Trillium Roads

trillium roads

Autore: Matthew Palmo

Materia e Tecnica:  acrilico su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Trillium Roads” il maestro Matthew Palmo declina in pieno l’aspetto arcaico dell’Oltrismo, un arcaismo da cui emerge pullulante l‘intima essenza del nostro essere, l’aspetto etereo del mondo in una visione personalissima eppure universale, figlia della sua terra, Buffalo, e di una dimensione mistica in cui si colloca la fisicità, la natura.

È un percorso, una strada, intrisa di luccicanti spiriti, di lucciole, che guidano il cammino dell’essere umano tanto quanto quello del fruitore, che si immerge nel dipinto incamminandosi verso l’ignoto, accompagnato da queste luminescenze, da queste guide invisibili, i trillium, puri come gigli. Si incammina l’uomo lungo questa via che converge prospettica verso un punto luminoso ma al tempo stesso è assediato da forze opposte, è ignaro della destinazione, quella luce è sbiadita perché vista in lontananza e la strada è ricolma di riflessi sfumati, domina un colore azzurognolo, come di corrente, di corso d’acqua, di fiume, ma l’inizio del percorso è già di per sé periglioso, una giallognola figura apre la strada ed i colori sono di un azzurro intenso che sembra quasi avvolgere il viandante. Il principio del cammino spaventa e spinge quasi ritrarsi, ritrarsi per la paura di essere inghiottiti dall’abisso.

La strada termina dividendo in due parti il dipinto, in sezione aurea, la prima, la maggiore, che simboleggia il nostro cammino su questo pianeta, l’altra la meta, le sfere alte. E l’attenzione del fruitore è paradossalmente attratta subito, per il periglio iniziale della fluente via, a soffermare la propria attenzione lì, nella dimensione alta, come a voler conquistare un premio, godere di un traguardo, di una vittoria, eludendo il percorso, che è la vita. Ed in alto c’è un sole arancio, collocato non al centro ma leggermente a sinistra, un sole che simboleggia Dio, un Dio non rosso fuoco ma arancio appunto, e non centrale ma spostato a sinistra, scostato come a dire all’essere umano non affrettarti a contemplare, percorri prima la tua strada. Ma è un sole magnifico nelle promanazioni, facendosi un po’ in disparte, verso sinistra, vuole anche  aiutarci, indicarci in che modo percorrere questa perigliosa via, col cuore a sinistra, andando al di là, senza farci incantare da un canto di sirene malevole che ci spingono a bramare la meta senza sofferenza. Senza lavorare, come i coleotteri che assediano i trillium per impedire alle laboriose formiche di farli riprodurre, ovverossia risplendere. Ma è, dicevo, un sole magnifico nelle promanazioni, tra il celeste ed il rubino, sopra di lui una forma verde ed ocra, simile a civetta, che è sapienza, e che è in opposizione alla figura informe che le corrisponde all’inizio della strada. E così il fruitore errante è spinto a tornare indietro, incoraggiato, ed iniziare, finalmente, il cammino.

Ed ecco che la via divide la parte bassa in due parti, destra e sinistra. Sul lato destro basso c’è il mondo così come ci appare , nella sua immanenza, così com’è, empiricamente, un abisso nero accanto alla strada, emergono forme che danno la consistenza di un acquitrino al paesaggio destro, rada e rara la vegetazione, l’ocra domina. Un mondo deturpato, inquinato, violato, sterile. Ma anche nel lato destro luccicano le luminescenze, i trillium. E c’è un albero, un albero che ci indica l’irraggiungibilità di tale lucentezza, del trillium, che quasi ci viene concesso da un potere ignoto ed arbitrario. Tuttavia, come il Dio/sole ci indica, guardate a sinistra nel percorrere la via, squarciate il velo di Maya. Ed è così, a sinistra c’è il mondo nella sua trascendenza, un fuoco da cui promana come vapore una figura eterea dalle sembianze femminili o angeliche è posta in corrispondenza dell’albero, e ci mostra la verità, sta a simboleggiare lo Spirito Santo, che è fuoco inestinguibile e da cui promana luce, i trillium. Che ci dona e senza arbitrio. E di lì quel vapore divino ci viene incontro, fa ingresso nella strada come nella nostra vita. Una figura angelica femminea con una aureola sferica che la avvolge. La nostra guida, la nostra speranza, la nostra luce. Subito dopo, non a caso, sul lato sinistro emerge una figura femminile ancestrale, da madre primordiale, vergine gravida, raffigurata in maniera arcaica, come le dee madri primitive dal seno pronunciato. È la madre terra, è la vergine Maria che ci assiste e protegge, è lei e quel fuoco che è Santo Spirito che ci irradia di trillium, di luce, la vera fonte, che ci invia la luminosa guida, colma di grazia. E questa immagine è talmente alta e possente che col corpo è nella parte bassa del dipinto e col volto, invece, va nelle alte sfere. Ha un volto umano arcaico, quasi sofferente, ma è la nostra avvocata e la nostra difensrice, lei con quella sofferenza impresa sul volto richiama Dio, il sole, che si fa a sinistra, come abbiamo detto, per indicarci la via da seguire, richiamato dalla madre sua che è madre nostra e protettrice. Da lei promana grazia, sapienza, speranza. Sempre sul lato sinistro, nella parte bassa, c’è infine una figura luminosa in croce, il Cristo, che si fa uomo e che nel sacrificio è luminoso, radioso, come il trillium, puro e risplendente, come il giglio. La parte destra è illusione, è degrado, è brama di potere, alto come albero che concede per arbitrio e che ci fa credere che dal suo potere promanino i trillium, le luci. Come l’antico serpente ingannevole. La parte destra è scempio all’ambiente ed alla natura, è terra brulla, acquitrino. La parte sinistra è la verità, è lo Spirito Santo che dona, è la nostra Madre Celeste, è il nostro Dio fatto uomo. Sono le vere fonti del trillium, del giglio, della luce, degli angeli, delle nostre guide. E sta all’uomo scegliere come percorrere il sentiero che è la vita se guardando a destra facendosi ingannare dall’illusorietà, o a sinistra seguendo la verità, per poi giungere alla fine, della via come della vita, così come ci mostra quella strada che prospettica si chiude con il trillium finale, la figura luminescente che ci accoglie nelle alte sfere, circondata da un rosso intensissimo, che è l’amore di Dio, promanante dal sole. L’amore infinito, misericordioso che guida il nostro cammino, il palpitio del cuore che se in sintonia con i nostri passi lungo questa strada che è la vita ci conduce alla eterna felicità. Seguendo invece le illusioni che sono nella parte destra saremo distratti e spersi ed alla fine del sentiero non vedremo altro che quello che si vede nella parte alta a destra del dipinto. Un cielo così come si osserva empiricamente da un telescopio. Nulla di più che la freddezza di un immobile cielo stellato ma senza trillium, senza luce. Seguendo la sola ragione cadremo nelle maglie dell’illusione, nei vortici dell’abisso, ascoltando il nostro cuore giungeremo verso lo splendore inenarrabile, la luce d’amore inestinguibile.

dottor Giovanni Di Rubba

Matthew Palmo

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Matthew Palmo, artista.

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Matthew Palmo si adagia con lievità arcaica nella corrente artistico-culturale fondata dal Maestro Sarossa, l’Oltrismo. E lo fa da una angolatura diversa, figlia della sua cultura e del suo mondo, Buffalo ed i dintorni, il primitivismo di una terra che si respira nei dipinti, l’orma di una ancestralità mai morente nel suolo del Nord America. Dimenticata talora, ma che da sempre risorge come sospiro dei Padri di quel Mondo Nuovo, la cui essenza traspare e si insinua in maniera eterea ma sconvolgente, una etereità che trasforma e plasma la realtà quotidiana, il frastuono della contemporaneità, il quale si spoglia della propria distrazione postsettecentesca per ritrovare un sé più autentico, primordiale, un’anima che il fervore della modernità non può celare. Anima incancellabile, impressa in ogni nascituro di quel suolo ed in ogni essere su di esso vivente, perché l’uomo nasce dalla Terra e della Terra serba la memoria, della sua Terra, una memoria ineluttabile, che si manifesta nell’intimo e dall’intimo riesce a cogliere l’immagine di sé nella Natura, ponendosi quindi in divenire ed acquistando consapevolezza, raggiungendo l’armonia . Nell’Oltrismo la creatività è il motore che muove la mano dell’artista, la fantasia il luogo dove ambienta i suoi paesaggi, la conoscenza il mezzo per tirare fuori quello che ha dentro, l’Armonia il fine. Ed il Maestro Matthew Palmo fa questo, coglie l’istinto primordiale che dà impulso alla vita, utilizzando però un linguaggio figurativo particolarissimo, che possiamo cogliere ed intuire in ogni suo dipinto vivacissimo e che illumina d’infinito il fruitore, il quale ritrova nella sua anima questo ululato cromatico d’assoluto primordiale.

 

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A Buffalo Illuminata

 

Nell’opera “A Buffalo Illuminata”, ad esempio, tale corrispondenza luminosa appare sin da subito, osservandola attentamente ne possiamo cogliere una quadruplice dimensione, come se il dipinto fosse segmentato in due sezioni auree. La prima taglia in parallelo il dipinto e congiunge la base dei due sempreverdi, che si posizionano ai lati estremi dell’opera. Il sempreverde rappresenta il ciclo continuo ed immutabile, la staticità eterna, l’immortalità delle cose, la loro perennità ed incorruttibilità. Tali alberi sono posti a guardia della sfera superiore, che è ciò che domina e plasma l’inferiore, doppio della prima ed immagine di questa. La seconda sezione aurea taglia in perpendicolo il dipinto, in prossimità della sfumatura tra ocra e nebulosa. Cogliamo le due essenze di Dio, le due essenze astrali del supremo, a destra quella sensibile, in cui un sole al tramonto irradia dal rubino all’ocra ciò che lo circonda ed emana un fascio cromatico dolcissimo, lunare, subito alle pendici del sempreverde, emblema della luminosa potenza dell’Invictus. Ma l’intensità cromatica del divino non può realizzarsi in pieno se non nella sfera sublunare, ove il bianco della luce assume le multiformi intensità e variabilità cromatiche, in un tripudio complesso, la perfettibilità di Dio chiarissima nelle alte sfere si complica nella realtà concreta, di una complessità non ostica ma multiforme, i colori irradiando la Natura, la rendono sublime, meravigliosa, e nella complessità e varietà della bellezza possiamo intuire l’ente emanante, la grazia di Dio, il suo fervore nel donarci il Bello in una ottica Oltristica, preservando per sé la perfezione e regalandoci la complessità dell’imperfezione a che sappiamo che il nostro essere simili a Dio è nell’essere imperfetti e quindi capaci di coglierne la grazia e la superba beltade. A sinistra c’è l’alto volto di Dio, quello razionale. È rappresentato il cosmo, da una nebulosa alla meraviglia serale delle stelle e comete. E c’è l’immagine perfetta della giraffa, a collo alto e fiero, matematicamente perfetto, a differenza del mondo sublunare in cui è chinata per mangiare, e quindi lavorare, col sudore, chinarsi per cibarsi, a differenza dell’iperuranio in cui sono gli arbusti alla sua altezza. Non c’è evoluzionismo lamarckiano, c’è l’essenza della vita, del nostro ruolo qui sulla Terra. Dall’essenza razionale di Dio, su cui veglia una luminosa promanazione, quasi umaniforme, angelica, sgorga il fiume della sapienza, donatoci da Dio, che dal blu del fermo rigore razionale giunge ad un viola dolcissimo nell’emisfero sublunare della sensibilità. Nasciamo esseri razionali ma dalla razionalità l’amore ci conduce lievi, come un fiume che è la vita ed è sapienza, alla percezione della nostra vera essenza, contemplazione di bellezza e per ciò stessa bella in sé. Ovunque presente la scintilla divina, nelle foglie lucenti, quelle sublunari degli alberi soggetti a mutamento, dunque caduchi ed imperfetti e quindi ricolmi della luce di Dio, della sua grazia, a differenza degli ancestrali e primordiali sempreverdi, già perfetti e partecipi della gloria divina dunque immutevoli ed eterni, così come la perfetta giraffa dell’iperuranio razionale.

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Animali di Victor

 

In “Animali di Victor” il rimando è quasi immediato alla “Guernica” del Picasso, ma tuttavia qui non si tratta di una rappresentazione lamentevole, piangente e straziante della realtà. Ci troviamo in una deframmentazione ben diversa, che coglie il primitivismo degli animali ivi rappresentati e, dunque, della Natura. Il mondo è visto nella sua schematicità, accostabile a quella del Maestro Antonio Marchese, altro esponente dell’Oltrismo. Tuttavia qui la schematicità, sebbene assume i medesimi fini delle opere del Marchese, vale a dire cogliere l’essenza della realtà quotidiana, avvicinandosi in parte all’astrattismo, per spiritualizzare il concreto e dunque cogliere il divino degli esseri animati e inanimati nella loro connotazione quasi rupestre, dunque essenziale, è qui caratterizzata dalla vivacità dei colori, come nelle opere del Kandinsky. Manca l’essenzialità scarna, sciamanica, del dominio monocromatico su fondo. L’opera va letta da destra a sinistra, in senso inverso. A destra tre torce accese, come il fuoco di Vesta, simbolo del divino, della grazia, dell’immutevole fiamma ardente ed inestinguibile, come i sempreverdi di “A Buffalo Illuminata”, simbolo altresì dell’inizio delle cose, del principio che è eterno in quanto causalmente letto all’inverso, e poi, assieme agli animali, raramente ed alla fine in maniera più vistosa, le fogli incandescenti, l’orma della grazia divina nella caducità del reale.

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Pittura di Maddies

 

In “Pittura di Maddies” c’è una anomalia interessante e forse unica, un sezione aurea, che taglia in parallelo il dipinto, geometricamente imperfetta, linea obliqua, come perfezione rotta dalla illinearità del sensibile. Al di sopra c’è un cielo come al solito cromaticamente plurimo e sfumato, al di sotto, nei due terzi imperfetti del reale, il motivo della perfettissima imperfezione geometrica obliqua. Un bufalo ciclopico ed un cerbiatto che si abbeverano allo stesso fiume. Il fiume della conoscenza, la fluidità della sapienza, la sensibilità incarnata dal cerbiatto, che come il Giovanni evangelico corre alla tomba del risorto velocissimo, già si abbevera, senza paura. Il colosso e atavico ciclopico bisonte, che è forza razionale, si avvicina invece più cauto, calmo, ponderante. Ciò che l’armonia geometrica non raggiunge, la raggiunge e perfeziona l’imperfetta essenza sensibile e dolcissima degli essenti.

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Guerra Contro l’Inizio del Tempo

 

“Guerra Contro l’Inizio del Tempo” esprime a chiare lettere il principio di inversione causale, vale a dire l’effetto genera la causa, il futuro plasma il passato. Non a caso il centro aureo del dipinto è una sorta di piccolo wormhole. Il dipinto comincia nel presente e finisce al principio dei tempi. C’è impresso l’evoluzionismo della memoria e non della natura, il concetto stesso di evoluzione è messo in discussione dalla compattezza ed uniformità del quadro. Il carrarmato è il presente, è l’uomo, è l’uomo che nega il divino ed attacca il suo passato. Ciò che è più evidente nell’opera è ciò che manca rispetto alle altre produzioni del Maestro Matthew Palmo, vale a dire le luminescenti foglie, i germogli di Dio in Terra, la luce che rende l’uomo umano, figlio di Dio. Partendo da destra notiamo quella che è l’origine ed il percorso della natura, dai pesci e dal mare, ove la vita sorse, passando per l’era dei grossi rettili, rappresentati qui da un mastodontico Stegosaurus stenops, sino ad oggi. La guerra contro il tempo è di per sé rappresentata dal concetto stesso di tempo, che ha insito quello di mutamento e dunque deperimento e morte. Manca la luminescenza delle foglie, il sussurro delle luminosissime foglie, la voce illuminante di Dio. L’uomo spara, calpesta, distrugge la Natura, distrugge sé, distrugge il suo passato che è il suo presente. Senza ragione. Senza intelletto, senza sensibilità. Senza grazia. Perverte ciò che c’è di sublime svilendolo. L’unica luce è alla fine del quadro, o all’inizio. In basso a destra, in un fiume di luce, fiammelle bianche e candide, figure femminee, generatrici, protettrici dell’uomo, emissarie del divino, angeli in Terra, di spalle vanno via. Ma non è una fuga, è una speranza, in basso a destra, la fine del quadro è l’inizio dell’universo, meglio della vita, e le donne, candidissime generatrici di vita, percorrono il fiume di luce nel passato per generare un nuovo presente che è il futuro. Nella speranza, che è certezza, che la grazia non può scomparire dall’universo.

 

dottor Giovanni Di Rubba