Fiori di Carciofo

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Autore: Antonio Marchese

Materia e tecnica: mista nitro su legno

Dimensioni: 60X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Antonio Marchese, “Fiori di Carciofo” ben si colloca nell’Oltrismo per messaggio e funzione, con la peculiarità che gli è tipica, quella di rappresentare un astrattismo primigenio, etereo nel suo manifestarsi, pulsante, genealogico. Il Marchese tende alla armonia oltristica collocandosi in dimensioni atemporali ed ataviche, il suo simbolismo si estrinseca in rappresentazioni di una profondità primitiva ma pulsante, che ci colloca al centro di rappresentazioni cosmiche in cui intuiamo l’essenza stessa, il suo nascere ed il suo promanare. E la profondità è qui, nello schematismo che ci induce a riflettere, ad ammirare l’istante creativo, il pneuma, il soffio vitale ed a renderci conto che ciò che fu in principio, prima dei tempi, è impresso in noi, orma del divino. Tale opera, infatti, ci induce a superare i nostri limiti riconducendoci ad una realtà che ci accomuna, che accomuna noi sensienti, l’essere simili, sostanzialmente eguali per origine comune, per avere in noi, impresso, quel soffio creativo, il respiro di Dio che era è e resta impresso come un sigillo, lo spirito che ci dà vita e che conserviamo in eterno, apprestandoci al passo successivo, comunicare agli altri ciò che gratuitamente ci è stato donato.

E tale semplicità non può non esulare da  un breve racconto, da un mito, quello della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere, dagli occhi stupendi e profondissimo, tra il verde ed il viola, tra speranza e grazia e rimembranza. Bellissima ma orgogliosa e volubile. Il re degli dei, Zeus, se ne innamorò non ricambiato ed in un momento d’ira trasformò la dolce ninfa altera in un carciofo verde e spinoso come il carattere della ragazza. Tuttavia al pungente e belligerante ortaggio, guerriera amazzone corazzata, resta il colore verde e violetto dei suoi occhi profondi, ed il cuore  tenero. La sua spinosità nasconde il sentimento, l’amore, la poesia.

L’opera è stata realizzando soffiando sui colori, creando questi spiragli di essere, questi fiori di carciofo. Fiori dai pulsanti colori giallo a sfumature blu, come macchie, come sorpresi frammenti adagiati sul cosmico sfondo nero e che lo irradiano, come maravigliati di aver destato l’attenzione della divinità che gli ha dato vita con un soffio, che gli ha dato senso, che lo ha reso essere amico e non suddito.

Fiori che rappresentano l’essenza dell’uomo, dell’essere umano, prima della chiusura dello stesso in sé, nelle sue ostilità, nella sua smania belligerante, nella sua paura dell’altro, nell’odio, nell’invidia, che è solo una corazza. Una corazza che si formerà quando il fiore avrà prodotto l’ortaggio, quando l’essere umano, per scelta, avrà rinunciato alla sincerità ed alla semplice ed umile consapevolezza di essere creatura che ha destato l’attenzione del creatore, che ha nell’alma il sé divino. Così come racconta il mito di Cynara, per superbia l’essere umano ha voluto ribellarsi ed ha indurito il proprio essere.

La corazza resta e quest’opera vuole ricordarci le nostre origini, spingerci ad andare oltre non rinnegando ciò che abbiamo nel nostro tenero animo, ciò che eravamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

ST acrilico tempera su cartoncino

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Autore: Antonio Marchese

Materiale e tecnica: acrilico tempera su cartoncino

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’oramai quasi costante ambientazione siderea del maestro Antonio Marchese ci immerge in una dimensione del tutto, in una allocazione spaziotemporale statica ed eterna. La percezione è quasi musicale, un aggraziato vibrare pitagorico, un silente e prolungato suono ci pone in una realtà meditativa e di quiete.

I colori sono pacati, siamo nell’universo rappresentato staticamente, come dicevo, ma che è al di là e dinamico proprio grazie alle variazioni cromatiche. Dividendo in due il dipinto notiamo uno spazio siderale ambivalente, il classico universo così come lo immaginiamo, a destra, un ammasso di stelle e nebulose, fisse, immobili, alla estrema sinistra, a destra e per gran parte del paesaggio, un pullulare di colori sì siderei ma quasi vividi, dinamici, che sorgono illuminati da una sfera, collocata alla estrema destra in alto, che campeggia. Una luna bianchissima, una essenza femminea che dona amore, brio all’etereo, che dà vita alla ragione, non frutto di mero raziocino ma nemmanco da esulare, da collocare come contorno, come elemento essenziale ma non sufficiente per il raggiungimento della armonia. C’è, insomma, l’essenza apollinea e gran parte di quella dionisiaca nell’intero contorno. Contorno su cui si appoggia il punto focale ed essenziale, al centro del dipinto, l’essenza sintesi delle due, quella ermetica, la sfera.

La sfera simbolo di conoscenza. Monolite etereo, eterno e mutevolmente perfetto, luminosissimo. Il verde che sembra quasi connotare una dimensione a noi conosciuta, quella dello spazio terrestre e sublunare, come a formare i continenti purissimi, smeraldini, verdi, emblema della natura, del sospiro panista. La natura di cui siamo custodi, la natura che nasce dall’azzurro primordiale e primigenio, genealogico del tutto, che domina la sfera e che si estende intorno, come a formarne un’aura, un respiro divino, un’aura che non è mero contorno ma che sembra condurre la sfera stessa in una dinamica in cui ciò che genera è al tempo stesso generato, ciò che avviene e si manifesta promana dall’essere e al tempo stesso lo crea, modella, accompagnandolo in un lieto navigare.

Tale sfera che, come è costante nell’Oltrismo, rappresenta la conoscenza, il bagaglio donato dalla divinità all’uomo per giungere attraverso la grazia all’armonia facendogli riscoprire le sue potenzialità e la scintilla che in esso alberga,  annulla il tempo e viaggia nel tempo e nello spazio, alla stessa guida del nostro bagaglio conoscitivo, sensibile, razionale, e che si dona all’altro per scoprirsi e che si dona allo stesso tempo all’universo di cui siamo parte e che è parte di noi e che è tutto di noi, custodi di un frammento d’assoluto che è il tutto, custodi dell’oltre, dell’immanente e del trascendente.

Naviga la sfera sapienziale nell’universo con lo scopo di fecondare gli spazi eterni e illuminare ogni essere, ogni cosa, in un gioco di specchi e di scambio reciproco di sapere e di amore, congiunti nella bellezza dell’esistente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

nitro su legno multistrato

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Autore:  Antonio Marchese

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia”. Così esordisce il Maestro Antonio Marchese nel definire il suo contributo all’Oltrismo. L’artista si colloca in una dimensione di  astrattismo primigenio, ancestrale, etereo, sidereo. La sua evoluzione coglie una sfaccettatura peculiare del movimento di Sarossa, quella di descrivere situazioni e stati ultraselenici. Costante è una sorta di primitivismo, semplicità stilistica, che non elude ed anzi esalta la profondità della descrizione dell’esistente. I mondi che attraversa sono lontanissimi ma ad un palmo dal nostro sentire. Il Marchese non si addentra in una realtà tutta nuova, quella del divenire, quella oltreumana ed oltremondana, non scruta i molteplici universi paralleli, non approda in terre nuovissime e sconosciute né tantomeno resta qui, nella nostra realtà sensibile a descriverla in superfice. La posizione del Maestro è in bilico, al limite, sul varco. E lì rimane, sul varco, come guardiano, come plasmatore della essenza di transizione, come colui che indica la via d’accesso all’altrove, all’oltre.

