella confusione spaziale, da Henry Miller ai suoi tropici, Cancro, Capricorno, in cui il surrealismo è frammentazione dell’essere, o sarebbe più corretto dire dell’Es, e trova sua forma e consistenza solo nella spinta erotica, del tutto opposta a quella violenta e statica, da Gustave Coubert e la sua “Origine du Monde”, in cui si percepisce il femmineo come generatore e ricreatore, come l’energia, la forza, capace di plasmare il reale e dargli sempre nuova forma, adattandolo al concreto ma con una visione avanguardista: quando l’artista, infatti, pone in essere un’opera nel modo  lo fa allo stesso modo con cui la donna crea la vita dà il senso a quella vita, fa sì che la stessa abbia un codice genetico tutto particolare, che le consenta di vivere da subito, magari in maniera incerta, ma fa sì che il futuro sia vissuto in maniera piena e compiuta. E’ questo il senso della frammentazione, sembrare inadeguati e confusi ora perché il vero senso lo avremo un giorno, e sarà la nostra inadeguatezza, quella che gli evoluzionisti chiamano “mutazione sfavorevole”, a divenire un giorno dominante.

Gli Universi Paralleli è una rappresentazione spaziale avanguardista che ci spiazza e ci induce a riflettere. Noi esseri umani, che ci crediamo dei, padroni del mondo, che sappiamo sempre in che posto stiamo, che usiamo apparecchiature satellitari estremamente complesse ma di uso comune, navigatori, noi che non chiediamo più informazione ai passanti affinché ci insegnino la strada ma la consultiamo nel chiuso delle nostre automobili con aria condizionata e con precisione tecnica, matematica. Noi che sappiamo il luogo in cui siamo non conosciamo il nostro posto nel mondo, nell’universo.

“Pale Blue Dot” di Carl Sagan è stata universalmente riconosciuta come l’immagine fotografica più bella del secolo scorso. Un’immagine in cui la terra, l’oasi blu, la “nostra” terra, altro non era che un minuscolo puntino a sei miliardi di chilometri di distanza. Un punto insignificante tra un universo in continua espansione di dimensioni enormi, quasi inconcepibili all’uomo. Un universo  la cui goffa crescita inghiotte inesorabilmente il nulla, l’eterno nulla, il non luogo, il topos distopico in cui nulla è, in cui non siamo, ed inghiottendolo lo pervade di materia e d’energia. E noi, che posto abbiamo? Siamo un granello infinitesimale, siamo un pulviscolo di materia in mezzo all’immenso, siamo il granello di sabbia nel chilometrico deserto amorfo. Noi esseri più intelligenti, che siamo stati condottieri, predoni, santi, inventori, artisti, magniloquenti oratori, guerrieri e guerriglieri, nemici e amici, occidente ed oriente, rivoluzionari e rivoltosi, portatori di pace e portatori di discordia, macellai di popoli e benefattori dell’umanità, che siamo stati Napoleone, Cesare, Hitler, Einstein, Socrate, Mozart, siamo l’infinitesimo del granello in cui abitiamo, la rosa più parva dell’ultimo giardino del più piccolo dominio di dio. Noi che ci siamo sempre creduti dei, domini, padroni incontrastati, saggi, siamo in realtà demoni, siamo gli unici esseri che distruggono i luoghi in cui vivono, gli unici esseri che hanno il potere di soggiogare l’ambiente, dominarlo, inquinarlo. Siamo i divini superbi maledetti. Non combattiamo né mangiamo per vivere ma per ingordigia, non spariamo ad un bufalo per nutrirci ma a cento e cento capi di bestiame per divertimento, per eccesso, senza necessità.  Forse, come diceva Sagan, siamo gli esseri più intelligenti dell’universo, ma visti dall’alto siamo dei condannati ad una prigionia, la prigionia dell’oblio, dell’indifferenza, dell’inutilità cosmica.

Questo il senso più profondo della tela, solo un caos armonico può salvarci, solo un ordine nuovo, un mondo nuovo, senza confini, dipinto come lo dipingerebbe un bambino, con la stessa innocenza e la stessa saggezza, la saggezza di chi sa che soli siamo niente, sia come popoli che come uomini e l’innocenza di chi ama l’altro perché sa che chi ci è vicino o chi ci sembra lontano non è un nemico, ma un amico cui possiamo insegnare tanto e, ponendoci nella prospettiva, difficile per l’uomo, dell’ascolto, imparare cento volte di più.

