L’Infanzia e la Coscienza

linfanzia-e-la-coscienza

Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La macchia come d’inchiostro ai margini del deserto riflessivo, sul pendio di sabbia scossa dal vento, maroso dialettico tenue. Ai bordi, in basso a destra, sullo strapiombo dell’esistenza erto sicuro c’è un padre col braccio sinistro teso verso l’alto, a fianco un bambino, il figlio, appoggiato e quasi aggrappato alla sua destra, un’immagine che separata – si intravedono le gambe dei due- dal basso man mano che sale si unifica, divenendo unica forma. Braccia tesa ad indicare al pargolo la sfera perfetta, il trivio ed il quadrivio in sintesi, sostanza e manifestazione, l’unica verità silente dell’intera vita di un uomo, dalla nascita alla rinascita, la figura femminile che protegge sicura e a cui ogni uomo ambisce nella ricerca, la luna che dà sapienza perché di sapienza è colma.  La luna, sfera leziosa e pallida, influenza la nostra anima, il nostro carattere, il corso della nostra esistenza ed è posta lì dov’è discreta ed umile. Non si pone al centro dell’universo né al centro del dipinto perché è il cardine, il sostegno, la chiave di volta, il vero centro come del dipinto così dell’universo. Si pone lì, punto femmineo sapienziale genealogico del tutto, si pone lì plasmando il resto, si pone lì ed è discreto l’inizio di tutto. Si pone lì, in sezione aurea, e dà forma. Tracciando in perpendicolo due parallele che passano per detto centro il dipinto è scisso in sezione perfetta, a sinistra come a destra, sotto come sopra, ed a sinistra, doppio della destra è l’esistenza umana vissuta sin d’ora, a sinistra la metà di essa che è da vivere. Così, in basso vi è la nostra vita terrena, di passioni, sfumature, delusioni e gioie, in alto, sua metà ancora, c’è la nostra vita celeste. E non parliamo di tempo, ma di sapienza, di preziosità, di ciò che ci resta da vedere e da scoprire nella vita, che la verità e dunque la felicità della vita stessa è nella metà di essa, nascosta dietro le piccole cose, che la vera gioia è celata in un punto che è la metà perfetta di un istante pieno. Ed è un sorriso, come quello di una donna, che dà la vita e che è vita. Un sorriso che ha la sua pienezza nel suo discreto nascondimento, nel suo umile essere tutto ciò per cui si vive. Tutto ciò che illumina. Perché dal dipinto del Maestro Sarossa si svela ciò che è agli occhi spesso muto, che la luce vera che illumina dona la luce e dona la vita ma non la riserba per sé. Come insegna l’Oltrismo ciò che è non è ciò che sembra ma ciò che appare, la luna dona la sua luce, è il sacrificio massimo e la massima sapienza, è il volto femmineo dell’universo, la luna resta pallida e dà luce all’intero universo, alla terra, al dipinto. Selene ed Artemide non si crogiolano di sé come Elio ed Apollo, non sono gloria di sé, della propria luce, non sono portatrici di luce ma donatrici della luce e restano umilmente in disparte, umilmente pallide, ma luminosissime nel loro femmineo sorriso. E si intuisce la verità. Grammatica è il sostegno, è l’eccezione che insidia la norma e non la conferma, ma lentamente la erode e la purifica ribelle; retorica è l’estetica, la bellezza manifesta della donna che è la terra ed è per i figli della terra dolce consiglio e dolce ristoro, vera sapienza perché non celebrale ma cordica, respiro e refrigerio della mente guidata dai palpiti del cuore; dialettica è l’incontro perfettissimo degli opposti imperfetti, che si sintetizzano un unico spirito grandioso che è l’amore e che genera la grazia dell’insieme. E l’aritmetica, che è il codice dell’universo e che risplende dei suoi paradossi, la lingua consonantica, impronunciabile che sa che tra un intervallo ed un altro c’è l’infinito che non è dipingibile né descrivibile né decifrabile; e la geometria la forma, che non è pura astrazione ma pragmaticità assoluta, che ci mostra che nella natura il triangolo ed il rombo non sono linee diritte e perfette, ma sfasate, sfumate e perciò degne di essere ammirate e vissute; e l’astronomia che non è calcolo degli astri ma ascolto del sussurro delle stelle, in silenzio; e la musica, l’arte somma, l’ultimo gradino, il principio e la fine, il verbo, il suono, l’acca muta palesata, la vocale che dà dignità alle cose. Questo indica il padre al figlio, questo il segreto della vita che gli svela, di essere “kart”, ossia un uomo libero che esercita le arti liberali non per decifrare, comprendere l’assoluto, non per dominare, non per crogiolarsi della propria sapienza ma per vivere, per amare in silenzio il sorriso di una donna, ossia il respiro dell’universo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