La sua opera è realizzata con nitro su legno multistrato, attraverso una tecnica che ne evidenzia questa caratteristica di indicatore dell’oltre, di Zauberkunstdichter, ossia attraverso il soffio, senza l’utilizzo di strumenti od utensili, ma col fiato umano, col neshama, in una ambientazione ed atmosfera che ci rimanda all’origine dei tempi. Ed il Marchese è un oltrista della genesi, è un descrittore delle origini, della genealogia delle cose, dell’uomo, dell’essere, un descrittore che indica ma non narra. Ciò si evidenzia nelle altre opere, l’acquatica “Origine della vita” o le diverse rappresentazioni di tali varchi eterei, che ne stanno designando una recente evoluzione e caratterizzazione. C’è l’oscurità., il buio primigenio universale e poi la rappresentazione di un varco, un passaggio, un wormhole, verso un nuovo spazio-tempo, una nuova realtà che ci porti ad una più consapevole coscienza e conoscenza del vero e del bello e dell’amore, in una trinità armonica che, per adesso, noi qui intuiamo soltanto e che il Marchese ci fa non scorgere ma di cui ce ne mostra il passaggio.

Tali rappresentazioni sono spesso oscure, si viaggia nel cosmo ma senza percepire la armoniosa melodia delle sfere celesti, il pitagorico vibrare matematicamente perfetto, il neoplatonico  ascolto idealmente perfetto ma solo un rombo sordo, un suonare e audire sorde e mute melodie. Nemmeno è un rissoso rumore, un fastidioso ronzio, una dissacrante baraonda. È il silenzio, il silenzio del passaggio ad una armonia che non è perfezione acordica, puro calcolo e valutazione. Ed in questo silenzio, in una altra opera siderea, Antonio Marchese ha rappresentato Aleppo, silente dopo il bombardamento, terribilmente silente. Così, dopo il frastuono della mondanità, il caos del reale, per ascoltare musica nuova e dolcissima, per cantare colmi di grazia, dobbiamo porci nell’oscuro silenzio e prepararci a varcare, muti, l’accesso alla gioia policromatica e sinestetica del tutto armonico, senza distinzione tra suono, contemplazione visiva, profumo di rose e di viole e di ortensie, perché una volta solcato il passaggio il nostro corpo sarà consciamente connesso alla nostra anima ed al nostro spirito e noi saremo una parte del tutto e tutto ad un tempo ed unicamente ed esclusivamente unici perché non singoli parti del tutto ma Tutto in Unità, seppure e soprattutto perché persone e non individui.

Tale opera è peculiare rispetto alle altre, e potremmo definirla l’opera colma di speranza dell’oltristico astrattismo sidereo, in quanto mentre nelle altre rappresentazione dominava l’oscurità del silenzio di transizione qui non è il corpo muto che parla ma l’anima incosciente che sta per raggiungere coscienza e perciò è conscia della bellezza, amore ed armonia che troverà di lì dal varco. E ciò perché quando attraverseremo il varco divenendo uomini nuovi, oltreuomini, non perderemo quello che avremo fatto, il nostro corpo resterà silente ma la nostra anima ne serberà memoria, a che possa, dopo il passaggio, irradiare tale somma bellezza, amore ed armonia al nostro corpo. Ai margini un blu cosmico, l’anima che ricorda i nostri dolori oramai solo sullo sfondo non perché dimenticati ma perché ravvivati dall’amore, dagli spruzzi rossi che contornano e contaminano il blu che acquista diverse intensità, il mare, il cielo, la meditazione, la ricchezza di spirito, il bianco della purezza. Sino ad avvicinarsi al varco del tunnel, nero ma poi con contorni rossi fino ad intuire, quasi al limite il lucente azzurro.

Questa la rappresentazione artistica del varco, che può condurre l’uomo vecchio, materialista, assetato di ricchezza e gloria terrena, a quello nuovo, cosciente e sapiente perché ama e da innamorato cerca la Bellezza, la contempla e raggiunge l’Armonia, col creato, con gli essenti tutti, animati ed inanimati, con gli altri uomini.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

 

 

L’Origine della Vita

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Autore:  Antonio Marchese

Materia e Tecnica. mista su multistrato

Misure: 60X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Fluido sincretico, pulviscolo vitale, guazzabuglio cromatico.

“L’Origine della Vita” è opera del Maestro Antonio Marchese, esponente dell’Oltrismo e si pone in una dimensione antecedente al pensiero, o forse successiva, ma catturando una immagine del caos cosmico primigenio, allegoria della acquatica aquantica formazione delle specie naturali, alchemicamente fuse dalla intensità di colori, adagiati come macchie nella fluidità cosmica. E tutto ciò se vero che il macrocosmo è specchio del microcosmo, anche l’origine del mondo è forma e sostanza manifesta di ciò che avviene in noi, qualche attimo prima del miracolo; la nascita della vita, il respiro dell’universo.

Siamo qui in una dimensione biologica, embriologica, citologica, non fisica, all’apparenza. In realtà bìos e physiká non sono essenze indissolubili ma legate strettamente in una dimensione eterea, che è la concreta manifestazione silente dell’anima divina.

La lettura dell’opera va fatta ponendosi su multistrati, i colori danno al dipinto una quadrimensionalità di fatto e di significato non trascurabile. Nel livello a noi più vicino c’è il bianco degli spermatozoi, e questo sappiamo, essotericamente, tutti. Un groviglio frenetico e competitivo, un libero mercato giustificato, così come la selezione naturale, un liberismo che da ormai quattrocento anni confermiamo, confermiamo spudoratamente facendo dell’uomo lo specchio della natura e non della natura l’immagine e simiglianza dell’uomo, custode, nomoteta, generatore nella sua intima sostanza, quella più nascosta, quel dito che sfiora Dio e che da Dio stesso ci è donato. Noi non siamo padroni di ciò che è stato plasmato ma custodi, un giorno restituiremo ciò che ci è stato affidato. Per questo dobbiamo custodire come boni viri, consci che ciò che abbiamo, qui ed ora, non è nostro. Ma è una custodia del tutto particolare, quando finiremo i nostri giorni non dovremo consegnare le chiavi dell’universo al Padrone, il Padrone stesso ci renderà partecipi della sua proprietà, saremo un tutt’uno con lui, un tutt’uno con l’universo ed il significato di possesso, proprietà, svanirà perché noi da custodi non diventeremo possessori o proprietari ma la nostra essenza sarà immanente all’universo stesso. Noi saremo universo. Noi, che gli diamo vita con le nostre diverse sfumature differentissime che rendono ognuno di noi non individuo ma persona, doneremo la nostra alma, e il suono degli astri, la musica ancestrale, le percussioni della terra, le corde tese del vento, il sussurro dei colori sarà varissimo e completo, ergo armonico, grazie alla nostra diversità, sarà perfettissimo grazie alle nostre imperfezioni che renderanno le dissonanze armoniche e il tutto triplice ed unico.

Ma rimaniamo ancora un attimo in superfice, il bianco, gli spermatozoi. Dal Seicento abbiamo progressivamente perso la nostra dimensione spirituale, che a partire dalla seconda metà del ‘900 sembra man mano riavanzare e rigenerarsi, sicuramente tornare con gli dei che sono in noi, resi attoniti e sopiti dal nostro desio di materia, padroni e dunque distruttori, anziché custodi, della natura e della vita. Le teorie economiche dal Mercantilismo in poi, Adam Smith con la sua spiritualizzazione aberrante della materia, Thomas Malthus il terribile divoratore di persone, ma anche Marx con la materializzazione della spiritualità, sino ai Marginalisti ai keynesiani ai neoclassici ed agli ultimi agonizzanti novecenteschi. Alla stessa guisa la politica Hobbesiana, il pensiero illuminista, il positivismo scientifico, sino al nichilismo e alla democristianità cattolica compromissoria, quindi pochissimo universale, in aporia etimologica. E il lamarckismo seguito dal darwinismo e dal concetto di selezione naturale, del più forte, o meglio di chi detiene una mutazione più favorevole, che meglio si adatta alla natura, che domina. Sempre aberrante considerare che sia l’uomo che si adatti alla natura e non viceversa. E se c’è un viceversa è visto in una ottica del dominio del più forte, ossia l’uomo si sostituisce alla natura e la adegua con le proprie perverse violazioni a causa delle quali tanto geme la Madre Terra. Tali periodi sospesi, volutamente, hanno un seguito, diretta conseguenza. La corsa degli spermatozoi per fecondare l’ovulo altro non è che una metafora della libera concorrenza ove, partendo da una situazione di parità, vince il meritocratico, il più forte, intellettivamente e/o economicamente e/o perché maggiormente vigoroso nel corpo.

Ma ciò che l’uomo crede di capire è ben diverso dal disegno dell’anima del mondo, ben diverso dallo stesso senso cristiano, l’uomo si spoglia della sua umanità per divenire né minerale né animato, ibrido che sotterra i talenti o li getta all’aria, o li usa come stuzzicadenti. L’uomo che usa perversamente, inadeguatamente e dunque inutilmente gli utensili. L’uomo che rinuncia alla spiritualità o, peggio, se ne disinteressa, obnubilando la ricerca del senso delle cose, la sua missione.

Prima della formazione degli spermatozoi, lo spermatide 1 era ancora una cellula diploide, con un corredo cromosomico di 46, successivamente, perde una parte di sé e conserva 23 cromosomi. C’è una logica, rinunciare a parte di sé per creare qualcosa che trascende il sé, qualcosa di più alto, far fruttare i talenti rischiando, anzi avendo la certezza, di perderne un bel po’. La metà, come nel mito degli ermafroditi platoniani. L’uomo da solo ha tutto ma per scoprire, comprendere e far fruttare il proprio tutto deve perdere  parte di sé e ritrovarla nell’altro.

E una volta fecondato l’ovulo, nella meiosi, e precisamente nell’anafase I, avviene il vero primo grande miracolo, il crossing-over, il rimescolamento del “messaggio” dello spermatozoo con quello della cellula fecondata, uniti in un punto preciso, all’apparenza causale, ma sarà proprio da quell’unione di cromosomi, in quel punto preciso e non in un altro, che inizierà l’essenza ultima, la primigenia verità ultima, la vita.

Gli spermatozoi sono raffigurati nel dipinto in una fluidità statica, fluidità data non da un intuito movimento ma dalla casualità apparente stessa col quale sono posizionati. Non c’è competizione, non è lo spermatozoo più scaltro, più veloce, più forte, che feconda. Da solo lo spermatozoo non sarebbe nulla, è la forza degli altri che lo fa giungere a destinazione.  Nessun  seme sarà sperso. Ognuno ha una funzione unica, e lo spermatozoo che feconderà è accompagnato nel viaggio da una forza quasi mistica, da un sostegno, è spinto dalla fluida corrente degli altri che hanno un ruolo, farlo giungere a destinazione. E quel ruolo è già prefissato. Ed anche la scienza ha scoperto che gli spermatozoi vendono “guidati” verso la cellula uovo, studiando alcuni animali acquatici come la Campanularia.

E cosa resta, tuttavia, di questi spermatozoi non competitori o nemici, ma guide dello spermatozoo fecondante. Scendiamo al secondo livello del dipinto, addentrandoci nei segni esoterici, diverse sfumature gialleggianti, alcune tracce purpuree. Sembrano morenti ma nel terzo strato c’è la risposta, l’ocra dominante è la loro memoria che rimarrà per sempre nell’individuo, nel nascituro, e concorrerà alla sua crescita, al suo divenire persona. Nessun seme andrà sperso, gli spermatozoi guida, in una amalgama giallognola, saranno il respiro del vento, il canto delle cicale, il bisbiglio degli uccelli, il candore dell’aurora, la goccia di brina che investe ed illumina la rosa. Frammenti eterni dell’etereo spirito dell’universo.

Il quarto ed ultimo strato è blu, la dimensione ultima e rivelatoria. “In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”, e “la vita, dal mare, venuta al mare ritornerà”. Nessun seme andrà sperso, nessuna parola, nessuna melodia o rumore, nessuna traccia cromatica. Tutto permane custodito nell’infinita e pulsante fiamma dell’amore divino, della multiforme e trinitariamente unitaria anima dell’universo, ovverossia del tutto, visibile, invisibile, reale e trascendente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Commento all’Oltrismo di Antonio Marchese più critica di Floriana D’Auria

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(il Maestro Antonio Marchese)

 

A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia.

Questo mio modo di dipingere è lo strumento con il quale esprimo la mia fantasia, il mio stato d’animo. Ho la sensazione che, quando inizio un lavoro, i colori che scelgo si mescolino man mano da soli, dando vita a qualcosa che sorprende me stesso e che nasce dalla spontaneità e, spesso, dalla casualità.

Protagonista è senz’altro il colore, forte, brillante, con differenti densità, che subisce l’influenza della luce che lo rende mutevole.

Il mio approccio con la pittura è di sperimentare tecniche diverse, aggiungendo ai colori anche materiali diversi, come il legno, sassi, ed altro.

 

Maestro Antonio Marchese

 

 

Critica artistica a cura di Floriana D’ Auria:

Il maestro Antonio Marchese  è uno degli esponenti di spicco del movimento artistico contemporaneo dell’Oltrismo.

Il suo linguaggio spazia dall’astratto materico che traduce l’ impeto del suo tratto, a passaggi figurativi e tratti solidi che inglobano pezzi di realtà.

Marchese vuole andare oltre i movimenti astratti più noti per essere libero di superarsi e abbracciare nuovi espressionismi per raggiungere il suo equilibrio e la sua armonia. L’uso del colore, abbondante, materico, lavorato di getto e senza pennelli, diventa in alcuni casi scena di un teatro naturale, dove elementi raccolti dalla realtà empirica, diventano protagonisti della realtà soggettiva, inventata e creata dalle sue mani.

Paesaggi di colore, combinazioni casuali e dripping, incontrano mito, storia, cultura a concetti propri dell’ oltrismo.

Lo sgomento del sentirsi infinitamente piccoli in confronto all’infinitamente grande, in confronto all’ immenso, all’infinito… l’essere umano al confronto con l’altro, con l” oltrismo “.L’ Oltrismo di Antonio Marchese si esprime in modi nuovi ed inconsueti, spaziando nell’astratto del suo pensiero fino ad abbracciare la materia della natura, che viene chiamata in gioco ed entra fisicamente e prepotentemente a dare forma all’idea. Oltre il pennello le mani, oltre il pensiero la pietra, oltre l’uomo l’effige statuaria di echi classici, riportata nel contemporaneo per attribuirle nuovo slancio futurista.

Nell ‘opera “Percorsi” su un contrastante intenso colore di fondo, si rincorrono meandri contorti, un percorso a ostacoli, dominato dalla forza di superarsi e trovare l’uscita dal labirinto, andando oltre.

 

Floriana D’ Auria

 

Commento all’Oltrismo di Giovanni Di Rubba

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(Giovanni Di Rubba)

 

L’Oltrismo, corrente artistico- culturale fondata dal Maestro Sarossa, cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per superficiale coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale.  Agire irrazionale alla base della natura umana, l’ essere cioè contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, divenire uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente ed irrazionalmente all’altro, la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione.

Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento. È a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, che punisce e vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza resta, possente,  una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro, tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica verità possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

L’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, che non esclude l’altro ma lo ricomprende in una ottica comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, utilizza categorie del passato, della gnosi, perfezionamento ottenuto attraverso la conoscenza, reso manifesto attraverso la contemplazione artistica.  Le arti liberali poi, trivio e quadrivio, ma anche simboli alessandrini ed orientali. Il tutto miscelato ad una attualità non escludente, che abbraccia ed accoglie ogni espressione artistica, sia strictu sensu, sia letteraria, ad esempio l’etereismo poetico di Giovanni Di Rubba, l’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come il Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o il Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach. Cogliendo l’etereo dall’arte, l’Oltrismo  ci apre a contemplare, nell’arte stessa, l’impronta del divino, mano di un artefice, artista o poeta, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos.

L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, e si apre a sua volta ad ogni voce artistica che cerchi il suo “altrove immanente che lo trascende” nell’arte. Con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi, l’oltrista, seguendo vibrazioni eteree, cerca di giungere  ad una spiritualità nuova, ad un nuovo uomo, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba