“IN OLTRE-UMANO” La Parresìa della concretezza; Carmela Santulli

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Autore: Carmela Santulli

Commento a cura di: Carmela Santulli

 

 IN OLTRE-UMANO

La Parresìa della concretezza

 

In Seconda media una bambina scriveva:

“Tutti vogliono un mondo migliore, ma nessuno inizia a farlo migliorando se stessi.

Tutti vogliono la pace eppure non si accorgono che sono i primi a far guerra.

Tutti vogliono la felicità, ma nessuno si prende il rischio di uscire dalla sua protezione per cercarla, così arriva solo la tristezza.”

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C’è un angelo in questo dipinto che potrebbe rappresentare quella stessa bambina, solo molto più grande, con un bagaglio di Sophia in più ed un mondo su cui posa abbattuta.

L’universo attorno.

Tante sono le possibilità: potrebbe guardare oltre sé stessa e cercare un punto di quell’esistenza in cui ritrovarsi o restare sul mondo, a far ammenda alle sue responsabilità, senza scappare, il solo momento che serve per far implodere gli universi di una sola parola: cambiamento.

 

Quando si soffre si ha la possibilità di riscoprire e valorizzare i grandi miti, i costrutti sociali per cui corriamo in questa esistenza, alla ricerca di chi? Di cosa?

La nostra vita è composta di attimi in fuga dove il tempo manovra l’esistere che si disperde nei vari status e ruoli sociali di cui siamo portavoce.

Spesso, privi della nostra firma, della nostra esclusività, continuiamo a dimenare le nostre soggettività, senza una ricerca del senso di tutto.

Ed ecco l’Amleto che si fa strada in noi, nella fatidica richiesta all’anima: Essere o non essere…

 

I paradisi artificiali in cui ci costruiamo hanno reso povere le anime di chi, seguendo la nuova società della velocità, perde in profumi e sensazioni, in parole e azioni per nascondersi dietro un click; mentre coloro che sono volti alla ricerca di una costante innovativa sono nelle sembianze di sagome afflitte, vedono e conoscono le verità nascoste dietro le «Bruttezze» che non si vogliono guardare, per ricercare i fiori nel cemento, i piccoli  segni da salvaguardare, l’ esprimersi nelle azioni e nella lotta per le proprie teorie.

 

E mentre la matita schizza qualcosa di indefinito, le forme si fanno chiare, la quotidianità si apre all’alba di una routine da mettere in crisi, da concretizzare, in cui ricercare l’oltre, il diverso.

Ci si estranea nei pensieri che si collegano a sinapsi varie quando i gessetti colorano il cemento con soli e scarabocchi di bambini e un’utopia cresce, si appropria dello stesso disegno mistico, lancia un messaggio:l’arte come il risultato migliore per l’artificio di uno scatto, di una meccanica straziante e subdola quella che rappresenta il Big Brother Orwelliano, l’occhio che controlla il tutto  e si assicura che ciò rimanga sotto la sua schematicità. Non esistano menti ma solo burattini al seguito di un burattinaio.

 

Ci siamo evoluti dalla semplice censura, dallo volontà di privare e bandire libri, di bruciarli al rogo come accadeva nei passati, ma non antichi, Totalitarismi.

Ora non si ha paura di una biblioteca piena di testi importanti, essa stessa non è sintomo di curiositas.

Ecco, l’assoggettato cresce intatto, nella sua campana di vetro, finché non si presentano i pochi dell’Oltre, a marciare controcorrente, senza paure.

In filosofia la chiamerebbero «Parresìa», la franchezza del dire il tutto per ciò che appare senza paura delle conseguenze, prendendo su di sé i rischi di un’azione. Questo è dato dai pochi che apprendono una delle più grandi dinamiche di sopravvivenza:la resilienza,capacità di opporsi positivamente ai traumi e riorganizzarsi in funzione del superamento di un ostacolo.

 

Ed è solo ora che troviamo l’Homo Sapiens, l’angelo del nostro dipinto. Una figura che non dispera né si compiange della realtà psico-dinamica dell’uomo, dei contrasti, delle ambivalenze, delle disumanizzazioni, anzi, egli resta a valutare per poco le miriadi di possibilità, le analizza, le dispiega, esternizza questo dolore per poi convergerlo in un universo che prenderà le sue inclinazioni.

 

E modellato e armonizzato alla nuova opportunità, si cerca di orientare la globalità ad una nuova voce, nei silenzi dibattuti dalle voci, una richiesta espressa attraverso il ricondurre alla propria interiorità, alla funzione di emozionare, emozionarsi e trovare in ciò rivalsa per la vita.

L’Oltre-uomo del cambiamento si fa espressione di sé stesso, cogliendo le proprie paure e sfruttandole nel perno della riflessione, accrescendo la sua opportunità di mettersi in gioco.

 

“Non c’è felicità se non con consapevolezza.

Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla.

 Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.

Non sapere, però, è non esistere”(Fernando Pessoa)

 

Ed è nella provocazione del non esistere, del disumanizzarsi, del comprendere il contrario di ogni moneta che si può valutare la valenza degli attimi positivi a cui non si ha fine, non esiste abbandono o lascito. Se la si crea nei mezzi delle proprie azioni la fatidicità del cambiamento  ha la forza di un uragano e si spande come epidemia.

 

Carmela Santulli

 

 

 

 

Gravità Zero

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 122X102

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La fuga dalla mondanità verso le tenebre gaudiose e lucenti dell’irrazionalità cosmica, che nella casualità caotica trova il suo senso primo e perfettissimo, comprensibile dall’anima per il tramite dello spirito prima che giunga all’intelletto,  è un ritrovare se stessi. Non ci si sperde ove l’occhio sensibile vigila e si rinnega ogni sprazzo di senso imposto, realismo forzato, positivismo sdottrinato ed empirico, per immergersi nell’immaginazione che plasma il passato ed attraverso il ricordo, sempre personalissimo ed attuale, invade e modifica ciò che ci sembrava accaduto ma che mai accadde se non per nostra concezione implosiva subitanea.

Tuffarsi non è fuggire, è imprimersi in sé, è comprendere sé, nel suo senso iperreale ed  oltreumano a un tempo, vero, profondo. E la profondità dà la vita, eterna acqua di sorgente da cui noi proveniamo, dà la vita al senso stesso di tempo, al nostro wormhole interiore che ci rende padroni dell’universo stretti nell’abbraccio comunitario collettivo, scevro da individualismi bigotti perché egoisti, scurati dall’ipocrisia. E tale profondità apre alla contemplazione somma della bellezza di sé, dunque della natura.

Tuffarsi dunque, gesto per eccellenza solingo, come la scalata, l’ascesa mistica, come l’atto dell’atleta, non è solitario agire, ma proprissimo acquisire consapevolezza della personale realtà statica da sempre, in apparente mutamento, ma scoperta increata a tratti dall’atto creatore stesso. Trasfigurazione dell’Es, trasmigrazione del proprio Ego, transustanziazione della propria immagine, trasvalutazione del proprio credo. E ci si incontra, ci si incontra assieme. L’umanità tutta. Il folle volo è un atto subitaneo, rappresentato nel dipinto nel momento attivo, ma pochi attimi prima dell’immersione. Ma esso è il seguito del lento lavorio interiore che può farci amare gli altri solo odiando in loro la parte terribile che scorgiamo che è la nostra, ciò che ripudiamo nell’altro è ciò che ci spaventa di noi. E solo stando da soli, purificati, felini catartizzati, ove la scaltrezza diviene giudizio e la furbizia astuzia, la brama di potere intelletto, solo allora, dicevo, possiamo e siamo pronti ad accogliere gli altri, ad amare il diverso in quanto, per definizione, nostra parte, nostro strettissimo punto di riconoscimento.

Non sappiamo il gradivo rappresentato nell’opera cosa lascia alle spalle, l’unico punto di appartenenza con il passato sono le sue forme ed il suo corpo. Ma chiarissimo scorgiamo cosa ha d’avanti. In basso il catartico purgatorio, il Lete che fa cadere le sue paure, divenuto, attraverso la coscienza, limpidissimo, mare calmo ma non tiepido, chiarissimo e lucente. In lontananza i monti, i suoi ostacoli, dipinti egregiamente, sono lontani e volando sembrano miserrimi, sembrano ciò che sono al tuffatore consapevole. E la prospettiva designa egregiamente che il varco, il passaggio, il buco nero che porta allo splendore lucente e vivido, non si cura delle vette, rappresentato prospetticamente non solo al di sopra di esse in altezza e quindi in magnificenza ed ordine gerarchico, ma soprattutto prima, antecedenti postume in lunghezza. Il tuffatore consapevole non dovrà né avrà bisogno di varcarli o fronteggiarli perché, nella sua consapevolezza acquisita, che gli concede il volo, la sua condizione conquistata, quella di essere a gravità zero, nulla è più limite, ed il limite stesso si è tramutato in sembiante di se stesso, impotente e vana ogni sua pretesa sull’uomo nuovo che spicca il volo libero.

 

dottor Giovanni  Di Rubba

 

 

 

 

 

 

Commento all’Oltrismo di Giovanni Di Rubba

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(Giovanni Di Rubba)

 

L’Oltrismo, corrente artistico- culturale fondata dal Maestro Sarossa, cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per superficiale coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale.  Agire irrazionale alla base della natura umana, l’ essere cioè contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, divenire uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente ed irrazionalmente all’altro, la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione.

Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento. È a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, che punisce e vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza resta, possente,  una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro, tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica verità possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

L’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, che non esclude l’altro ma lo ricomprende in una ottica comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, utilizza categorie del passato, della gnosi, perfezionamento ottenuto attraverso la conoscenza, reso manifesto attraverso la contemplazione artistica.  Le arti liberali poi, trivio e quadrivio, ma anche simboli alessandrini ed orientali. Il tutto miscelato ad una attualità non escludente, che abbraccia ed accoglie ogni espressione artistica, sia strictu sensu, sia letteraria, ad esempio l’etereismo poetico di Giovanni Di Rubba, l’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come il Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o il Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach. Cogliendo l’etereo dall’arte, l’Oltrismo  ci apre a contemplare, nell’arte stessa, l’impronta del divino, mano di un artefice, artista o poeta, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos.

L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, e si apre a sua volta ad ogni voce artistica che cerchi il suo “altrove immanente che lo trascende” nell’arte. Con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi, l’oltrista, seguendo vibrazioni eteree, cerca di giungere  ad una spiritualità nuova, ad un nuovo uomo, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba