Linda Granito, commento a tre opere

Autore: Linda Granito

Opere Commentate: Tunnel di Luce; Esplosione di Fiore Energetico, Trasmissione Energetica Madre Terra Donna Dea”

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Linda Granito si colloca a pino titolo nella corrente artistica dell’ Oltrismo, in particolare, pur senza eludere una originalità propria, è molto vicina all’oltrismo cosmico/sidereo del maestro Antonio Marchese, che esplora e rielabora nebulose ed ammassi interstellari, ingenerando una realtà che va oltre alla mera osservazione empirica, innescando interessanti rimandi allegorici alla vacuità esistenziale che si apre, tuttavia, alla speranza di noi, spersi nel cosmo, ma la tempo stesso suoi figli e quindi ad esso appartenenti, come ad una famiglia. La pittrice Granito, a ciò, aggiunge una rappresentazione energetica e fluttuante, ove da ammassi fluidi promanano significati altri, esplorando energie cosmiche, le sue rappresentazioni, in verità, descrivono la nostra dimensione interiore da una angolazione oltristico/tralucente.

Quivi analizzerò tre delle sue opere, scelte perché rappresentano, così come posizionate in sequenza, una vera e propria evoluzione spirituale ed interiore. In particolare saranno commentate:  “Tunnel di Luce”, “Esplosione di un Fiore Energetico”, “Trasmissione Energetica tra Madre Terra e Donna Dea”.

 

TUNNEL DI LUCE

tunnel di luce

“Tunnel di Luce” è una vera e propria esplosione, esplosione che chiude in sé una varietà cromatica ed allo stesso tempo una dualità di colori, il blu con le sue differenti sfumature, ed il giallo, ora vivido, ora lucente, ora trasformato in bianca luce cosmica. È d’uopo analizzare il dipinto dal basso, nonostante l’attenzione del fruitore sia subito catturata dal suo centro prospettico, sorgente viva di tralucenza. In basso è tracciata una  foresta frastagliata di un oltremare oscuro, è come terra incolta e oceanico abisso, un abisso che incatena, periglioso. La nostra esistenza meramente corporale che ci inghiotte irretendoci nelle sue trame, nelle sue pungenti fluorescenze che sono piante ingannevoli, aculei vorticosi. C’è perfino, mediana, una traccia cadmio, orma della sofferenza. Attorno qualche speranzoso sprazzo violaceo, di un viola cobalto. È la rosa nella spina, la speranza della sofferenza, della prigionia, il dolore esistenziale che si fa catarsi esistenziale. E dunque si ascende, l’oltremare inizia a farsi sereno celeste per poi divenire cobalto viola che esplode  come macchia d’inchiostro. Questa speranza cromatica tutto trasforma conducendoci al centro del dipinto, finalmente, ove da una sferetta appena appena accennata, e del colore redentore, si apre una bianchissima luce sovrannaturale, da cui emerge quasi, sulla sinistra, una figura umanoide, forse angelica, una guida. Tale luce termina nel cadmio chiaro, solare, emblema del Dio Padre. E termina ove essa stessa è generata, è tale misericordia divina che ci irradia dall’alto e infonde luce e trasmuta il cadmio oscuro della sofferenza in violetto cobalto della comprensione del dolore, lieta assistenza. Tutto intorno, da quell’irradiata luce, nella parte alta del dipinto, a destra come a sinistra, il periglio clorofillico d’oltremare oscuro si acuisce e cristallizza, non scompare ma si fossilizza, gelido come ghiaccio ed è come una antartica caverna, che placa dunque il dolore, quasi si riscalda e la nostra vita è nella luce ed il gelo placato qualcosa da osservare immersi nell’infinità di un raggio divino.

 

ESPLOSIONE DI UN FIORE ENERGETICO

esp2

In continuità  con l’opra appena commentata è ”Esplosione di un Fiore Energetico”. Anche in quest’opera si analizza una fase interiore, una fase successiva a quella della illuminazione, la fase di presa di consapevolezza di sé, meglio, la fase in cui inizia a esplodere in noi il noi stessi. Ed è un pullulare di energie.

Sullo sfondo il blu, a destra più intenso a sinistra sfumato, di un chiarore che sfiora il bianco. Il fusto, il gambo, è smeraldino, il suo colore è impreziosito come gemma rara e simboleggia le nostre radici, le nostre origini, ciò da cui siamo partiti e che permarrà sempre in noi, quella che è la nostra famiglia, la nostra patria il nostro Dio. Luccicante, tesoro da preservare ed allo stesso tempo da coltivare per la nostra crescita. Salendo, infatti, il fusto si apre ad imbuto per contenere il fiore, la nostra anima, più in generale il nostro essere, ed il verde è più caldo, accogliente, grembo materno di quel tripudio cromatico che sono i petali, dipinti come flusso energetico. Flusso inarrestabile, fiamme multiformi ma adagiate con garbo nel grembo da cui promanano. Giovanili ardori ed eroici furori, guizzanti. Domina il rubino sanguigno, sfavillante come logos, parola, mai spenta e mai sopita come le nostre azioni furenti, la nostra vitalità inarrestabile. Ma non può non notarsi che al centro delle petaliche fiammelle del nostro essere vi è la luce gialleggiante che nasce dal grembo e come corolla è il vero cuore di questo ardire, il cuore che pacato, nato dal grembo, dirige e dà armonia a tale tripudio, altrimenti in balia di sé. Luce divina che dà ordine al nostro caos, luce armonica. Attorno ai petali scoppiettanti un rosa temprato, che è il risultato dell’azione eroica quanto del furore interiore pacato dalla luce cordica clorofilla, un rosa che quasi sfocia nell’incarnato perché il risultato di tale tripudio vitale non è la violenza ma l’immenso amore, la dolcezza, il darsi agli altri, l’aprirsi al mondo. Aprirsi come promanazioni rosee per diffondere la pace e la concordia.

Interessante un altro aspetto, a destra ed a sinistra del fiore abbiamo due realtà completamente diverse, a destra una realtà energetica, spirituale, dipinta sfumata, sia nel verde delle diramazioni del fusto che nel blu che fa da sfondo. La nostra dimensione d’energia è anche quella di pensiero e di sogno, di immaginazione, di evasione, di creatività. Sfuggente, smossa, fluttuante. A sinistra invece il blu quanto il verde sono fermi, di un colore deciso e sicuro, a designare la nostra sfera pragmatica, razionale, riflessiva. Ambedue non sono in contrapposizione ma sinergicamente dirigono il nostro agire quanto il nostro non agire, favoriscono il  nostro essere nel mondo rosea promanazione armonica di ciò che abbiamo dentro, del caos e dell’ordine, dell’istinto e della ragione.

 

TRASMISSIONE ENERGETICA TRA MADRE TERRA DONNA DEA

trasmissione energia donna Dea Madre terra

L’opera “Madre Terra Donna Dea” è l’ultimo stadio di questa analisi del trittico floreale della pittrice Granito. Le immagini sono qui indefinite, hanno qualcosa che ricorda le radici e sono grigie radici. Rappresentano un istante arcaico, primordiale, il momento esatto in cui il divino con il suo dito michelangiolesco sfiora l’umano in segno di alleanza, di più, il momento in cui Dio soffia, dona il pneuma, docile vento, agli esseri umani, rendendoli animati e, realmente, veramente e fattivamente a sua immago.

In quest’opera, tuttavia, il tutto è visto in una ottica femminile e c’è un che di biologico in questa trasmissione energetica. Le ataviche radici sono di un magma grigiastro dalle diverse sfumature che ricorda un po’ il brodo primordiale, un po’ un varco, un wormhole, un varco cosmico ed al tempo stesso esistenziale. Qui non vi è corporalità come nella “Creazione di Adamo”  ma ciò che è rappresentato, mobile,   è lo pneuma stesso, lo spirito. Lo spirito nella sua femminea essenza che la Madre Terra, sulla destra, dona alla Donna Dea, sulla sinistra, cioè alla donna che diviene simile –ma non uguale- a Dio, al divino. Quindi queste radici fluttuanti ed arcane rappresentano il momento stesso del passaggio pneumatico e parallelamente il pneuma stesso che viene trasmesso. Di più essendo come radici la corporalità mancante è sanata da questa Madre Terra che dona e, mentre dona, come possiamo constatare al centro del dipinto, viene quasi a formarsi un cerchio. È lì, che si sta definendo, ma non è ancora ultimato. È la sfera della conoscenza in fieri, è la corporalità in progress. Questo dono energetico, questo pneuma che viene trasmesso plasma l’interiorità dell’essere umano che era stato precedentemente plasmato dal Creatore proprio dalla Terra, dal fango. Per questo emanando il soffio vitale viene a compiersi la plasmazione non solo nella dimensione corporale, come statua, icona senza anima, ma in quella spirituale, lo spirito dà vita all’anima che inizia a modellarsi, a divenire una sfera o una elissi. Ed è così, in questo stesso istante, che la terra non è più fango ma diviene Madre, in questo istante creativo l’uomo, la donna, riconosce la terra come madre, ma nel momento stesso in cui essa diviene Madre, per volontà divina. Dio soffiando nell’argilla corporale il suo pneuma dà vita all’essere umano e dà contestualmente dignità, consistenza alla terra, la eleva a Madre dell’uomo. È una sincronia retroattiva e difficilmente immaginabile ma ben realizzata dall’artista che tenta di cogliere questo preciso istante trasformativo, di definizione e di presa di consapevolezza.

Lo sfondo è il solito rosa pacato, quello che sta a designare le nostre azioni figlie dell’amore, è rosa perché fa da cornice ad una situazione creativa che non può non essere tipicamente femminile. È la donna che fa nascere i figli –di qui il motivo del titolo Madre Terra Donna Dea-,  ma è un rosa che designa anche le nostre azioni, come dicevo, ed essendo in un attimo formativo non è ancora rosso ardente come il fuoco, ma più pacato, più dolce, di una leziosia genealogica tipicamente femminea.

dottor Giovanni Di Rubba

Il Pensiero Nasce dal Caos

il pensiero nasce dal caos        titolo

                                                                                                                  particolare

Autore: Linda Granito

Materiale e tecnica: acrilico su tela

Dimensioni: 30 X 40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Linda Granito ”Il Pensiero Nasce dal Caos” esplora la dimensione eterea dell’esistente senza tuttavia accedervi, stazionando nel punto mediano della percezione.

La pittrice si situa in un dormiveglia cosmico oltrista che è una implosione di colori i quali, ritorcendosi su sé, appaiono al fruitore promanare dall’alto. Dividendo, infatti, il dipinto in sezione aurea emerge una parte maggiore, bassa, che è promanazione della minore, alta. Nella alta sfera del dipinto avviene una metamorfosi dell’alma che si irradia nella dimensione maggiore sottostante. Tuttavia il rapporto non è tra sfera terrestre e sfera celeste ma l’intero dinamismo dell’opra si realizza in una solo punto cosmico adimensionale che viene catturato nella sua fluidità.

Partendo dalla metamorfosi dell’anima, che avviene nella parte alta, comprendiamo l’intera essenza fumosa, sfuggente, ectoplasmica, del dipinto. Tutto è come percepito in bilico, l’essenza corporale manca e l’artista si sofferma solo su anima-parte alta e minore-e sua promanazione-parte bassa e maggiore. Notiamo l’ombra di una pantera, un fumo nerastro da cui svetta una siderea lucina, un’iride chiara che denota l’essenza ferina dell’alma  al suo primo stadio evolutivo. Quella luce che è caratterizzazione dell’anima al primo stadio è al tempo stesso il punto di partenza per la sua evoluzione, iniziando già ad irradiarle i contorni. Il nero, scendendo nella parte bassa, ossia nella promanazione dell’anima e quindi nello spirito avvia una sfumatura di verde appena percettibile cadendo poi in un vorticoso imbuto/formichiere oscuro da cui si accende improvvisa la luce che trasforma il restante in smeraldino aureo, il colore dell’inizio, della natura animalesca, che si apre verso nuovi sentieri. Proseguendo nella parte alta avviene quivi la prima metamorfosi, la pantera diviene uomo, fumoso e grigiastro con ancora sul capo la natura animalesca e oscura che coesiste con quella annebbiata. Tra la nebbia si scorge un tenue languore violaceo, che, nella parte promanante, spirituale, proromperà inarrestabile come fiume su cui svolazza un’orma di volatile palustre,  di un viola più scuro, tendente al nero, da cui sembra  sorgere tale corso violaceo. Viola, colore del connubio, della spiritualità, sintesi si materia e spirito, dell’oscuro e del rubino, rappresentato dal volatile, viola che discende fluente e lieto come a mostrare anche l’altro aspetto della evoluzione, la temperanza e la astinenza, intesa come momento essenziale, mediano, della propria metamorfosi interiore. E il viola sfocia nello smeraldino e poi nell’aureo, inondando anche la promanazione dello stadio precedente, come a mostrare che l’evoluzione è un divenire statico, una sembianza di divenire, una maretta, un pullulare ai nostri sensi, ma una unica sostanza nel suo insieme, senza un prima né un dopo, hic et nunc.  Ed interessante è notare, al centro di tale violaceo corso, uno squarcio che sembra un caverna, un umano rifugio, quasi una cittadina, un paesino montano visto da lungi. Ciò a simboleggiare il nostro vivere, il nostro contenitore, il vero assente in questo dipinto: il corpo. Il corpo che è rappresentato come una cittadina operosa, una fucina, un uovo cosmico, l’athanor che è il tempio della nostra trasformazione e gli utensili stessi di essa.  Infine, paradossalmente più vivido e chiaro, l’ultimo stadio trasformativo, quello che dovrebbe essere più sfuggevole ma è qui più vivido, quasi tastabile, facilmente visibile, essendo in un dormiveglia cosmico.  L’angelo chinato ed orante con le ali che svettano all’indietro, di un verde pallido e agalmatico, è una effige, ciò che c’è di più pragmatico nell’opera, come icona, statua. Al di sotto di esso, in promanazione spirituale, il manto viola, poi il chiarore fino ad un argenteo fiume, statico perché eterno, dal color di roccia. E qui salendo sopra dell’angelo vediamo che si propaga il verde nella parte ancora più alta del dipinto, quella al di là dell’uomo stesso, quella celeste, andando a ritroso a partire dall’angelo si arriva ad un rossiccio sfumato, l’amore come pulsione verso il nostro perfezionarci, che è l’inizio. Subito dopo l’angelo, ed al di sopra di esso, un’immagine come di croce, color roccia. Immutabile, eterna, come l’amore divino che dona sé e che punto finale nella misericordia è un nuovo nascere che è la nostra origine e pulsione a perfezionarci, in maniera ciclica, per ogni uomo, per ogni donna.

Il maestro Granito, nel suo dormiveglia cosmico, intravede l’akashico, scorgendone l’essenza e superando l’arcaica visione vicina alla metempsicosi, come già aveva intuito Nietzsche con le sue tre metamorfosi dello spirito-cammello, leone, bambino-. È interessante notare, infatti, come nella parte bassa del dipinto, quella di spirito, la promanante, la patera irradi il tutto, che viene assorbito, l’essere umano irradi il violaceo, che è agguerrita temperanza, connubio spirituale, vita corporale, sofferenza e lotta e lavoro, fucina; l’angelo una roccia perenne, che è la nostra sorgente, il nostro risvegliarsi bambini.  Così la pittrice scopre o riscopre che tutto parte da dove comincia e che l’angelo è il nostro ultimo stadio ma il tutto si dischiude in questa vita terrestre, che è la nostra unica, e che ci conduce ad un’altra eterna, come la roccia promanante in spirito e da cui tutto promana che è il Cristo.

dottor Giovanni Di Rubba