Golfo Napoli

golfo-napoli

 

Autore: Pach (Pasquale Lino Chiaramonte)

Materia e Tecnica: acrilico su tela

Misure. 100X150

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Con l’opera “Golfo Napoli” del Maestro Pasquale Chiaramonte, in arte PACH, il paesaggismo partenopeo sembra tornare con una connotazione tipicamente Oltrista. Si fonde una triplice tradizione artistica, che assapora con gusto ed assorbe con grazia la luminosità, proiettata nelle acque del Golfo, tipica della tradizione della Scuola di Posillipo, da Giacinto Gigante ad Antonio Pitloo, ma a ciò non si limita, né la visione di insieme del dipinto a ciò ci conduce. I colori nell’insieme sembrano, infatti, colpire l’opera come dall’esterno e refrattariamente investire il fruitore, alla maniera dei Macchiaioli, se la triplicità congiunta e stratificata cromatica e di aree e sezioni non andasse al di là, portandolo in una dimensione altra, nuova, parallela. La dimensione delle sensazioni, del sentire, in un ricco frammentarismo decadente ed emotivo, che riscopre le vedute denotando da una apparente semplicità stilistica una intensa e profonda riflessione dell’artista su sé prima che sul paesaggio, risplendendo in esso variegata e ricca.

Il cielo in frantumi e vivace posto sulla sommità dell’asse Somma-Vesuvio è uno statico implodere di colori, come se fosse percorso all’inverso e sviluppato nell’inviluppo il warholiano “Vesuvius”, non attivo, a riposo, dipinto come una allegra montagna ocra che tuttavia riversa il proprio potere non in sé, nella propria apparenza, ma fuori di sé, o meglio su di sé, su un piano divino, celeste, multiforme, della volta che quasi protegge l’intero dipinto sotto la sua egida, lo difende ponendosi sopra, abbracciando la veduta, quasi a dire che la potenza del vulcano non è a sé limitata ma la sovrasta ed è la potenza e l’anima di un popolo che è lì, e che nessuna opera di violenza, barbarie, deturpazione, potrà annientare, perché ponendosi sopra del Golfo, sopra di Napoli è di Napoli ed in Napoli, nel grande assente, nell’apparente assente nel dipinto. L’uomo, l’essere umano, il napoletano. La sua anima scintillante come il cielo, divina come la sovrannaturale bellezza, quella somma.

Il Maestro Chiaramonte, all’interno dell’Oltrismo, con quest’opera ne coglie la sua essenza pop, di un pop estatico e metafisico, di un esoterismo che si apre attraverso l’arte al popolo e ad esso rempaira puro e semplice, riducendo la complessità sottesa del discorso ad intensità emotiva che non può e non sa lasciare indifferenti. Una veduta letta e riletta ricostruita in una nuova ottica, aprendo un mondo misterico con la chiave della essenzialità, con la forza dei colori vividi ed immediati ma posizionati con maestria.

La sezione aurea divide i monti e il cielo dal mare e dalle abitazioni, i monti sono il limite e la risorsa. Il cielo il divino, l’anima, l’essere. Al di sotto la nostra realtà, quella sensibile, il mare e le abitazioni, dunque. Ed il mare riflette in un pullulare di colori il divino ed il reale ad un tempo, è il frammento multiforme e policromatico che ci è a portata di mano, le acque generatrici del reale conservano in sé la memoria di esso, preservano in sé la scintilla del cielo divino, ci comunicano il vivace altalenare ed il vivido, complesso, plurisecolare carattere polimorfo dei partenopei. La memoria è calma, statica, regina protettrice della Natura e del Tutto. La memoria è nel mare, il mare che preserva il reale e dà traccia, percezione della allegria ardente ed inestinguibile del cielo, è specchio il mare della vivacità dell’assoluto.

Il complesso Somma-Vesuvio, i monti, sono il punto mediano tra realtà sensibile e quindi tra Natura e perfettissimo pullulare festoso e superiore del cielo. E nel mare, al centro della sezione del dipinto in perpendicolo ed in parallelo, c’è la sfera, nascosta, il nutrimento misterioso della Natura, l’orma dell’assoluto che dà colore al mare. Essa è nascosta nell’isolotto di Megaride, Castel dell’Ovo, la sfera alchemica, la congiunzione divina, l’Athanor, l’uovo filosofico, caro a Lucullo, a Virgilio Mago, ai Basiliani Alchimisti. Il nutrimento di questa terra, l’anima di questo popolo

 

dottor Giovanni  Di Rubba

Commento all’Oltrismo di Giovanni Di Rubba

gdr

(Giovanni Di Rubba)

 

L’Oltrismo, corrente artistico- culturale fondata dal Maestro Sarossa, cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per superficiale coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale.  Agire irrazionale alla base della natura umana, l’ essere cioè contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, divenire uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente ed irrazionalmente all’altro, la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione.

Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento. È a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, che punisce e vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza resta, possente,  una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro, tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica verità possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

L’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, che non esclude l’altro ma lo ricomprende in una ottica comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, utilizza categorie del passato, della gnosi, perfezionamento ottenuto attraverso la conoscenza, reso manifesto attraverso la contemplazione artistica.  Le arti liberali poi, trivio e quadrivio, ma anche simboli alessandrini ed orientali. Il tutto miscelato ad una attualità non escludente, che abbraccia ed accoglie ogni espressione artistica, sia strictu sensu, sia letteraria, ad esempio l’etereismo poetico di Giovanni Di Rubba, l’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come il Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o il Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach. Cogliendo l’etereo dall’arte, l’Oltrismo  ci apre a contemplare, nell’arte stessa, l’impronta del divino, mano di un artefice, artista o poeta, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos.

L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, e si apre a sua volta ad ogni voce artistica che cerchi il suo “altrove immanente che lo trascende” nell’arte. Con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi, l’oltrista, seguendo vibrazioni eteree, cerca di giungere  ad una spiritualità nuova, ad un nuovo uomo, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba