L’Aura

l'aura Todisco

Autore: Ferdinando Todisco

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

L’opera del maestro Ferdinando Todisco  “L’ Aura” si colloca in una dimensione in bilico tra materialità ed energia  proiettando l’ideologia oltrista all’interno ed all’esterno dell’essere umano in un tutto armonico che coinvolge gradualmente l’uomo, la Terra, l’Universo. Una sintesi dell’Oltrismo energetico del maestro Granito e di quello cosmico/sidereo del maestro Marchese che si inseriscono nel primitivismo oltrista tipico dell’artista.

L’aura, dal greco “alos”, ovvero corona, e dal latino “Aura”, ovvero soffio, è un labile campo di radiazione luminosa che investe e ricopre non solo gli esseri umani ma qualsiasi essente, dagli animati alle clorofille ai minerali ed agli utensili. Spesso invisibile può essere scorta in particolari situazioni e attraverso determinati atteggiamenti del soggetto osservante; scientificamente essa è invisibile alla retina ma visibile ai bastoncelli. Una nube a forma d’uovo, che richiama l’uovo cosmico, una protezione, presente già nelle raffigurazioni ataviche, compare nei Veda, nel Dzyan, nei geroglifici egizi, nelle incisioni rupestri del primo oligocene e persino del pleistocene, sino a exurgere nella simbologia cristiana che ne coglie la sua vera essenza e funzione. Varie sono le rappresentazioni di Santi o Beati ricoperti da un’aureola attorno al capo, una “corona” appunto, o più raramente da un fascio che ricopre l’intero corpo, simbolo del Santo Spirito che su loro discende, promanazione del divino, illumina coloro che sono guide per l’umanità, conducendola lungo la via maestra per giungere alla contemplazione di Dio.

Il Todisco nella sua opra rappresenta in pieno il processo di chi riesce a percepire l’aura. All’interno della figura notiamo diramazioni neuronali che si estendono per tutto il corpo, bianche, e circondate dal celeste. La medicina tradizionale parla di aura come fenomeno antecedente l’emicrania o in altro caso, l’attacco di tipo epilettico, nomandola scotoma. In ambedue i casi le reti neuronali subiscono una scossa nella sfera occipitale o in quella temporale o altresì extratemporale. Il celeste candido che avvolge le reti neuronali designa lo scuotimento interiore cui segue uno stato confusionale, alterazione non solo visiva ma anche disturbi del linguaggio, parestesie che si estendono all’olfatto. Queste ultime, in particolare sono le più interessanti, il naso è il luogo ove ha sede lo spirito e nella parestesia olfattiva c’è un diretto coinvolgimento dell’amigdala e dell’ippocampo, le aree coinvolte nella memoria storica ed in quella emozionale. Lo spirito è pneuma, è vento, respiro ed ha una azione diretta sulla percezione, percezione che all’apparenza modella la memoria ma in realtà influenza direttamente la stessa. Lo spirito plasma. Per di più il coinvolgimento delle aree deputate al linguaggio, in particolare il Broca, e la parafasia fonetica, a guisa di altri malesseri,  pongono il soggetto percepente in una sorta di estasi. Essenziale è notare, altresì, che in caso di coinvolgimento dell’area temporale i disturbi sono di carattere epigastrico, nel caso extratemporale  visivi e gustativi. Capiamo bene la varietà e le potenzialità dell’essere umano di andare oltre, di percepire l’impercepibile, di bilocarsi persino, nello spazio quanto nel tempo, di superare ogni barriera o ostacolo fisico grazie alla divina illuminazione. Presunti disturbi scotici sono presenti in diverse figure di Santi e Beati, di mistici, che vanno al di là delle barriere sensoriali, dei sei sensi carnali, raggiungendo una  dimensione eterea, illuminati illuminano e guidano.

L’artista nello stesso tempo in cui rappresenta questo scuotimento interiore che è del fruitore e più in generale del soggetto percepente, si arresta, accovacciando l’alma celeste, rendendola materna protezione divina che impedisce la follia in uno stato mistico di tal guisa. E poi, paradossalmente, rappresenta all’esterno il contorno corporale di una persona che emana l’aura, abilmente e in una ottica universale che accomuna l’uomo che vede la luce con quello che la emana in una unica realtà, essendo l’illuminazione destinata all’illuminato. Di più, il malessere del percepente è il medesimo dell’emanante, ma l’emanante è accolto dal manto celeste e materno, come dicevo, ed il percepente, illuminato è guidato dall’emanante.

L’aura che avvolge l’emanate è di cristallo, la tipologia del guaritore, del guaritore d’anima quanto del corpo, del taumaturgo che sana le membra partendo dall’interiorità.  Attorno c’è uno sfondo castano, a designare la Terra, il nostro mondo, il mondo abitato dagli esseri umani, la Materna Terra che, fuori dal corpo, getta il suo manto sanante all’interno dell’essere umano. Tale sfondo è costernato da diverse sfumature, l’universo, il Dio Padre che è energeticamente rappresentato come Spirito, lo Spirito che chiude in un abbraccio, che è l’origine di questa forza interiore umana e che ha in sé le sfumature delle diverse auree che corrispondono a diversi temperamenti umani. È il Santo Spirito che discende e tutti noi emaniamo uno spirito, un’aura, che tale Spirito divino, plasmando l’alma, ci consente di promanare attraverso il corpo, a seconda dei nostri talenti ed a che gli stessi fruttino. Indaco, lavanda, viola, verde, giallo, magenta, arancio, rosso.

dottor Giovanni Di Rubba

Vittoria, Ode alla Libertà

vittoria ode alla libertà

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua, ovatta, cartapesta, su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Vittoria, Ode alla Libertà”  rappresenta una ambientazione ormai tipica e caratteristica del contributo artistico all’Oltrismo dell’autore che scova la ancestrale ricerca di armonia in raffigurazioni arcaiche e quasi rupestri, le quali proiettano il fruitore ai primordi della civiltà conducendolo al primitivo ma attualissimo desiderio umano, attualissimo perché scava negli archetipi sepolti dell’essere umano, in simboli insiti nella natura stessa dell’anima.

L’opera è divisa in due, una parte terrestre ed una sovraterrestre, quella in basso fatta di riti e preghiere, rappresentazione vivida della speranza e che ha come sfondo un policromatismo genuino e pullulante, stralci di colore a mo’ non di frammenti ma di veri e propri tasselli quasi puntiformi che ravvivano, evidenziandola, la molteplice varietà delle aspirazioni umane, tinteggiando il reale di fantasie che si manifestano con una silente prepotenza, la ribellione pacifica dell’ama.

Emergono tridimensionalmente tre figure, due maschili di lato, con braccio proteso in senso orante ed una femminea centrale, a mo’ di adorata. Un rito che rimanda al culto di Nike, di Vittoria, di Bellona, una vera e propria “Fetiales”. Un congresso in cui l’umanità, rappresentata dalle figure maschili, si rivolge al trascendente, o meglio a divinità angelica, a messaggera, a quella che è la giustizia. Ma tale convivio orante è ribaltato nell’ottica oltrista. La preghiera è per la pax, ma per una pax sine bello, un’ode alla pace senza violenza, alla concorde e pacifica convivenza tra essenti. Riprendendo un rito antico lo si attualizza e si va oltre, lo si rende preghiera per la divina concordia, per l’umana collaborazione, per il vivere in comunità e non in belligerante società, per consentire la realizzazione di ogni individuo rendendolo persona.

Nella parte superiore, infatti, la divinità della vittoria, della giustizia, diviene angelico ed atavico messaggero di tale concordia, e le preghiere del e per l’umanità tutta laniata e sofferente a causa di guerre, terrorismo, battaglie senza senso, litigi per sete di dominio, vengono accolte; dal capo della femminea figura si inarcano splendide ramificazioni che tendono all’eterno, al cielo. Ramificazioni di verbena, di erba pura, herba sacra, di ulivo, di alloro. Ramificazioni quindi di candore, di pace, di gloria, che per essere tale non è soggiogo dell’altro ma condivisione con l’altro. Ramificazioni che sono tripartite, da un lato l’auctoritas, ovverossia l’anima dell’umanità, che candidamente plasma, dall’altro la potestas, ramificazione che promana dalla prima e che estrinseca sé tramutando l’umiltà candida e leziosa, la dolcezza, in pace armonica, infine, ultima ramificazione, il corpus o status, che rende effettivo quello che è manifesto, concretizzandolo, e che è la gloria di vivere uniti in un abbraccio universale, che è la gioia propria nel riflettere la gioia altrui, che è dunque estrinsecazione del vero scopo dell’uomo, della propria missione.

La libertà che si raggiunge con tale lento lavorio, con tale loquentissimo  ed umile desio, con l’essere umano libero dalle catene della schiavitù per mezzo dell’amore che incessante ricerca la bellezza nel raggiungimento di una soave pace, che diviene armonia e non soggiogo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo

teniamoci-per-mano-larmonia-delluniverso

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo” esprime appieno il senso unico della vita, il principio e l’origine, l’essenza ultima, la molla generatrice. Il dantesco “amor che move il sol con l’altre stelle”.

Di spalle, come fossero osservatori ad una mostra, fruitori dell’opera, fanno la loro comparsa nel dipinto una coppia di innamorati che si tiene per mano. Abilmente il Todisco rappresenta come soggetto colui che contempla l’opra, colui o coloro che la osservano. Estraniati quasi, al di là del mondo, pellegrini d’universo, che ammirano la grandezza del creato e viaggiano in atmosfere suvraterrestri. Un’ambientazione cosmica quella dell’autore che si colloca nella dimensione tipica di un altro oltrista, il maestro Antonio Marchese, che fa dell’universo e dei buchi neri, della materia cosmica, l’oggetto e il soggetto del suo lavoro e della dimensione trascendente dell’arte. Ma mentre l’uno delimita e segna varchi evidenti, passaggi per raggiungere mondi nuovissimi, veri e propri wormhole ove lo spirito cerca e trova transizione, qui il varco si apre nell’istante in cui gli amanti si tengono per mano. Vanno oltre, al di là, contemplando l’armonia coeli, l’armonia del creato.

Lontano un pianetino giallo sulla sinistra, sulla destra minuto e rosso come spia cosmica, pianetini abissali, collocati in fondo al dipinto e quindi distanti da noi ed anche tra loro stessi distanti, perché la fine del quadro è il punto di partenza dello stesso, è la lontananza inenarrabile che si colma, completa e supera negli amanti stretti per mano, che sono il principio e che trovano nell’al di là estremo ciò che erano e ciò che sarebbero divenuti senza quell’amore, colto in un gesto semplice ed assoluto.

Avvicinandoci ancora un pianeta celeste, come la terra, colmo d’acqua, linfa vitale, l’acqua che fa avvicinare esseri distanti, che generando ammira l’amore manifesto, contornata da un satellite, il nostro, lunare ma vivido nel colore non pallido, come scosso dal terremoto amoroso. Ancora più giù, sulla sinistra, il passaggio successivo, una sfera che inizia ad assumere non più forme cromatiche omogenee ma inizia a colorarsi grazie alle prime parole ed ai segni, ed ai gesti degli innamorati. Per finire, alla destra, in un tripudio cromatico estasiante, un coacervo di colori dolcissimi, che leziosi illuminano gli amanti.

L’excursus appena fatto questo delle sfere, contenitori di sapienza, rende evidente un processo evolutivo che culmina nell’amore tra uomo e donna, tra fidanzati estraniati e contemplanti, i quali, stretti per mano e proiettati in una dimensione ultramondana contemplano l’universo dagli antipodi ai pianeti più vicini, ripercorrendo la loro storia, all’indietro, come in una evoluzione in cui, oramai, le distanze iniziali, seppur fondamentale punto di partenza, sono lontane, e il tripudio di colori è l’amore della gioia presente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

La Sofferenza nel Mondo

la-sofferenza-nel-mondo

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: cartapesta, ovatta, e smalto all’acqua

Misure: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“L’arte vera è quella che si inventa, come tutte le invenzioni che ha fatto l’essere umano, un vero artista è colui che va oltre se stesso, è colui che trasforma in materia tutte le sue emozioni e sensazioni, è colui che va oltre ogni immaginazione, è colui che entra in un’ altra dimensione, non ha importanza la bellezza, ma è importante quello che ha voluto rappresentare, e ogni artista è unico nel suo genere, […] la cosa più importante per me è quello che Dio mi ha donato, il suo dono è ciò che sento e ciò che vedo, quando mi siedo e guardo una tela bianca chiudo gli occhi ed entro in un’altra dimensione. È  come entrare in un mondo parallelo al nostro. Questa è l’arte, è ciò che abbiamo ognuno di noi, nel nostro profondo, che aspetta di essere trovata.”

Con queste parole il maestro Ferdinando Todisco dà una definizione di arte, in relazione al suo lavoro “La Sofferenza nel Mondo”.

Un’opera cruda, nuda, terribile ed incisiva, come le sue parole. Un grido taciuto ma eloquentissimo, che emana da uno sfondo rosso quasi sbiadito, cartapesta disillusa, velo di maya infrangibile, trappola mortale. È così che si sente l’essere umano chiuso nella sua dimensione, incapace di uscirne, avviluppato tacito nel suo sconfinato dolore. Noi che osserviamo il dipinto ascoltiamo sinesteticamente questo dolore ma tacciamo sordi innanzi al silenzio. Alla incapacità comunicativa, ad un groviglio di esseri chiusi nelle loro maglie, stretti come tra vortici assordanti, tra gironi infernali, tra gorghi senza via d’uscita. È l’urlo dei dannati, che bramano la luce. E noi, che non li ascoltiamo, vediamo l’emergere di questi esseri dal dipinto, dall’involucro invalicabile. Tanti volti inespressivi ed inorriditi, spauriti ed arrabbiati. Ma non siamo all’inferno, l’inferno di questi esseri, l’inferno degli umani rappresentato dal Todisco, è qui, sulla terra, nella sofferenza patita, nella gabbia del dolore. E della violenza, del sopruso, della povertà, dell’indifferenza. Langue l’uomo, si ribella. Come a chiedere giustizia. Emergono le teste, teste non maledicenti e mefitiche, teste umane che chiedono giustizia, che chiedono libertà dal giogo terribile, dal covo di serpi, dall’intarsio di rovi che il mondo, a noi affidatoci come giardino, è diventato.

In alto ondeggiano come creste sonore le grida. L’abilità del maestro Todisco nel rappresentare un dolore muto è qui, se nella dimensione inferiore i volti sono spersi, se le loro grida sono impercettibili, in alto, nella metà superiore del dipinto, il loro silenzio è ascoltato, anche chi non trova parole adatte per ribellarsi al sopruso dell’esistenza è decodificato in una essenza superiore, che accoglie ogni richiesta, flutto sonoro increspato. C’è una dimensione superiore, di speranza, che ascolta il tacito lamento umano, le grida di rabbia ed impotenza. Non occorrono parole giuste, espressioni esatte. È ciò che abbiamo dentro  che ci salva, non gli arzigogoli di parole, non la retorica fine a sé. Dalle tante grida poche sono le increspature, poche e serene, accolte in un abbraccio divino. Purificate dall’inutilità del troppo e misericordiosamente comprese, nella loro essenzialità, che è ciò che abbiamo nel profondo dell’alma, che è ciò che davvero siamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

L’Amore e l’Eguaglianza: il Futuro dell’Uomo

amore-ed-eguaglianza-il-futuro-delluomo

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua cartapesta ovatta su tela

Dimensioni. 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “L’Amore e l’Eguaglianza, il Futuro dell’Uomo” si proietta in una ambientazione cromatica primordiale e rupestre, dal sentitissimo gusto ancestrale. E per due ragioni. La prima, che è ormai pressoché una costante nelle realizzazioni del Todisco, è la visualizzazione che emerge ictu oculi al fruitore, una realizzazione fatta plasmando le figure, come nella genesi il Grande Artefice, il Creatore, il Dio Sommo Amore, fece con l’uomo, modellandolo a sua immagine e simiglianza. La seconda è di carattere più schiettamente cromatico, l’utilizzo di colori primigeni quali il rosso e sfumature di giallo pone la realizzazione delle figure umane come fossero incise nelle grotte abitate dai nostri lontanissimi discendenti. E ciò è posto in risalto ancor più dalle increspature ed avvallamenti, dalle imperfezioni di contorno che ci conducono nel buio delle origini, nel varco profondo delle caverne, ravvivate da incisioni eccentriche e vividissime.

Emergono due figure adamitiche al centro, due esseri umani, un uomo e una donna, che si tengono per mano, ma i tratti sessuali sono incerti, come a definire un amore che supera ogni limite e barriera. Ipotesi questa confermata dal diverso colore della pelle degli umanoidi. Un amore che tutto vince, perché rende eguali perché simili e non perché individui, macchine, automi, ma proprio perché persone, animali comunitari, che tenendosi per mano rompono ogni sorta di pregiudizio. In basso, a destra ed a sinistra, due feti, simbolo della rinascita e simbolo della rigenerazione, ed emblema del nostro futuro, un futuro tinto di speranza perché nato dall’amore, e che per ciò stesso va oltre. Le figure sono avvolte nella calda placenta materna, che li protegge e ne preserva lo sviluppo, proiettandoli verso un mondo nuovo di cui saranno artefici, creatori, eredi. Una placenta colma di tale materno amore, di un rosso intensissimo, caldo, pulsante, cordico, collocati in basso non per importanza minore ma prorpio perché rappresentano ciò che sarà e, dolcemente avvolti, sembrano essere in una nuvola, quasi come fumetto, perché pensiero, progetto, della coppia.

Il maestro Todisco prospetta una speranza, dà voce alla rigenerazione, alla rinascita, al progresso umano, all’embrione che è il nostro futuro e che è ciò che saremo, e che rappresenta in maniera intensa ed ineluttabile noi, il nostro sigillo, in ogni nuova vita c’è parte di noi ed al tempo stesso c’è novità. La imperfezione della riproduzione! Non generiamo esseri perfettamente uguali a noi ma esseri che conservano parte di noi, e vanno oltre, vanno oltre dando un contributo all’universo con la novità insita nella loro esplorazione del cosmo, del tutto, della natura. Noi siamo parte di noi, e loro sono i veri oltristi, le future generazioni. Coloro che andranno oltre. E nel dipinto è espresso in maniera chiarissima la molla generatrice, il massimo fattore che plasma essenti, li modella, come ha fatto l’artista  con questa opera, ma li lascia in qualche modo liberi, malleabili, a che la forma rimanga ma non sia statica e si modifichi con l’esperienza e con il contatto con gli altri essenti. L’amore genera tutto, come nella stretta di mano tra i due soggetti  e come nell’immago degli embrioni.

Il rappresentarli di colore diverso mostra un elemento aggiuntivo e forse essenziale, cardine, al concetto di eguaglianza. Che il nostro futuro, gli embrioni, ciò che lasceremo, ciò che rimarrà di noi, si modellano accrescendosi in perfezione e migliorando il mondo proprio grazie alla mescolanza di razze, come espresso egregiamente dalla coppia. Più c’è diversità nell’amore più c’è evoluzione, più c’è modificazione, più c’è “errore creativo”.  Vale a dire che l’evoluzione è possibile solo se il corredo cromosomico è vario, più è vario più l’intelletto ed il corpo sono perfetti. Questa la ragione della fallacia di ogni ideologia che propende per un nazionalismo esasperato o per una superiorità.  Esseri troppo simili per caratteristiche genetiche se uniti tendono alla estinzione, a generare abominio, staticità, morte. La mescolanza etnica genera la vera eguaglianza, perché è ella stessa eguaglianza e l’eguaglianza diviene generatrice di esseri  eguali ed evoluti, parzialmente imperfetti e per ciò stesso perfettissime creature. Creature che vanno oltre, verso l’armonia.

 

dottor Giovanni Di Rubba

La Disperazione e la Consolazione degli Angeli

la-disperazione-degli-angeli

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su pittura a olio

Dimensioni: 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “La Disperazione e la Consolazione degli Angeli” è collocata in una ambientazione cromatica di rosso pullulante ed intenso, colore vivo, che traluce imponendo la forza dell’amore, la pulsione dell’eterno desio di fratellanza insito nell’alma umana. Un desiderio vivo, presente. Ma allo stesso tempo  la smania d’amore è smorzata dalle figure che abitano tridimensionalmente il dipinto.  Il rubino intensissimo diviene senso di smarrimento, quasi in maniera subitanea, osservando nell’insieme  il tutto. Un colore vivace che colpisce e che si rattrista dopo pochi attimi di osservazione.

In ginocchio un essere umano, in atto implorante, quasi a chiedere venia all’assoluto, quasi a chiedere una giustizia ultramondana, eterna, divina. Un personaggio posto al centro del dipinto e per ciò anima dello stesso, del tormento umano innanzi alle molteplicità di doni offertici ed alla impossibilità di essere felici. Una figura che si innalza ad emblema dell’umanità tutta, contornata da una intensità abbagliante, che è amore, che è sangue, che è disperazione.

Chiede venia, dunque, chiede un aiuto alzando il capo con le mani protese al cielo, in questa dimensione monocromatica e statica che lo induce alla monotonia, alla banalità delle sensazioni, al desiderare qualcosa in più, quasi a stridere per l’abitudine in cui è rinchiuso, racchiuso nel suo dolore chiede un’illuminazione, chiede quale sia la ragione, quale il motivo, quale la causa delle umane sofferenze. E il cielo gli appare umano, gli appare terrestre, gli appare sua stessa realtà. Non c’è distinzione tra i colori, tutto è racchiuso nell’intensità statica dell’esistente.

In alto due occhi, posizionati in sezione aurea nel dipinto, l’emblema di Dio. Di un Dio veramente trino, rappresentato, caso unico, non con un solo occhio che tutto vede ma con due occhi, come fosse egli steso scosso, come fosse egli stesso conscio del dolore, perché incarnato, perché fatto uomo, perché nato generato di carne umana. Non occhio onniveggente ed onnisciente solo, ma visione umana binoculare, visione che reca in sé l’uomo ed il Dio, la divinità e la corporalità. Occhi di un vividissimo nocciola, quasi colore di terra pura, di madre terra, quasi odore incantevole del terriccio genealogico, contornati da altre forme tridimensionali a mo’ di ciglia, a mo’ di aura. Dio misericordioso che invia sprazzi di colore che fanno comprendere all’uomo l’essenzialità delle piccole cose, quelle linee, segmenti di giallo, di ocra e di verde consentono all’uomo di non abbagliarsi pel troppo amore, e di non cadere, per troppo desio, nella concupiscenza o nella violenza, altri accidenti del medesimo colore. l  fasci rettilinei che emanano da un Dio fatto uomo ridimensionano l’egoismo umano e Dio stesso invia i suoi emissari, le sue spirituali promanazioni . Gli angeli, i suoi messaggeri, contornati di aureole mosse, scosse e sapienti, non circolari, ma imperfette, come l’altalenare del sentimento umano, come le ciglia del Grande Artefice d’Amore incarnato. E questi soccorritori sono la forza propulsiva, lo spirito che è in noi e che ci rende partecipi alla essenza divina pur senza comprenderla appieno. Intuendola, senza pretendere di avere in sé l’immenso rosseggiante amore che, per nostra finitezza, potrebbe essere stravolto.

E qui, come nel clima natalizio, si scorge il vero significato di questo amore, di questo rosso che non abbaglia, della disperazione e della maledizione umana che si redime, che raggiunge l’equilibrio, che tende all’armonia, all’armonia di sapersi imperfetto, incompleto, e sempre necessitato di accrescere la sua spiritualità.

 

dottor Giovanni Di Rubba