E tale atteggiamento ci aprirà a nuovi confini, a nuovi modi di intendere l’altro, quello che definiamo il diverso. Nella prospettiva trasmutata del mondo, nella sua concezione remiscelata, nell’avvicinare terre lontane, il  fruitore ha un sobbalzo di spirito. Ammirando l’immagine di Sagan ci si sente spersi e piccoli ma soprattutto vicini, concentrati, come se non esistessero differenze o se pure esistessero sarebbero così innocue, impercettibili, viste dall’alto di un satellite. Noi esseri umani in tale prospettiva ci rendiamo in un istante conto della eterna fratellanza, di quel misero pulviscolo di materia chiamata terra, che brilla ma di luce riflessa, la luce della nostra stella, il sole, la luce della nostra anima. Noi fratelli. E di sangue. Della linfa che scorre dopotutto uguale nelle nostre vene. Allo stesso modo non si può non scorgere, osservando “Universi Paralleli”, quanto alla fine siamo uniti, quanto stupidi siano i limiti ed i confini che ci poniamo, quanto assurde le guerre  che combattiamo, quanto fallace e stereotipato il concetto di lontananza. Noi siamo terrestri, figli della terra, di una terra che solo un occhio distratto, superficiale, stolto e limitato può vedere limitata da confini. L’unica, vera e reale idea che si può avere della terra è quella rappresentata da Sarossa nella tela, la terra dell’unione, della fratellanza, dell’amore, la terra dove non esiste un muro, un recinto che ci renda chiusi in noi stessi, una terra libera, aperta, una terra dove lo spirito umano può davvero rompere i vetri della finestra che lo intrappola, che lo rende spettatore del mondo, vivendo non solo per sé ma con l’altro, realizzando il vero significato dell’Oltrismo, l’andare oltre le convenzioni, i pregiudizi, le paure e finalmente abbracciare il “fratello terrestre”.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Golfo Napoli

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Autore: Pach (Pasquale Lino Chiaramonte)

Materia e Tecnica: acrilico su tela

Misure. 100X150

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Golfo Napoli” del Maestro Pasquale Chiaramonte, in arte PACH, il paesaggismo partenopeo sembra tornare con una connotazione tipicamente Oltrista. Si fonde una triplice tradizione artistica, che assapora con gusto ed assorbe con grazia la luminosità, proiettata nelle acque del Golfo, tipica della tradizione della Scuola di Posillipo, da Giacinto Gigante ad Antonio Pitloo, ma a ciò non si limita, né la visione di insieme del dipinto a ciò ci conduce. I colori nell’insieme sembrano, infatti, colpire l’opera come dall’esterno e refrattariamente investire il fruitore, alla maniera dei Macchiaioli, se la triplicità congiunta e stratificata cromatica e di aree e sezioni non andasse al di là, portandolo in una dimensione altra, nuova, parallela. La dimensione delle sensazioni, del sentire, in un ricco frammentarismo decadente ed emotivo, che riscopre le vedute denotando da una apparente semplicità stilistica una intensa e profonda riflessione dell’artista su sé prima che sul paesaggio, risplendendo in esso variegata e ricca.

Il cielo in frantumi e vivace posto sulla sommità dell’asse Somma-Vesuvio è uno statico implodere di colori, come se fosse percorso all’inverso e sviluppato nell’inviluppo il warholiano “Vesuvius”, non attivo, a riposo, dipinto come una allegra montagna ocra che tuttavia riversa il proprio potere non in sé, nella propria apparenza, ma fuori di sé, o meglio su di sé, su un piano divino, celeste, multiforme, della volta che quasi protegge l’intero dipinto sotto la sua egida, lo difende ponendosi sopra, abbracciando la veduta, quasi a dire che la potenza del vulcano non è a sé limitata ma la sovrasta ed è la potenza e l’anima di un popolo che è lì, e che nessuna opera di violenza, barbarie, deturpazione, potrà annientare, perché ponendosi sopra del Golfo, sopra di Napoli è di Napoli ed in Napoli, nel grande assente, nell’apparente assente nel dipinto. L’uomo, l’essere umano, il napoletano. La sua anima scintillante come il cielo, divina come la sovrannaturale bellezza, quella somma.

Il Maestro Chiaramonte, all’interno dell’Oltrismo, con quest’opera ne coglie la sua essenza pop, di un pop estatico e metafisico, di un esoterismo che si apre attraverso l’arte al popolo e ad esso rempaira puro e semplice, riducendo la complessità sottesa del discorso ad intensità emotiva che non può e non sa lasciare indifferenti. Una veduta letta e riletta ricostruita in una nuova ottica, aprendo un mondo misterico con la chiave della essenzialità, con la forza dei colori vividi ed immediati ma posizionati con maestria.

La sezione aurea divide i monti e il cielo dal mare e dalle abitazioni, i monti sono il limite e la risorsa. Il cielo il divino, l’anima, l’essere. Al di sotto la nostra realtà, quella sensibile, il mare e le abitazioni, dunque. Ed il mare riflette in un pullulare di colori il divino ed il reale ad un tempo, è il frammento multiforme e policromatico che ci è a portata di mano, le acque generatrici del reale conservano in sé la memoria di esso, preservano in sé la scintilla del cielo divino, ci comunicano il vivace altalenare ed il vivido, complesso, plurisecolare carattere polimorfo dei partenopei. La memoria è calma, statica, regina protettrice della Natura e del Tutto. La memoria è nel mare, il mare che preserva il reale e dà traccia, percezione della allegria ardente ed inestinguibile del cielo, è specchio il mare della vivacità dell’assoluto.

Il complesso Somma-Vesuvio, i monti, sono il punto mediano tra realtà sensibile e quindi tra Natura e perfettissimo pullulare festoso e superiore del cielo. E nel mare, al centro della sezione del dipinto in perpendicolo ed in parallelo, c’è la sfera, nascosta, il nutrimento misterioso della Natura, l’orma dell’assoluto che dà colore al mare. Essa è nascosta nell’isolotto di Megaride, Castel dell’Ovo, la sfera alchemica, la congiunzione divina, l’Athanor, l’uovo filosofico, caro a Lucullo, a Virgilio Mago, ai Basiliani Alchimisti. Il nutrimento di questa terra, l’anima di questo popolo

 

dottor Giovanni  Di Rubba

Carpe Diem

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Sarossa, esponente e fondatore dell'”Oltrismo“, corrente artistico – culturale che si propone di andare oltre l’apparenza del pensiero umano, al di là dei suoi percorsi logici, ritenuti scientisticamente e moralmente universali e per ciò stesso destinati ad essere posti in discussione continuamente, data la fallacità di un ordine umano e naturale comprensibile con il solo utilizzo della ragione, tralasciando l’impatto emotivo e in particolar modo l’irrazionalità. Irrazionalità che è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, intesi come animati, vivi, perché possessori d’anima. L’animo umano è tale perché capace di ragionare, tramite il sentire, in maniera imprevedibile e quindi irrazionale ed è questo che, con ogni probabilità, lo ha reso il vivente più evoluto, essente pluridimensionale più che logico, spirituale più che materiale, in quanto capace di essere alieno, altro, dagli istinti, dagli  impulsi primordiali, cioè violenza ed eros, e porre in essere atteggiamenti che, nel paradosso della loro irrazionalità, sono capaci di piegare e modificare il destino, inteso etimologicamente come ciò che è immutabile, la legge che regola tutti ed è universale, tutti tranne l’uomo che può scegliere, col libero arbitrio, di tradire il destino, dal latino tradere, cioè condurre fuori, travasare, farlo proprio perché ha la possibilità, come si fa con una pianta, di trovarne la collocazione migliore e a sé più confacente.

Ed è questo concetto di al di là dell’essere categorico il centro dell’opera di Sarossa immortalata sulla valigia prodotta Carpisa. Il viaggio, lo spostarsi, il non essere sedentari ma nomadi, rende possibile ingannare la staticità del destino e vivere a pieno il tempo, facendolo proprio. L’immagine è luminosa, sovrasta la solarità della luce, del sole, il generatore dell’energia di cui si nutrono i viventi e l’uomo. La luce solare che ristora, rigenera, dà forza, così come dopo una vacanza ci sentiamo uomini nuovi, rinvigoriti in animo, spirito e corpo. Più forti, più illuminati, più intelligenti, più vitali. Luce che promana dal sole, dalla realtà che noi scopriamo visitando luoghi, spostandoci dalla nostra dimora, e che da piccole gocce diventa un oceano, un oceano che appena appena riesce a contenere la coppa, coppa plasmata dalla stessa luce e resa corpo definito, sua sostanza ed ad un tempo suo contenitore. Un contenitore finito, che seleziona l’immensità delle nuove esperienze, ma che ci lascia intuire traboccante tutto l’infinito di esse che noi non comprendiamo, al momento, e che saranno lo sprono per spingerci ad altri viaggi, a plasmare altre coppe, a renderci immortali, eternamente giovani, come bambini che si stupiscono dinanzi alle meraviglie del mondo. I viaggiatori sono esploratori di sempre nuove e più entusiasmanti realtà, conoscitori profondi del loro essere, della loro luce, proprio perché sanno scorgerla in ogni nuovo che imparano dal mondo.

In basso, in rosso, quasi come fosse un marchio indelebile, c’è impresso il “carpe diem” Oraziano, il quam minimum credula postero, il credi nel domani il meno possibile, lo spirito che ha ogni viaggiatore, il desiderio di vivere quell’attimo o  quegli attimi come se fossero gli unici essenziali, gli unici importanti, unici perché ci inducono ad una evoluzione, noi siamo diversi, mutati, siamo noi ma non siamo ciò che eravamo. siamo oltreuomini, ogni giorno. Siamo fluenti, fluenti come il tempo, mai statico ma parallelamente inganniamo quel tempo e sfuggiamo alla caducità del mutare del nostro corpo sotto l’imperio delle ore, dei giorni, degli anni. Giovani viaggiatori inganniamo il tempo perché viaggiamo, rompiamo la barriera spaziale e indissolubile con essa il tempo immaginario che la accompagna. Siamo d’improvviso un eterno e al tempo stesso un presente, siamo l’assoluto perché viaggiando coincidono in noi questi due opposti. Siamo come il fiume eracliteo, mai gli stessi e mai mortali.

In alto campeggia un quadro blu e delle montagne vaghe, simboleggianti il nostro limite, il nostro limite però fugace, dissolto dalla luce, che non scompare ma nemmeno ostacola il flusso luminoso. E’ quel limite la nostra identità, che come montagne, se fisse, se vissute come giogo, come confine irraggiungibile ed invalicabile, ci inchiodano a noi stessi, non ci fanno crescere, ci rendono egoisti, chiusi, gretti. Ma se mossi dal pensiero lucente, dal dinamismo del nostro vagare irrequieti per il mondo, sono il filtro che non ci abbaglia, l’essenza che comprende intuendo l’infinito.

Non bisogna distruggere le montagne, non dobbiamo rinnegare i nostri limiti, ma renderli malleabili, come utensili, far sì che fluttuino come eterne memorie. D’altronde la luce generata dal sole pur sempre proviene dal piano spaziale della volta celeste, blu, limite ultimo dell’infinito e al tempo stesso suo superbo fattore.

Da notare anche un particolare stilistico di non poco momento che ci aiuta senz’altro nella comprensione del simbolismo dell’opera. Il dipinto è realizzato in sezione aurea, delineata proprio dal solco umano, dal punto in cui noi non possiamo andare oltre, dal nostro limite: le montagne. Esse fanno da spartiacque tra la parte superiore (minore) che rappresenta le sfere celesti iperuranee, l’empireo ideale. Questo si presenta statico, ma solo perché immutevole ed incomprensibile all’uomo. Tuttavia il limite, le montagne appunto, come abbiamo accennato sono vaghe, fluttuanti. Se fossero al loro posto valicherebbero un confine inaccessibile tra la parte bassa, il nostro mondo, e la parte alta, il mondo eterno. In tal modo l’uomo sarebbe vittima di sé stesso e non capirebbe il divino. Tuttavia la vaghezza consente la mobilità del confine e la luce riesce a filtrare e noi, seppure non comprendiamo, tramite la percezione e l’emozione, tramite gli stati emotivi estremi, ci possiamo nutrire della luce divina, possiamo berne alla fonte traboccante, possiamo intuirne l’infinito e, in tale intuizione, cercare nuove strade, intraprendere nuovi viaggi per conoscere, alla fine, più in profondità l’eterno che è in noi specchio della realtà altra.

In cima, quasi come fosse l’involucro dei chiodi del dipinto, ciò che tutto sostiene, fa bella mostra di sé un “V”, la V di viaggio senz’altro, ma anche la V di Vero (vero inteso come oltre, al di là del reale apparente) e di Vittoria, la vittoria dell’uomo sul destino, la capacità dell’uomo di ingannarlo intraprendendo un viaggio, varcando gli approdi sicuri, naufragando tra flutti di luce ed estasiandosi della ricchezza interiore conquistata.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

L’Origine della Vita

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Autore:  Antonio Marchese

Materia e Tecnica. mista su multistrato

Misure: 60X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Fluido sincretico, pulviscolo vitale, guazzabuglio cromatico.

“L’Origine della Vita” è opera del Maestro Antonio Marchese, esponente dell’Oltrismo e si pone in una dimensione antecedente al pensiero, o forse successiva, ma catturando una immagine del caos cosmico primigenio, allegoria della acquatica aquantica formazione delle specie naturali, alchemicamente fuse dalla intensità di colori, adagiati come macchie nella fluidità cosmica. E tutto ciò se vero che il macrocosmo è specchio del microcosmo, anche l’origine del mondo è forma e sostanza manifesta di ciò che avviene in noi, qualche attimo prima del miracolo; la nascita della vita, il respiro dell’universo.

Siamo qui in una dimensione biologica, embriologica, citologica, non fisica, all’apparenza. In realtà bìos e physiká non sono essenze indissolubili ma legate strettamente in una dimensione eterea, che è la concreta manifestazione silente dell’anima divina.

La lettura dell’opera va fatta ponendosi su multistrati, i colori danno al dipinto una quadrimensionalità di fatto e di significato non trascurabile. Nel livello a noi più vicino c’è il bianco degli spermatozoi, e questo sappiamo, essotericamente, tutti. Un groviglio frenetico e competitivo, un libero mercato giustificato, così come la selezione naturale, un liberismo che da ormai quattrocento anni confermiamo, confermiamo spudoratamente facendo dell’uomo lo specchio della natura e non della natura l’immagine e simiglianza dell’uomo, custode, nomoteta, generatore nella sua intima sostanza, quella più nascosta, quel dito che sfiora Dio e che da Dio stesso ci è donato. Noi non siamo padroni di ciò che è stato plasmato ma custodi, un giorno restituiremo ciò che ci è stato affidato. Per questo dobbiamo custodire come boni viri, consci che ciò che abbiamo, qui ed ora, non è nostro. Ma è una custodia del tutto particolare, quando finiremo i nostri giorni non dovremo consegnare le chiavi dell’universo al Padrone, il Padrone stesso ci renderà partecipi della sua proprietà, saremo un tutt’uno con lui, un tutt’uno con l’universo ed il significato di possesso, proprietà, svanirà perché noi da custodi non diventeremo possessori o proprietari ma la nostra essenza sarà immanente all’universo stesso. Noi saremo universo. Noi, che gli diamo vita con le nostre diverse sfumature differentissime che rendono ognuno di noi non individuo ma persona, doneremo la nostra alma, e il suono degli astri, la musica ancestrale, le percussioni della terra, le corde tese del vento, il sussurro dei colori sarà varissimo e completo, ergo armonico, grazie alla nostra diversità, sarà perfettissimo grazie alle nostre imperfezioni che renderanno le dissonanze armoniche e il tutto triplice ed unico.

Ma rimaniamo ancora un attimo in superfice, il bianco, gli spermatozoi. Dal Seicento abbiamo progressivamente perso la nostra dimensione spirituale, che a partire dalla seconda metà del ‘900 sembra man mano riavanzare e rigenerarsi, sicuramente tornare con gli dei che sono in noi, resi attoniti e sopiti dal nostro desio di materia, padroni e dunque distruttori, anziché custodi, della natura e della vita. Le teorie economiche dal Mercantilismo in poi, Adam Smith con la sua spiritualizzazione aberrante della materia, Thomas Malthus il terribile divoratore di persone, ma anche Marx con la materializzazione della spiritualità, sino ai Marginalisti ai keynesiani ai neoclassici ed agli ultimi agonizzanti novecenteschi. Alla stessa guisa la politica Hobbesiana, il pensiero illuminista, il positivismo scientifico, sino al nichilismo e alla democristianità cattolica compromissoria, quindi pochissimo universale, in aporia etimologica. E il lamarckismo seguito dal darwinismo e dal concetto di selezione naturale, del più forte, o meglio di chi detiene una mutazione più favorevole, che meglio si adatta alla natura, che domina. Sempre aberrante considerare che sia l’uomo che si adatti alla natura e non viceversa. E se c’è un viceversa è visto in una ottica del dominio del più forte, ossia l’uomo si sostituisce alla natura e la adegua con le proprie perverse violazioni a causa delle quali tanto geme la Madre Terra. Tali periodi sospesi, volutamente, hanno un seguito, diretta conseguenza. La corsa degli spermatozoi per fecondare l’ovulo altro non è che una metafora della libera concorrenza ove, partendo da una situazione di parità, vince il meritocratico, il più forte, intellettivamente e/o economicamente e/o perché maggiormente vigoroso nel corpo.

Ma ciò che l’uomo crede di capire è ben diverso dal disegno dell’anima del mondo, ben diverso dallo stesso senso cristiano, l’uomo si spoglia della sua umanità per divenire né minerale né animato, ibrido che sotterra i talenti o li getta all’aria, o li usa come stuzzicadenti. L’uomo che usa perversamente, inadeguatamente e dunque inutilmente gli utensili. L’uomo che rinuncia alla spiritualità o, peggio, se ne disinteressa, obnubilando la ricerca del senso delle cose, la sua missione.

Prima della formazione degli spermatozoi, lo spermatide 1 era ancora una cellula diploide, con un corredo cromosomico di 46, successivamente, perde una parte di sé e conserva 23 cromosomi. C’è una logica, rinunciare a parte di sé per creare qualcosa che trascende il sé, qualcosa di più alto, far fruttare i talenti rischiando, anzi avendo la certezza, di perderne un bel po’. La metà, come nel mito degli ermafroditi platoniani. L’uomo da solo ha tutto ma per scoprire, comprendere e far fruttare il proprio tutto deve perdere  parte di sé e ritrovarla nell’altro.

E una volta fecondato l’ovulo, nella meiosi, e precisamente nell’anafase I, avviene il vero primo grande miracolo, il crossing-over, il rimescolamento del “messaggio” dello spermatozoo con quello della cellula fecondata, uniti in un punto preciso, all’apparenza causale, ma sarà proprio da quell’unione di cromosomi, in quel punto preciso e non in un altro, che inizierà l’essenza ultima, la primigenia verità ultima, la vita.

Gli spermatozoi sono raffigurati nel dipinto in una fluidità statica, fluidità data non da un intuito movimento ma dalla casualità apparente stessa col quale sono posizionati. Non c’è competizione, non è lo spermatozoo più scaltro, più veloce, più forte, che feconda. Da solo lo spermatozoo non sarebbe nulla, è la forza degli altri che lo fa giungere a destinazione.  Nessun  seme sarà sperso. Ognuno ha una funzione unica, e lo spermatozoo che feconderà è accompagnato nel viaggio da una forza quasi mistica, da un sostegno, è spinto dalla fluida corrente degli altri che hanno un ruolo, farlo giungere a destinazione. E quel ruolo è già prefissato. Ed anche la scienza ha scoperto che gli spermatozoi vendono “guidati” verso la cellula uovo, studiando alcuni animali acquatici come la Campanularia.

E cosa resta, tuttavia, di questi spermatozoi non competitori o nemici, ma guide dello spermatozoo fecondante. Scendiamo al secondo livello del dipinto, addentrandoci nei segni esoterici, diverse sfumature gialleggianti, alcune tracce purpuree. Sembrano morenti ma nel terzo strato c’è la risposta, l’ocra dominante è la loro memoria che rimarrà per sempre nell’individuo, nel nascituro, e concorrerà alla sua crescita, al suo divenire persona. Nessun seme andrà sperso, gli spermatozoi guida, in una amalgama giallognola, saranno il respiro del vento, il canto delle cicale, il bisbiglio degli uccelli, il candore dell’aurora, la goccia di brina che investe ed illumina la rosa. Frammenti eterni dell’etereo spirito dell’universo.

Il quarto ed ultimo strato è blu, la dimensione ultima e rivelatoria. “In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”, e “la vita, dal mare, venuta al mare ritornerà”. Nessun seme andrà sperso, nessuna parola, nessuna melodia o rumore, nessuna traccia cromatica. Tutto permane custodito nell’infinita e pulsante fiamma dell’amore divino, della multiforme e trinitariamente unitaria anima dell’universo, ovverossia del tutto, visibile, invisibile, reale e trascendente.

 

dottor Giovanni Di Rubba