Intreccio

intreccio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Giuseppe Pollio rappresenta a tutti gli effetti una delle diverse angolature, diramazioni , sfumature dell’Oltrismo, movimento che declina, sotto il vessillo della ricerca dell’Armonia attraverso un attento lavorio interiore, la contemplazione della Bellezza e nella Grazia, insita nell’Universo e che tramite l’arte si rende palese manifestandosi.

In “Intrecci” ci troviamo in una ambientazione paesaggistica brulla, desertica, un deserto racchiuso in sezione aurea verticale, tranciato da una linea orizzontale che lo separa dal cielo. Il deserto meditativo è il luogo da cui compare il centro propulsore, l’immago mistica del dipinto. Un albero, una serie di alberelli a guisa di albero unico e ben saldo nella nostra interiorità, nella nostra ricerca, nel deserto dell’annullamento volitivo e della prova, del principio, del primo fattore, del primo grado attraverso cui ci è consentito raggiungere pienamente noi stessi, la nostra armonia, il nostro ammirare l’intero universo, contemplarlo stupiti e mai sazi delle meraviglie ad esso sottese, dei doni che ogni giorno ed ogni notte ci riserva, dai fiori che sbocciano solo per noi, alle stelle che sono lì per essere da noi ammirate, alle verdure, agli animali, alla madre terra, alla volta celeste, alla silenziosa luna, allo splendore del sole. Un albero inamovibile, ben saldo, dunque, e ben piantato, ma da cui emergono rami a mo’ di radici, in una inversione estasiante ed estatica. Le radici puntano al cielo, massima parte del dipinto, somma dello stato iniziatico di primordine e desertico, travalicano e puntano in alto, braccia protese verso l’infinito ardore celeste. Ben piantati e ben pronti aspiriamo al cielo, nella speranza di raggiungerlo, di piantare lì le nostre radici, non prima di averle ben piantate qui in terra, saldi.

Il groviglio, l’intreccio, rappresenta non una nostra ascesi individuale e solinga, egoistica, ma sono allo steso tempo immago della umanità tutta, dei legami nascosti e sottesi all’uomo. Sono i fili invisibili da dipanare che legano tutti i popoli, tutti gli uomini, tutti gli individui connotandoli come persone che travalicano la società per giungere alla comunità, alla reciprocità dialettica univoca e trina, alla contemplazione del profumo dell’esistente. Sono lo junghiano inconscio collettivo, le nostre comuni origini, dalla polvere, dal deserto, che si diramano verso l’alto, i nostri archetipi sono un tronco ritto e saldo, roccioso, solido, il comun denominatore delle umani genti. Archetipi nati dalla polvere, dalla terra, sorti così, che ci hanno generato alla guisa degli altri esenti non umani, vegetali, animali. Nati dal nulla eterno, dal caos primordiale statico, nati dal tutto armonico ed alla ricerca di armonia. Le nostre anime percorrono come i tronchi-radici talora, spesso ed anzi sempre, strade diverse, ma il risultato è il medesimo, così come il principio.

In solitudine scopriamo noi stessi e ciò che ci lega a tutte le umane genti e poi raggiungiamo l’estasi mistica, strade diverse che si intrecciano, come incontri, come i  nostri incontri che di  frequente ci accompagnano per brevi istanti o per la vita intera. Ma che in ogni modo restano sempre vividissimi, parte di noi. E noi che ambiamo tendendo, rami-radici, al cielo non ci estraniamo dal mondo, ma doniamo ad esso i nostri talenti, le nostre passioni ed il nostro sapere ed ancora soprattutto il nostro amore, uniti qui, in un solo abbraccio, tendenti all’assoluto, per poi raggiungere lo stesso ed essere finalmente unici perché uniti agli altri ed alla Natura tutta, ed a ciò che non è visibile, coperto dal velo di Maya ma che si svelerà e mostrerà un giorno.

Noi doniamo, doniamo agli altri parte di noi, a chiunque incrociamo nella nostra vita anche solo con uno sguardo, ed agli sguardi che mai vedremo ma che spesso si raccolgono in uno sguardo solo, contenente l’umanità e la natura ed il cosmo e l’universo tutto. Noi doniamo parte di noi e germogliano, nel deserto brullo, fiori, come le ginestre vesuviane ed al tempo stesso come i girasoli che ci guidano verso la luce.  Germogliano floreali qui, sulla terra, per non dimenticare che anche nella solitudine o nella disperazione, un odorosissimo soffio divino ci accompagna. I nostri piccoli attimi che ci conducono all’eterno e che non sono solo speranza, ma manifestazione vivida, viva e reale. Qui ed ora.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Ho Sognato il Mio Cuore

cuore

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Nel mio quadro, i simboli  descritti, sono la sfera, che racchiude segreti personali, il rubinetto che dispensa le gioie e i dolori che questa vita ci dà. La donna simbolo dell’amore che ognuno di noi ha conosciuto e che porta ancora gelosamente custodito”.

Con queste parole esordisce il maestro Giuseppe Pollio nel descrivere la sua opera.

Essa rappresenta una visione onirica avuta dall’artista, una visione che imprime in sé particolari che esulano da una visione eterea ed impalpabile, una visione materialissima, concreta, contornata dalle immagini fantasiose ed elaborate ma che sono, sebbene irreali, fortemente protese ad una visione positivista e macchinistica. Il dipinto ha delle intense velature da scienza esatta. Il cuore, che fa bella mostra di sé al centro dell’opra,  è rappresentato con una precisione quasi anatomica, valvole e ventricoli. Il sogno avuto è vividissimo, il suo cuore uscito fuori dal corpo a rappresentare se stesso e la sua funzione. Anima pulsante materiale, nuova veste dell’oltrismo sarossiano, un materialismo onirico ma corretto, perfezionato, pienamente non esaurito in sé e pienamente ribelle al meccanicismo.

Il cuore diviene qui intruglio di valvole trascendenti e punto di partenza per partire dal materiale ed andare oltre, cercando di raggiungere l’armonia. Una armonia che, però, nel dipinto in questione, non si è ancora ottenuta. L’opra mostra la fase iniziatica di accesso alla perfezione armonica, il tassello di entrata, l’iniziale tenue luce che sorge, l’attimo di illuminazione che ci avvia all’equilibrio cui mira l’oltrismo. È un sogno, ed il sogno è quasi sempre un punto di partenza. E dove si posiziona il cuore? In un deserto, in una ambientazione quasi scarna ma piena, profondissima. Il deserto è il topos iniziatico, il liberarsi di sé per riscoprire o scoprire sé, il luogo di meditazione, silente, con in alto un cielo neutro ma presente e che sfuma all’orizzonte.

Solinga l’ama qui si colloca come il cuore ed è il cuore, l’organo che pulsa la linfa vitale, il sangue, il muscolo che batte ardentemente e che è l’artefice delle nostre emozioni, dei nostri amori, delle nostre passioni.

La visione scientista vuole essere superata, la allocazione del cuore in tale ambiente scarno, onirico e meditativo si ribella all’organicismo e diviene da tassello creativo, non più presenza materiale. Lo stile rappresentativo lo tramuta in un essente di escheriana memoria, un oggetto freddo che ricerca il suo calore e la sua trascendenza. È una vera e propria stanza, cui si fa ingresso tramite delle scale poste sulla sinistra e dalla destra esce l’immago di una donna nuda. Non ci è dato sapere cosa avvenga all’interno del cuore in tumulto statico, è lì che sono conservati i nostro segreti, le nostre gioie, i nostri amori, le nostre passioni, sappiamo però cosa ne esce, una donna, l’emblema di una sapienza, di una armonia e di una bellezza superba e superiore. Non è solo l’amore per l’amata o per l’amato, è un amore per l’universo. Il cuore, come purifica il sangue scambiando ossigeno per anidride carbonica tramuta noi, il nostro personalissimo vissuto in qualcosa di puro e sublime. E’ cosi che il maestro Pollio rappresenta l’uomo che supera se stesso e raggiunge l’armonia.

Tutto ciò, comunque, sebbene sia un percorso interiore non esula l’altro, anzi lo sublima e lo prepara a che questo processo evolutivo sia condiviso. Processo che promana da una sfera, simbolo di conoscenza razionale ma avulsa al sentimento, posizionata sulla sommità del cuore e, poiché priva di amore, di colore scurissimo, ma che donandosi si perfeziona, insegnando, da oscura e sterile, simile a mollusco senza passioni, migliora sé. Dal rubinetto, infatti, promanerà un fascio grigiastro, come espulso, ma è una fonte iniziale. L’oscurità si prepara a sublimarsi ed il grigiore sembra dirci che l’oscuro più tetro non si smorza subito, ma sfuma e si colora con il tempo e la pazienza. Per intanto, sparsi intorno al cuore, come parte di questo grande ingranaggio catartico, frammenti di noi, rossi come il generatore. Piccoli gesti di dono all’altro.

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

No Rock’N’Roll

no-rock-and-roll

 

Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: mista su multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba