Fiori di Carciofo

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Autore: Antonio Marchese

Materia e tecnica: mista nitro su legno

Dimensioni: 60X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Antonio Marchese, “Fiori di Carciofo” ben si colloca nell’Oltrismo per messaggio e funzione, con la peculiarità che gli è tipica, quella di rappresentare un astrattismo primigenio, etereo nel suo manifestarsi, pulsante, genealogico. Il Marchese tende alla armonia oltristica collocandosi in dimensioni atemporali ed ataviche, il suo simbolismo si estrinseca in rappresentazioni di una profondità primitiva ma pulsante, che ci colloca al centro di rappresentazioni cosmiche in cui intuiamo l’essenza stessa, il suo nascere ed il suo promanare. E la profondità è qui, nello schematismo che ci induce a riflettere, ad ammirare l’istante creativo, il pneuma, il soffio vitale ed a renderci conto che ciò che fu in principio, prima dei tempi, è impresso in noi, orma del divino. Tale opera, infatti, ci induce a superare i nostri limiti riconducendoci ad una realtà che ci accomuna, che accomuna noi sensienti, l’essere simili, sostanzialmente eguali per origine comune, per avere in noi, impresso, quel soffio creativo, il respiro di Dio che era è e resta impresso come un sigillo, lo spirito che ci dà vita e che conserviamo in eterno, apprestandoci al passo successivo, comunicare agli altri ciò che gratuitamente ci è stato donato.

E tale semplicità non può non esulare da  un breve racconto, da un mito, quello della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere, dagli occhi stupendi e profondissimo, tra il verde ed il viola, tra speranza e grazia e rimembranza. Bellissima ma orgogliosa e volubile. Il re degli dei, Zeus, se ne innamorò non ricambiato ed in un momento d’ira trasformò la dolce ninfa altera in un carciofo verde e spinoso come il carattere della ragazza. Tuttavia al pungente e belligerante ortaggio, guerriera amazzone corazzata, resta il colore verde e violetto dei suoi occhi profondi, ed il cuore  tenero. La sua spinosità nasconde il sentimento, l’amore, la poesia.

L’opera è stata realizzando soffiando sui colori, creando questi spiragli di essere, questi fiori di carciofo. Fiori dai pulsanti colori giallo a sfumature blu, come macchie, come sorpresi frammenti adagiati sul cosmico sfondo nero e che lo irradiano, come maravigliati di aver destato l’attenzione della divinità che gli ha dato vita con un soffio, che gli ha dato senso, che lo ha reso essere amico e non suddito.

Fiori che rappresentano l’essenza dell’uomo, dell’essere umano, prima della chiusura dello stesso in sé, nelle sue ostilità, nella sua smania belligerante, nella sua paura dell’altro, nell’odio, nell’invidia, che è solo una corazza. Una corazza che si formerà quando il fiore avrà prodotto l’ortaggio, quando l’essere umano, per scelta, avrà rinunciato alla sincerità ed alla semplice ed umile consapevolezza di essere creatura che ha destato l’attenzione del creatore, che ha nell’alma il sé divino. Così come racconta il mito di Cynara, per superbia l’essere umano ha voluto ribellarsi ed ha indurito il proprio essere.

La corazza resta e quest’opera vuole ricordarci le nostre origini, spingerci ad andare oltre non rinnegando ciò che abbiamo nel nostro tenero animo, ciò che eravamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

ST acrilico tempera su cartoncino

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Autore: Antonio Marchese

Materiale e tecnica: acrilico tempera su cartoncino

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’oramai quasi costante ambientazione siderea del maestro Antonio Marchese ci immerge in una dimensione del tutto, in una allocazione spaziotemporale statica ed eterna. La percezione è quasi musicale, un aggraziato vibrare pitagorico, un silente e prolungato suono ci pone in una realtà meditativa e di quiete.

I colori sono pacati, siamo nell’universo rappresentato staticamente, come dicevo, ma che è al di là e dinamico proprio grazie alle variazioni cromatiche. Dividendo in due il dipinto notiamo uno spazio siderale ambivalente, il classico universo così come lo immaginiamo, a destra, un ammasso di stelle e nebulose, fisse, immobili, alla estrema sinistra, a destra e per gran parte del paesaggio, un pullulare di colori sì siderei ma quasi vividi, dinamici, che sorgono illuminati da una sfera, collocata alla estrema destra in alto, che campeggia. Una luna bianchissima, una essenza femminea che dona amore, brio all’etereo, che dà vita alla ragione, non frutto di mero raziocino ma nemmanco da esulare, da collocare come contorno, come elemento essenziale ma non sufficiente per il raggiungimento della armonia. C’è, insomma, l’essenza apollinea e gran parte di quella dionisiaca nell’intero contorno. Contorno su cui si appoggia il punto focale ed essenziale, al centro del dipinto, l’essenza sintesi delle due, quella ermetica, la sfera.

La sfera simbolo di conoscenza. Monolite etereo, eterno e mutevolmente perfetto, luminosissimo. Il verde che sembra quasi connotare una dimensione a noi conosciuta, quella dello spazio terrestre e sublunare, come a formare i continenti purissimi, smeraldini, verdi, emblema della natura, del sospiro panista. La natura di cui siamo custodi, la natura che nasce dall’azzurro primordiale e primigenio, genealogico del tutto, che domina la sfera e che si estende intorno, come a formarne un’aura, un respiro divino, un’aura che non è mero contorno ma che sembra condurre la sfera stessa in una dinamica in cui ciò che genera è al tempo stesso generato, ciò che avviene e si manifesta promana dall’essere e al tempo stesso lo crea, modella, accompagnandolo in un lieto navigare.

Tale sfera che, come è costante nell’Oltrismo, rappresenta la conoscenza, il bagaglio donato dalla divinità all’uomo per giungere attraverso la grazia all’armonia facendogli riscoprire le sue potenzialità e la scintilla che in esso alberga,  annulla il tempo e viaggia nel tempo e nello spazio, alla stessa guida del nostro bagaglio conoscitivo, sensibile, razionale, e che si dona all’altro per scoprirsi e che si dona allo stesso tempo all’universo di cui siamo parte e che è parte di noi e che è tutto di noi, custodi di un frammento d’assoluto che è il tutto, custodi dell’oltre, dell’immanente e del trascendente.

Naviga la sfera sapienziale nell’universo con lo scopo di fecondare gli spazi eterni e illuminare ogni essere, ogni cosa, in un gioco di specchi e di scambio reciproco di sapere e di amore, congiunti nella bellezza dell’esistente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Commento all’Oltrismo di Antonio Marchese più critica di Floriana D’Auria

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(il Maestro Antonio Marchese)

 

A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia.

Questo mio modo di dipingere è lo strumento con il quale esprimo la mia fantasia, il mio stato d’animo. Ho la sensazione che, quando inizio un lavoro, i colori che scelgo si mescolino man mano da soli, dando vita a qualcosa che sorprende me stesso e che nasce dalla spontaneità e, spesso, dalla casualità.

Protagonista è senz’altro il colore, forte, brillante, con differenti densità, che subisce l’influenza della luce che lo rende mutevole.

Il mio approccio con la pittura è di sperimentare tecniche diverse, aggiungendo ai colori anche materiali diversi, come il legno, sassi, ed altro.

 

Maestro Antonio Marchese

 

 

Critica artistica a cura di Floriana D’ Auria:

Il maestro Antonio Marchese  è uno degli esponenti di spicco del movimento artistico contemporaneo dell’Oltrismo.

Il suo linguaggio spazia dall’astratto materico che traduce l’ impeto del suo tratto, a passaggi figurativi e tratti solidi che inglobano pezzi di realtà.

Marchese vuole andare oltre i movimenti astratti più noti per essere libero di superarsi e abbracciare nuovi espressionismi per raggiungere il suo equilibrio e la sua armonia. L’uso del colore, abbondante, materico, lavorato di getto e senza pennelli, diventa in alcuni casi scena di un teatro naturale, dove elementi raccolti dalla realtà empirica, diventano protagonisti della realtà soggettiva, inventata e creata dalle sue mani.

Paesaggi di colore, combinazioni casuali e dripping, incontrano mito, storia, cultura a concetti propri dell’ oltrismo.

Lo sgomento del sentirsi infinitamente piccoli in confronto all’infinitamente grande, in confronto all’ immenso, all’infinito… l’essere umano al confronto con l’altro, con l” oltrismo “.L’ Oltrismo di Antonio Marchese si esprime in modi nuovi ed inconsueti, spaziando nell’astratto del suo pensiero fino ad abbracciare la materia della natura, che viene chiamata in gioco ed entra fisicamente e prepotentemente a dare forma all’idea. Oltre il pennello le mani, oltre il pensiero la pietra, oltre l’uomo l’effige statuaria di echi classici, riportata nel contemporaneo per attribuirle nuovo slancio futurista.

Nell ‘opera “Percorsi” su un contrastante intenso colore di fondo, si rincorrono meandri contorti, un percorso a ostacoli, dominato dalla forza di superarsi e trovare l’uscita dal labirinto, andando oltre.

 

Floriana D’ Auria