Maria Stella Maris

msm

 

Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Tecnica e materia: Olio su pannello legno multistrato

Misure. 120X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La luce dolcissima della luna è eterna, non risplende se non il candore lucido del sole, sua fattura e suo fattore. Pallida sembra chiusa in sé, timida, ma genera tenera e sincera, plasma materna e tutto ciò che è in essa è soffice protezione per noi, figli spersi, mortali spauriti di noi stessi. Lei è lì e non abbandona. Una connessione sottile, la manifestazione espressa del nostro paraclito, la nostra agguerrita difensrice dinanzi alla possenza del divino in sé, impronunciabile ed inconcepibile, amore che unisce dharma e samsara, respiro dell’aurora. Stella del mattino, la Madonna si erge in tutta la sua fulgida potenza, luna perché lontana, ma non tanto, nella cerchia degli angeli, di coloro che puri non mantennero promesse non per loro svogliatezza, disinvoltura o pochezza di spirito. No. Perché impossibilitati da fattori esterni. E questa è la sua linea, questa la sua difesa dinnanzi all’Altissimo. Noi povere creature, simili e somiglianti al creatore per essenza creativa, per libera scelta, siamo difesi, e non è una difesa labile. Siamo difesi, non perché le nostre ragioni siano giustificabili in sé, ma perché in lei trovano giustificazione. Gli ultimi, i reietti, gli scarti del mondo no, non restano indifferenti a quel grido di madre, quella madre che mai ci abbandona. Noi, al di sotto dei monti, nella parte più piccola della sezione aurea del dipinto, siamo adusi a facili giudizi, facili contestazioni, ci ergiamo a tremendi giudici scorgendo nel vizio altrui giustificazione al nostro, oppure, farisei ingialliti, preghiamo il Signore non per chiedere, ma per dire, grazie, grazie che non siamo come i pubblicani. Noi, con che ardire, con che autorità, con che stoltezza ci diciamo fattori di giustizia divina, sporcandola, rendendola terrena, confondendo il perdono e l’equilibrio, la temperanza ed il discernimento con la vendetta. Noi giudicanti siamo i reietti. E peggiori sono i cattivi giudici, gli ipocriti, coloro i quali hanno compassione, ma non patiscono insieme, coloro che hanno la pietas più che il comune sentire la sofferenza ed il dolore. Coloro che trattano gli altri come idioti perché diversi, e si compiacciono della loro squallida virtù chiamandola persino bontà. Coloro che vedono il diverso ma tacciono, lo riconoscono diverso e dicono, curiamoci di lui, peccatore, oppure peggio, curiamoci di lui idiota, e meno male che non siamo pubblicani. No. Noi siamo normali, e ci sentiamo bene se aiutiamo gli altri, perché il nostro muro ci rende migliori, perché non abbiamo il coraggio di ammettere a noi stessi, che loro, i reietti, coloro che godono del disprezzo e dello scherno hanno una visione, un sentire, una weltanschauung molto più profonda della nostra, e non ci vedono come i cagnolini guardano al padrone, ma come il saggio disprezza lo stolto loro, unici eroi, veri stupidi, perché si stupiscono ancora, guardano al saggio come ridendo, da dietro una colonna, dei tanti arzigogoli reali, loro che, eterei, sono in una dimensione che noi non riusciamo a capire, molto più vicina al divino, per questo emarginati. E non a caso la parte minore della sessione aurea, quella più compatta, è quella meno travagliata, perché è la nostra visione della madre celeste, sprazzi di luce, sprazzi d’azzurro, ma senza essenza, come tra gironi, striscianti con gli occhi tuttavia al cielo, vediamo lei come una stella, quella che guida i marinai, quella che ci ricorda quale sia la via da seguire non imponendocela, la scelta è nostra, ma solo indicandola. Ed è una stella del tutto speciale, perché lucente è anche sede della Sapienza, e a noi la dona col suo zampillio, noi che senza l’umiltà e l’intercessione mariana non potremo mai raggiungere alcuna conoscenza. Ma un emblema non basta, non può bastare, la madre delle madri e la donna delle donne, la stella, la più luminosa, anzi la “luminosa” come gli arabi definiscono la figlia di Maometto, che tanto patì e tanto in silenzio, come le tante donne vittima di una violenza becera e dell’impossibilità di esprimersi, come negare alla fonte di sapienza, all’immago divina, alla sua fulgida apparenza di zampillare? E qui è la verità, oltre i nostri muri mentali, valicando i monti, limite dei nostri nocchi,  ben più frastagliata, non complessa, ma addolorata. La Madonna è immaginata dall’artista con il velo orientale. E nella dimensione più elevate si percepisce non la serafica gioia, il lezioso gaudio dei cori angelici. Si percepisce il dolore. Perché la madre di Dio, luna sublime, è prima ancora e anzi ancor di più, essendo madre del Cristo, dell’incarnazione presente in noi del divino, madre degli uomini, degli esseri umani. E che sofferenza, che patimenti, che angosce deve subire colei che ci difende. Prevaricata, stuprata nell’aspetto, si nasconde per vergogna ma ci difende a testa alta. Tante volte ferma le mani possenti del suo figlio, divinità assoluta e tanto lo convince a perdonarci, a non essere il vendicativo veterotestamentario, ricordandogli di quando anch’egli era uomo, di cosa sia il tradimento, di cosa sia l’essere guardati con altera superiorità da carnefici, di cosa sia essere dimenticati e rinnegati dagli amici prima ancora che dai nemici, Lei è terra e luna, lei è donna, e già in quanto donna è superiore all’uomo, per grazia e per capacità di discernimento, per letizia, per gioia, lei deve soffrire la violenza orrida sulle donne e sugli uomini, lei deve soffrire la violenza fisica alle donne, quella morale, e quella virtuale, basata sull’immago e non sull’apparenza, sulla reificazione della donna, ed anche dell’uomo sempre più spesso, dall’essersi sentir dire è bella, attraente, ma sempre più raramente, è carina. Non basta amare una donna, bisogna volergli bene, perché solo volendola bene la si può adorare, si può adorare il respiro di Dio in terra.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Commento all’Oltrismo di Giovanni Di Rubba

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(Giovanni Di Rubba)

 

L’Oltrismo, corrente artistico- culturale fondata dal Maestro Sarossa, cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per superficiale coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale.  Agire irrazionale alla base della natura umana, l’ essere cioè contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, divenire uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente ed irrazionalmente all’altro, la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione.

Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento. È a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, che punisce e vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza resta, possente,  una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro, tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica verità possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

L’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, che non esclude l’altro ma lo ricomprende in una ottica comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, utilizza categorie del passato, della gnosi, perfezionamento ottenuto attraverso la conoscenza, reso manifesto attraverso la contemplazione artistica.  Le arti liberali poi, trivio e quadrivio, ma anche simboli alessandrini ed orientali. Il tutto miscelato ad una attualità non escludente, che abbraccia ed accoglie ogni espressione artistica, sia strictu sensu, sia letteraria, ad esempio l’etereismo poetico di Giovanni Di Rubba, l’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come il Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o il Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach. Cogliendo l’etereo dall’arte, l’Oltrismo  ci apre a contemplare, nell’arte stessa, l’impronta del divino, mano di un artefice, artista o poeta, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos.

L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, e si apre a sua volta ad ogni voce artistica che cerchi il suo “altrove immanente che lo trascende” nell’arte. Con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi, l’oltrista, seguendo vibrazioni eteree, cerca di giungere  ad una spiritualità nuova, ad un nuovo uomo, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba