La Forza e La Grazia

la forza e la grazia

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Misure: 40 X 50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “La Forza e la Grazia” si pone nella dimensione simbolico/onirica dell’Oltrismo e supera la staticità apparente del dipinto ravvivando le immagini con significati dinamici che, in questo lavoro in particolare, non eludono una critica di carattere sociale alla condizione dell’uomo in questa epoca di Grande Recessione.

C’è una duplice dimensione, quella più spiccatamente istintuale e terrena, la forza, rappresentata dal cavallo e quella divina rappresentata dal volatile, in bilico tra gabbiano e colomba. Il cavallo tuttavia trascende la dimensione mondana essendo simbolo del sole ma allo stesso tempo conserva in sé le più basse ed ancestrali caratterizzazioni dell’essere umano, la forza bruta, indomabile, l’energia pulsionale, il temperamento focoso/sanguigno, la potenza sine regula, la paura che si trasforma in ceca ribellione, l’individualità manifesta, l’uomo solo contro il mondo e contro tutti. Ma c’è il Santo Spirito che è colomba e discende dall’alto e che è gabbiano e rende liberi. Scende dall’alto e quasi lo cavalca e doma, quel volatile che è la grazia lo monta non salendo a galoppo ma irradiandolo e trasformandolo. Trasformandolo in ciò che egli realmente è, un messaggero, azzardando un angelo, un combattente. Messaggero e combattente, il ruolo ed il servizio che il nobile animale ha reso all’uomo, nelle guerre, nelle ambascerie. Ma la potenza di questa colomba che rende gabbiani è un po’ come l’arcangelo Gabriele nella sua impercettibilità e nella sua fuggenza ed il destriero diviene emblema a sua volta di un altro arcangelo, Michele, colui che combatte  il male, che utilizza la forza non in maniera dispersiva e contro il mondo ma per il mondo e per la sua salvezza. Ecco che qui si rendono percettibili le due dimensioni della vita umana quella attiva, il cavallo, e quella contemplativa, più alta, la colomba e solo con la contemplazione può placarsi un ardore distruttivo rendendolo  funzionale. La grazia è anche quella trascendenza femminea, quell’ideale per cui si battevano i cavalieri, la donna, grazia per eccellenza, grazia che dà senso a ciò che invece sarebbe mera violenza bruta; donna, guida dell’umano spirito, placatrice degli impulsi distruttivi, colei che trasforma violenza in amore attraverso la bellezza, le dame che non solo domano  la rozzezza ma che colorano cortesemente ideai quali l’onore, la lealtà e la prodezza riempendoli cordicamente e trasformandoli da meri codici freddi e razionali in valori, ossia la liberalità, la magnanimità e la virtù.

Il cavallo è tuttavia nero, funesto, sembra simboleggiare il male, a differenza del celebre e principesco bianco destriero. Ed il colore ricorda il terzo equino della giovannea rivelazione, quello che porta fame e carestia nel mondo. E qui il maestro Pollio in un certo qual modo attualizza figure ancestrali, va al di là dell’archetipo e spalanca le porte alla critica sociologica e storica. Il nostro presente. Quello della Grande Recessione che da più di dieci anni stiamo vivendo. Il terzo destriero dell’apocalisse che annuncia la precarietà, “un tozzo di pane per la paga di un operaio”. Ma la grazia della colomba che lo sormonta gli fa chinare il capo e dà spazio al cavaliere, assente nel dipinto ma dalla cui assenza viene denotata una maggior presenza, il cavaliere ha in mano una bilancia, a simboleggiare la giustizia, la giustizia che ritorna, una giustizia che sarebbe svuotata di significato se intesa meramente come legge, legge serva dei potenti, dell’economia, della politica, del liberismo sfrenato, del capitalismo austero e spietato, della sete di guadagno, che rende l’uomo schiavo e servo. Arriva il cavaliere colmo di grazia, la salvifica giustizia di danielica memoria. E quella giustizia non è solo razionalità che crea menti produttive e serve ma soprattutto proviene dal cuore, dal femmineo sorriso, dal palpitio d’assoluto.

Da sfondo un cielo annuvolato, emblema del Dio Padre, un cielo annuvolato che una pallida ma luminosa luna, la nostra Madre Celeste, finisce per schiarire, in sommità si fa terso, vince la misericordia.

Il dipinto, in sezione aurea, nella parte minore, che è quella bassa, ci rappresenta il nostro mondo, un deserto ove cavalca il destriero, un deserto che simboleggia fame e carestia, crisi economica. Ma quel destriero poggia le sue zampe nella parte bassa e il resto del corpo in quella maggiore ed alta, ove sono situati la colomba/gabbiano, la luna, il cielo. Ed illuminati da tale grazia, i sassi che sono sulla terra brulla, simbolo della durezza di cuore oltre che gli ostacoli alla nostra crescita, sembrano animarsi, farsi paglia e quindi frumento, smossi da un vento silenzioso e gentile. E si apre una nuova speranza. Un mondo da costruire, con le nostre forze, con la nostra mitezza, illuminati dalla grazia e dalla misericordia divina. Un mondo che potrà divenire, nuovamente, un giardino meraviglioso, rigoglioso verso cui incamminarci liberi.

dottor Giovanni Di Rubba

Il Mio Sogno di Libertà

Il mio sogno di liberta' olio su tela plastificata 55x75

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela plastificata

Dimensioni: 55X75

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Il Mio Sogno di Libertà” del maestro Giuseppe Pollio denota e caratterizza la dimensione onirica dell’Oltrismo. È quasi un sogno mistico, regna una pacata atmosfera di quiete e serenità.

Dividendo il dipinto in sezione aurea notiamo che la parte minore termina in bilico tra la fine del corso d’acqua, aperto prospettico verso il cielo, e la luna/sfera, di cui vedremo il significato. Il fiume è emblema, in prima istanza, dello scorrere della vita ma ha inizio con una cascata con acqua statica, statica come i nostri cuori chiusi, un’acqua che non precipita ma immolizza. In una dimensione quasi magica c’è una inversione gravitazionale, un loco in cui tuffarsi. Il fiume scorre all’inverso, in reverse, partendo dal cielo; la foce è l’inizio della nostra vita, la sorgente la dimensione celeste e divina da cui essa promana.  Non è un caso che il fiume, che delimita assieme alla luna la parte alta da quella bassa della sezione aurea, non divide però il dipinto in parte bassa –mondo reale, terreno- e parte alta –mondo celeste, alte sfere-. In questa voluta imperfezione stilistica vi è la traccia della perfezione, come la Venere strabica che apre il suo fascino, nella sua essenza eterea e concreta ad un tempo, così che il corso sfori nella parte alta, sfera celeste, da cui, come detto, trae sorgente. il mondo reale è oniricamente un prato, un giardino verdeggiante, che sta a designare la Natura che ci circonda. In essa vi sono tanti sassolini, essi da un lato sono emblema degli ostacoli da superare, a guisa delle montagne sarossiane, ma dall’altro rappresentano anche le nostre di esperienze, i nostri errori, le nostre paure, finanche le nostre amicizie ed inimicizie. Pietrine adagiate oniricamente su un edenico prato, un giardino scevro da ogni scempio umano. Nella sfera alta si declinano le vere dimensioni della libertà. In media res, tra detta alta sfera della sezione aurea e la bassa, in un cielo muto e bianco, candido, silente, e su cui tracciare come su di un foglio i nostri sogni, si adagia una sfera.  Emblema della luna e della Madre Celeste, ma al tempo stesso rappresenta il primo cerchio del paradiso dantesco. Simbolicamente mostra coloro che non hanno potuto adempiere a voti e promesse nei confronti del Signore non per loro colpa. Questa la linea difensiva della Celestissima Madre innanzi al Suo divino Figlio. Una madre che, come tutte le madri, si cala nel primo cerchio a mostrarci la sua vicinanza. La luna, inoltra, designa anche la sapienza, in quanto sfera, ed è la Madre della divinità, Regina di Sapienza, che essa ci dona.

La sfera alta non in sezione aurea, quella che comincia ove termina il prato, è divisa a sua volta in quattro parti. Della prima, lunare, abbiamo parlato. Nella seconda c’è una mano tesa, di un rosa limpidissimo, che spunta da una tunica. Essa rappresenta il figlio di Dio e Dio egli steso incarnato. Da Egli , e si passa alla terza di parte, dalla mano tesa, promana un volatile. Esso, per volontà stessa dell’artista, è simile a colomba ma anche a gabbiano. La colomba rappresenta lo Spirito Santo paraclito, da cui tutto promana, pneuma vitale degli essenti e della materia tutta e che tutto ci investe se sappiamo umilmente accoglierlo e seguirne la voce, rendendoci candidi ma soprattutto liberi in volo, come gabbiani. Nuvole circondano questa parte del dipinto ove la colomba sta per spiccare in volo. Ma tuttavia, in inversione apodittica ed allo stesso tempo in sincronia atemporale, se da un lato sta per spiccare il volo verso l’ultima parte della sezione aurea, ove il cielo è più limpido, a simboleggiare Dio Padre, dall’altra, con abilità stilistica del maestro Pollio, sembra, e lo fa, scendere verso di noi, verso il mondo reale, reale in senso hegeliano di razionale, ma di più, meramente ed esclusivamente razionale. La sola ragione che non può illuminarci né renderci liberi né mostrare la via. La colomba/gabbiano è nata dalle mani del logos incarnato e logos essa stessa protesa verso il Dio Padre celestissimo ed allo stesso tempo discendente verso di noi al fine di donarci la vera libertà.

Nel mondo reale il corso d’acqua, che è la nostra vita, è coperto da un guscio, nasce da un muro possente e guscio duro rappresenta il nostro corpo. Esso in sommità, lungo il corso, è frastagliato, ad indicare le nostre cadute, le nostre confusioni, la nostra umanità e finitezza. Le nostre paure, le false libertà mondane, color noce come tronchi d’albero ed il nostro corpo è un albero che contiene quel flusso vitale, quella linfa, che è il nostro spirito, uno spirito che, per renderci liberi, non deve farci ergere a padroni a priori di noi stessi. Le libertà mondane, infatti, recano limiti e velleità, come quelli della foce, foce che se noi rendiamo con superbia sorgente, ponendola come origine del nostro castano corpo nocetico lì, all’inizio, diviene di una sfumatura più scura, violato e colmo di sassi, i nostri limiti, i nostri vizi che acuiscono l’oscurità cromatica. La vera libertà non può che provenire dall’alto, dalla luna/Madre Celeste, Regina di Sapienza, nostra difensrice, dal Figlio di Dio, logos che illumina, parola manifesta, fonte di Spirito Santo, che è il volatile dalla duplice forma e che, discendendo e salendo e dall’alto, alimenta la nostra vita, il nostro percorso, che è il fiume, posto al centro, tale Spirito , tra la miracolosa mano del Figlio e l’insondabilità dell’Elyon, dell’Altissimo, del Celestissimo Padre. Questa la sorgente della nostra vita, tale Trinità, tale Madre, sorgenti che davvero squarciano il muretto irto di sassi, limiti e vizi, vanagloria e paura, ostacoli, facendosi tuffare liberamente e liberi per vivere con un obbiettivo, raggiungere le sfere celesti e nel frattempo rendere un giardino rigoglioso il nostro mondo, la natura, gli essenti animati e minerali, gli utensili ed i nostri rapporti con essi e soprattutto con i nostri simili, esseri umani.

dottor Giovanni Di Rubba

La Fonte

la-fonde

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio, “La Fonte” è la prima del nuovo anno, 2017, e si collega direttamente all’ultima del trascorso, “L’Addio”.

Sul limite del mare vi era una donna, emblema della umanità, della natura, di noi stessi, che da dietro un muretto attendeva il soccorso di un gabbiano, carico di speranze e conoscenze, ponte tra la navicella/caravella sul mare diretta verso la selenica sfera sapienziale, e noi, ponte tra un tempo ed un altro.

In “La Fonte” il discorso sembra continuare, disteso di traverso e di spalle vi è ora un uomo, emblema dell’umanità che si sveglia come quando scossa da un nuovo tempo che arriva. Una umanità destata dal futuro, da ciò che ci riserveranno e porteranno questi giorni, questi mesi. In alto un cielo annuvolato su cui fa bella mostra di sé un astro, rubicondo ed azzurro. La sfera simbolo di sapienza qui non è la luna ma la nostra Madre Terra, il nostro Mondo, il pianeta azzurro, si scorgono continenti e distese d’acqua. È la donna de “L’Addio”, è il nostro passato, ciò che ci riserva la memoria, le nostra azioni, i nostri propositi.

Si chiude la volta formando una sorta di “V”, un archetipo, un simbolo, la rappresentazione dell’incontro tra cielo e terra, il ponte, il varco tra essi, la congiunzione temporale, la rimembranza. E da tale varco sgorga acqua sorgiva, una fonte che scende lieta in un muretto ove è coperto il sonno dell’uomo, di muschio, di colori silvani, di speranza ed anche del nostro essere noi nascosto, del nostro essere più profondo.

L’acqua scende a mo’ di sorgente ed ha già compiuto parte del suo percorso, collocata come letto statico del dormiente. Continua nel suo inesauribile corso e disseta, fiumiciattolo che è l’avvenire, si rinnova. E l’uomo è catturato nel momento in cui sta acquisendo coscienza di sé, sembra quasi si stia alzando, scosso dal dolce gelo dell’acqua sorgiva, pronto e ristorato dal frullio acquoso, riprende vita, è il momento di iniziare questo nuovo percorso. Ha con sé un bagaglio conoscitivo, che è il suo passato, ha il ristoro dell’acqua, che è la vita pullulante, può incamminarsi per i sentieri del mondo seguendo il suo sentiero, costeggiando il fiumiciattolo, può trovare la sua armonia, la sua felicità. Può rinnovarsi, andare oltre.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

L’Addio

l-addio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “L’Addio” è un lieto saluto al passato e si proietta, in una dimensione onirica, verso il futuro.

Dividendo il dipinto in due parti con una linea orizzontale notiamo la sezione aurea che descrive sapientemente, in basso, delimitata da un muretto la realtà nuda e cruda, un passato che è quasi tormento ma al tempo stesso speranza, rappresentato da una donna nuda stessa di dorso, lunghi capelli neri e fascino mediterraneo, dolente e spoglia del suo ero e con braccia protese verso il muricciolo, per tendere alla dimensione superiore, quasi abbracciarla, arrampicandosi sul limite ultimo del confine, sul varco, delimitato dal muretto. La donna è l’umanità, la donna è la madre terra, la donna è la natura, la donna è la nostra dimensione terrestre e sublunare, la donna è il nostro nudo vestigio reale. La donna è la nostra dimensione, la donna è la sete di libertà, la donna è la nostra disperazione e le nostre aspirazioni. Una donna Parthenope, una sirena, una bellissima immago alla ricerca dell’amore, per giungere all’armonia.

E questa è la parte superiore del dipinto, i due terzi, una visione marina, un paesaggio costiero ove di lontano una caravella salpa per nuovi mondi. È il nostro pensiero, la nostra creatività, il nostro talento, la nostra sete di ricerca, la nostra propensione al viaggio, un viaggio per scoprire ignoti mondi, nuovissimi mondo, mondi che sono la nostra sublime interiorità. La lieta navicella alza le vele verso un’altra essenza femminea, verso la luna, verso la sfera che come costante dell’Oltrismo è simbolo di conoscenza, e che qui, nelle vesti seleniche, mostra quanto la gnosi sia sublimazione femminea, quanto per raggiungere l’armonia dobbiamo salpare verso nuovi approdi, silenti spiagge lunari, ove raggiungere il nostro ricercato equilibrio, il nostro abbraccio sperato. Il mare, deserto meditativo, è il mezzo, la navicella/caravella il vettore, la sfericità selenica la meta.

Così nella nuova armonia di un nuovissimo mondo il viaggio non sarà periglioso, per aspera ad astra ma non siamo soli, non siamo soli nella navigazione, non siamo in balia di flutti e marosi. In soccorso giunge un gabbiano, o forse un albatros che con le ali da gigante fa fatica a camminare ma che è anche simbolo dello spirito, giunto per nostra salvezza, giunto per liberarci dalle prigionie e dal dolore, giunto per accompagnarci verso l’assoluto, verso la scoperta armonica di noi stessi. Il gabbiano accorre non solo per la salvezza della donna, emblema nostro ed emblema composito universale, ma nel tornare indietro dà un messaggio di libertà e di forza, di spinta vitale, anche al fruitore. È lì, ben collocato, al di sopra della sfera ma diretto verso noi, verso la donna. è al tempo stesso primo soccorso dell’alma spersa e risultato finale della ricerca.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Rione Terra

giuseppe-pollio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “Rione Terra” prende il nome dalla famosa colonia stanziatasi nei pressi di Pozzuoli intorno al 529 a.C.,  a seguito della migrazione degli esuli Sami che, perseguitati in patria dalla tirannide, quivi costituirono una Dicearchia, ovverossia un governo di Giusti, basato sull’equilibrio, la moderazione, la libertà e l’armonia.

Nel dipinto appare in primo piano uno stralcio di una piccola imbarcazione, una navicella insediata su di uno sdrucciolato porticciolo, uno stralcio che rappresenta a tutti gli effetti il nostro presente cosmico, il nostro essere qui ed ora nella attualità ma, allo stesso tempo, il nostro presente interiore, il nostro essere qui, situati in un tassello evolutivo statico, come la navicella che è sul porto pronta a salpare ma non è ancora insediata nell’acqua. Il nostro essere noi stessi presenti ci spinge a guardare di lontano la costa, che assurge a limite da varcare, una costa verdeggiante e speranzosa, che è il nostro per aspera ad astra e che tanto ricorda i monti allegorici delle rappresentazioni sarossiane.

Noi, in questo frammento evolutivo, siamo pronti per immergere la navicella del nostro ingegno e del nostro ardire in mare, a che prenda il largo, vivi la propria vita nella pienezza, nella coscienza, nella consapevolezza e nell’amore. Ma il passo tarda, l’illuminazione nostra interiore necessità di uno sprono, ha timore di temperie, è lì, a metà, sul porticciolo, con la prua propendente ed il proprio passato, la propria poppa, alle spalle. E senza passato, per quanto arditi, non raggiungeremo mai le rive dell’assoluto, non raggiungeremo mai la nostra consapevolezza.

Tuttavia ecco che dal mare si erge una sedicciuola, piccola, familiare, ma possente a mo’ di scranno. Ed è quello il nostro vero passato che può proiettarci verso il nostro mondo interiore. Lo scranno in cui è assiso il Rione Terra, il vecchio porto romano preostianao, il segno della cultura e della giustizia, della libertà assoluta. Della nostra Armonia. È quel pensiero, quell’attimo, quella vista superba perché avvolta dalla candidezza e dalla possenza del passato, ma al tempo stesso umile perché sceglie non un trono dorato, non un amplissimo altare, ma un oggetto comune, a simboleggiare che il nostro ancestrale essere collettivo, il nostro mondo interiore ereditato dagli avi che ci rende partecipi di ciò che è davvero nostro perché assiso su ciò che a noi è chiaro, evidente, conosciuto, familiare. Il nostro passato remoto, lontanissimo, gli albori stessi della civiltà sono impressi nel nostro DNA e, nascosti nella nostra interiorità, appaiono palesi, senza necessità di attentissime analisi ma con una presa di coscienza che parte dal nostro mondo, dai nostri piccoli, umani e densissimi segni umili, gesti sinceri, dalla nostra sedia domestica ed amica.

Questo passato porterà l’intellettuale navicella, colma della sapienza antica, dell’umiltà del nostro presente e della pienezza dei nostri affetti a prendere il largo, ritta in prua.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Intreccio

intreccio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Giuseppe Pollio rappresenta a tutti gli effetti una delle diverse angolature, diramazioni , sfumature dell’Oltrismo, movimento che declina, sotto il vessillo della ricerca dell’Armonia attraverso un attento lavorio interiore, la contemplazione della Bellezza e nella Grazia, insita nell’Universo e che tramite l’arte si rende palese manifestandosi.

In “Intrecci” ci troviamo in una ambientazione paesaggistica brulla, desertica, un deserto racchiuso in sezione aurea verticale, tranciato da una linea orizzontale che lo separa dal cielo. Il deserto meditativo è il luogo da cui compare il centro propulsore, l’immago mistica del dipinto. Un albero, una serie di alberelli a guisa di albero unico e ben saldo nella nostra interiorità, nella nostra ricerca, nel deserto dell’annullamento volitivo e della prova, del principio, del primo fattore, del primo grado attraverso cui ci è consentito raggiungere pienamente noi stessi, la nostra armonia, il nostro ammirare l’intero universo, contemplarlo stupiti e mai sazi delle meraviglie ad esso sottese, dei doni che ogni giorno ed ogni notte ci riserva, dai fiori che sbocciano solo per noi, alle stelle che sono lì per essere da noi ammirate, alle verdure, agli animali, alla madre terra, alla volta celeste, alla silenziosa luna, allo splendore del sole. Un albero inamovibile, ben saldo, dunque, e ben piantato, ma da cui emergono rami a mo’ di radici, in una inversione estasiante ed estatica. Le radici puntano al cielo, massima parte del dipinto, somma dello stato iniziatico di primordine e desertico, travalicano e puntano in alto, braccia protese verso l’infinito ardore celeste. Ben piantati e ben pronti aspiriamo al cielo, nella speranza di raggiungerlo, di piantare lì le nostre radici, non prima di averle ben piantate qui in terra, saldi.

Il groviglio, l’intreccio, rappresenta non una nostra ascesi individuale e solinga, egoistica, ma sono allo steso tempo immago della umanità tutta, dei legami nascosti e sottesi all’uomo. Sono i fili invisibili da dipanare che legano tutti i popoli, tutti gli uomini, tutti gli individui connotandoli come persone che travalicano la società per giungere alla comunità, alla reciprocità dialettica univoca e trina, alla contemplazione del profumo dell’esistente. Sono lo junghiano inconscio collettivo, le nostre comuni origini, dalla polvere, dal deserto, che si diramano verso l’alto, i nostri archetipi sono un tronco ritto e saldo, roccioso, solido, il comun denominatore delle umani genti. Archetipi nati dalla polvere, dalla terra, sorti così, che ci hanno generato alla guisa degli altri esenti non umani, vegetali, animali. Nati dal nulla eterno, dal caos primordiale statico, nati dal tutto armonico ed alla ricerca di armonia. Le nostre anime percorrono come i tronchi-radici talora, spesso ed anzi sempre, strade diverse, ma il risultato è il medesimo, così come il principio.

In solitudine scopriamo noi stessi e ciò che ci lega a tutte le umane genti e poi raggiungiamo l’estasi mistica, strade diverse che si intrecciano, come incontri, come i  nostri incontri che di  frequente ci accompagnano per brevi istanti o per la vita intera. Ma che in ogni modo restano sempre vividissimi, parte di noi. E noi che ambiamo tendendo, rami-radici, al cielo non ci estraniamo dal mondo, ma doniamo ad esso i nostri talenti, le nostre passioni ed il nostro sapere ed ancora soprattutto il nostro amore, uniti qui, in un solo abbraccio, tendenti all’assoluto, per poi raggiungere lo stesso ed essere finalmente unici perché uniti agli altri ed alla Natura tutta, ed a ciò che non è visibile, coperto dal velo di Maya ma che si svelerà e mostrerà un giorno.

Noi doniamo, doniamo agli altri parte di noi, a chiunque incrociamo nella nostra vita anche solo con uno sguardo, ed agli sguardi che mai vedremo ma che spesso si raccolgono in uno sguardo solo, contenente l’umanità e la natura ed il cosmo e l’universo tutto. Noi doniamo parte di noi e germogliano, nel deserto brullo, fiori, come le ginestre vesuviane ed al tempo stesso come i girasoli che ci guidano verso la luce.  Germogliano floreali qui, sulla terra, per non dimenticare che anche nella solitudine o nella disperazione, un odorosissimo soffio divino ci accompagna. I nostri piccoli attimi che ci conducono all’eterno e che non sono solo speranza, ma manifestazione vivida, viva e reale. Qui ed ora.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Ho Sognato il Mio Cuore

cuore

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Nel mio quadro, i simboli  descritti, sono la sfera, che racchiude segreti personali, il rubinetto che dispensa le gioie e i dolori che questa vita ci dà. La donna simbolo dell’amore che ognuno di noi ha conosciuto e che porta ancora gelosamente custodito”.

Con queste parole esordisce il maestro Giuseppe Pollio nel descrivere la sua opera.

Essa rappresenta una visione onirica avuta dall’artista, una visione che imprime in sé particolari che esulano da una visione eterea ed impalpabile, una visione materialissima, concreta, contornata dalle immagini fantasiose ed elaborate ma che sono, sebbene irreali, fortemente protese ad una visione positivista e macchinistica. Il dipinto ha delle intense velature da scienza esatta. Il cuore, che fa bella mostra di sé al centro dell’opra,  è rappresentato con una precisione quasi anatomica, valvole e ventricoli. Il sogno avuto è vividissimo, il suo cuore uscito fuori dal corpo a rappresentare se stesso e la sua funzione. Anima pulsante materiale, nuova veste dell’oltrismo sarossiano, un materialismo onirico ma corretto, perfezionato, pienamente non esaurito in sé e pienamente ribelle al meccanicismo.

Il cuore diviene qui intruglio di valvole trascendenti e punto di partenza per partire dal materiale ed andare oltre, cercando di raggiungere l’armonia. Una armonia che, però, nel dipinto in questione, non si è ancora ottenuta. L’opra mostra la fase iniziatica di accesso alla perfezione armonica, il tassello di entrata, l’iniziale tenue luce che sorge, l’attimo di illuminazione che ci avvia all’equilibrio cui mira l’oltrismo. È un sogno, ed il sogno è quasi sempre un punto di partenza. E dove si posiziona il cuore? In un deserto, in una ambientazione quasi scarna ma piena, profondissima. Il deserto è il topos iniziatico, il liberarsi di sé per riscoprire o scoprire sé, il luogo di meditazione, silente, con in alto un cielo neutro ma presente e che sfuma all’orizzonte.

Solinga l’ama qui si colloca come il cuore ed è il cuore, l’organo che pulsa la linfa vitale, il sangue, il muscolo che batte ardentemente e che è l’artefice delle nostre emozioni, dei nostri amori, delle nostre passioni.

La visione scientista vuole essere superata, la allocazione del cuore in tale ambiente scarno, onirico e meditativo si ribella all’organicismo e diviene da tassello creativo, non più presenza materiale. Lo stile rappresentativo lo tramuta in un essente di escheriana memoria, un oggetto freddo che ricerca il suo calore e la sua trascendenza. È una vera e propria stanza, cui si fa ingresso tramite delle scale poste sulla sinistra e dalla destra esce l’immago di una donna nuda. Non ci è dato sapere cosa avvenga all’interno del cuore in tumulto statico, è lì che sono conservati i nostro segreti, le nostre gioie, i nostri amori, le nostre passioni, sappiamo però cosa ne esce, una donna, l’emblema di una sapienza, di una armonia e di una bellezza superba e superiore. Non è solo l’amore per l’amata o per l’amato, è un amore per l’universo. Il cuore, come purifica il sangue scambiando ossigeno per anidride carbonica tramuta noi, il nostro personalissimo vissuto in qualcosa di puro e sublime. E’ cosi che il maestro Pollio rappresenta l’uomo che supera se stesso e raggiunge l’armonia.

Tutto ciò, comunque, sebbene sia un percorso interiore non esula l’altro, anzi lo sublima e lo prepara a che questo processo evolutivo sia condiviso. Processo che promana da una sfera, simbolo di conoscenza razionale ma avulsa al sentimento, posizionata sulla sommità del cuore e, poiché priva di amore, di colore scurissimo, ma che donandosi si perfeziona, insegnando, da oscura e sterile, simile a mollusco senza passioni, migliora sé. Dal rubinetto, infatti, promanerà un fascio grigiastro, come espulso, ma è una fonte iniziale. L’oscurità si prepara a sublimarsi ed il grigiore sembra dirci che l’oscuro più tetro non si smorza subito, ma sfuma e si colora con il tempo e la pazienza. Per intanto, sparsi intorno al cuore, come parte di questo grande ingranaggio catartico, frammenti di noi, rossi come il generatore. Piccoli gesti di dono all’altro.

dottor Giovanni Di Rubba