No Rock’N’Roll

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: mista su multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del Maestro Sarossa “No Rock ‘N’ Roll” è una esplosione festante di colori, si respira una atmosfera evidente di gioia nel tripudio luminoso, nei palloncini che sorgono lieti da un mare tranquillo, tendendo verso un rasserenante cielo quieto, accompagnato da soffici sprazzi di nubi serene. A sinistra, in primo piano, uno spaventapasseri ridente con la testa di zucca reclinata a destra e sullo sfondo, preceduto da piccoli rilievi montani d’azzurro, uno sprazzo ocra continuo che divide le acque dalla volta celeste.

Tuttavia non può sfuggire, in tale giubilo sereno, l’incongruenza di fondo, l’elemento strano che si erge tra i rassicuranti abissi, lo spaventapasseri, posto lì ove non dovrebbe, nel mare. Posto a guisa di personaggio scomodo, finito, ingombrante, inutile. Quale mai può essere il suo scopo, la funzione, l’utilità in un mondo che, seppure festoso, gli è estraneo? Il suo volto non è angoscioso, inquieto, sorride e non è un sorriso inebetito, ma ricolmo di saggezza, ove per poco la saggezza è un tutt’uno con l’umiltà e la serenità di spirito. L’uomo-spaventapasseri è un uomo finito, che non è finito, che sorge come candida rosa, che illumina tutto ciò che vi è altrove, l’essere estraneo che non si adatta ad un posto straniero ma quasi lo domina con sicurezza ed il luogo gli porge gli omaggi, lo festeggia, la musica finita, il non rock ‘n’ roll non è invero una musica finita, ma attorniata da candidissimi cuori, e la fine è svilita dall’interrogativo, rivolto al fruitore più che al soggetto del dipinto. I giochi sono davvero finiti?

Come eroi da lungo periglio restiamo ciò che siamo, e scopriamo ciò che possedevamo e prima ci era solo celato, nascosto nel profondo del nostro essere. Finisce una storia e tutto è come l’inizio, nella valenza cosmica di staticità, nel siamo ciò che eravamo, nella realtà che seppur fluida mai muta, eterna, come verità, eterna, ma scoperta per gradi. Per gradi trovare il tesoro che è in noi e nel cercare entrare in contatto con la divinità. Cercare continuamente sino a giungere alla serenità ancestrale dello spaventapasseri, la serenità di chi è finalmente consapevole di sé,  in interiore homine habitat veritas, e la consapevolezza di sé ci pone in dominio assoluto, ma un dominio armonico, con la Natura, che ci risponde, ci sussurra, e l’ostilità, l’inutilità, l’esser fuori luogo, non esiste se non agli occhi dell’osservatore esterno. Lo spaventapasseri ha finalmente acquisito ciò che sempre ha avuto, ed il disagio è scomparso perché era in sé e non nel mondo attorno, era lo scudo che impediva alla intelligenza, all’amore ed al coraggio, sempre in lui presenti, di uscir fuori. Lo spaventapasseri è finalmente consapevole di sé, ha acquisito la sua stessa consapevolezza. E la musica, allora, è davvero finita?

Tale opera non può non rimandarci al “Meraviglioso Mondo di Oz” di  Lyman Frank Baum, letto in una ottica esoterica, di viaggio mistico, di risveglio interiore. Ed a parte lo spaventapasseri, che scopre di possedere la saggezza che cercava, tanti sono i riferimenti cromatici al romanzo di Baum. L’orizzonte ocra che divide il cielo dal mare ricorda il sentiero dei mattoni gialli, la via dorata, il viaggio che i personaggi di Oz devono fare per giungere al Mago sovrano della Città di Smeraldo, il limpido dorato percorso di ascesi interiore, sentiero lucente che si può percorrere solo valicando i monti tinti di blu, che sono i nostri limiti, e che nel dipinto, in lontananza, sono minuscoli rispetto all’immane grandezza gialleggiante. E tale sentiero sfumato e vividissimo sostituisce nell’opera uno dei simboli chiave dell’Oltrismo, la Sfera, allegoria del divino e della perfezione, che qui è vista in tutta la sua estensione, come un sole che esplodesse in manifestazione di giubilo e di grandezza per illuminare pienamente l’essere fuori luogo e fargli festa, assieme al resto della natura circostante. Il mare, poi, che qui riveste un duplice significato, è placido, calmo, come il deserto, luogo di meditazione, riflessione, riscoperta, ricerca, ove realmente e pienamente possiamo trovare noi stessi, nel silenzio placido delle onde piatte. Ma è anche simbolo del potere degli abissi, dello sterminato potere della Natura che qui non è assoluto e terribile come quando si è in burrasca, ma un potere armonico, di consonanza con sé e con il creato tutto, è come il filo d’argento che lega la nostra anima al corpo, rimando alle scarpette indossate da Dorothy, è la nostra pienezza, il nostro equilibrio e potere che, reso consapevole, ci dona l’infinito. E c’è anche un rimando al cuore che mancava al Boscaiolo di Latta, frastornante come il rock, forte, possente, che tutto scuote col suono rituale e atavico, ritmico, sferzante, della “musica forte”. Ed al Boscaiolo mancava proprio il cuore, il cuore che è donato, meglio, che scopre di avere, ai limiti del suo viaggio interiore, così come emerge ai bordi della scritta che campeggia sul dipinto “No Rock ‘N’ Roll?”, sei sicuro che il frastuono assordante non sia ancora dolce, lieve, cordico, che la musica tutto sommato anche se posta agli estremi, anche se è un metallico grido interiore, non celi in sé una soavità magica. Soavità che non è solo nel cantar lieto ma anche nell’urlo ribelle, nel rimbombo mai sordo, un grido che racchiude in sé la forza barbarica e la rende candida perché pura, finalizzata ad un idea o ad un ideale, ad un principio sovrumano e umanissimo, la rabbia amorosa, che preclude la violenza facendosi musica e divenendo musica non può che essere opera del divino. Ogni suono mai è maledetto, ogni canto giunge all’orecchio della divinità, dell’armonia, anche il più dissonante, perché la musica è una unica e plurima voce, sentimentale, armoniosa, disarmonica, arrabbiata, ritmica, martellante ma pur sempre  creazione sublime dell’uomo. Anche l’armonia è lamento, anche il martellamento ritmico atavico è adorazione, anche l’urlo frastornante è invocazione. La musica è divina ed al divino destinata perché plasmata dalla parte più nobile dell’uomo, dalla sua scintilla che lo avvicina a Dio, e dunque “No Rock ‘N’Roll?”, è ancora possibile fare poesia. L’interrogativo non può che avere una risposta affermativa, la musica è l’uomo sublimato, ed ogni suono è espressione dell’umanità e punto di contatto indelebile con l’assoluto. I giochi sono davvero finiti?

Ed il Rock e le sue derivazioni sono urlo, dunque, come il frastuono del Boscaiolo di Latta che crede non ci sia sentimento nell’assordare ma anche come il ruggito del Leone, che crede di non aver coraggio, ma ruggendo mostra di averlo, mostra di elevare un volere forte ed altisonante, un grido all’assoluto, e per ciò stesso è come il poeta che plasma e lancia una saetta al cielo, ha coraggio, e la sua azione è amore perché il coraggio è possedere un altissimo sentimento, avere cuore, dal latino cor habeo.

Quando lo spaventapasseri e gli altri giungono nella Città di Smeraldo, colore della tavola del Trismegisto, come l’alchemico viriditas, giungono al cospetto del Mago, che rappresenta il nostro archetipo, nel caso di specie allo spaventapasseri appare come una splendida dama, maestosa, come la sapienza, una Pallade tutta magnifica, il Mago plasma e dà ciò che lo spaventapasseri, come gli altri, avevano, rompe il velo di Maya, ma indirettamente, il viaggio infatti proseguirà con nuove avventure. Il Mago dà lo sprono, il coltello per tagliare il velo, il sasso per rompere le finestre, ma alla fine la consapevolezza la si può acquisire solo individualmente, divenendo da individui persone. E lo spaventapasseri sarà come il re Salomone, tanto saggio, da divenire lui l’erede del Mago, lui il sovrano del Regno di Smeraldo. Così quando il nostro archetipo, la nostra guida, l’amore che è saggezza, che è la guida e che è il sentiero, volerà via, su di una mongolfiera, noi non saremo soli con la nostra sapienza, perché resteranno frammenti del nostro cammino e delle nostre paure che vibreranno in aria, come la mongolfiera del Mago, donate dal mare, donate dalla nostra anima.

E lo spaventapasseri non è più fuori luogo, è nel luogo in cui è sempre stato, ma consapevole, è nella staticità fluida, il suo cammino interiore è terminato. Il cammino è terminato e perciò sta per cominciare, e l’interrogativo “No Rock ‘N’ Roll?” sarà non una domanda ma una esortazione, sarà come dire diamo inizio alle danze.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Universi Paralleli

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Misure: 300X242

Commento a cura di. Giovanni Di Rubba

 

La megatela dipinta dal maestro Sarossa, ideatore ed esponente della corrente artistico-culturale “Oltrismo” porta il titolo “Universi Paralleli”.

Essa è la rappresentazione geografica del pianeta in cui viviamo ma si presenta con una peculiarità del tutto originale: i continenti, o meglio gli Stati, sono miscelati, scomposti, un po’ come se Dio avesse giocato a dadi col mondo, avesse dissolto ogni limite, ogni confine, ogni inesorabile certezza mettendola in discussione. Una visione di inizio secolo dunque, che tanta discussione porta anche in tale seconda decade, pervade, il concetto di globalizzazione. Una globalizzazione non economica ma bensì artistica, culturale, geopolitica, di usi e costumi ridotti nella loro vaghezza ai minimi termini, al caos, al brodo primordiale, e poi sapientemente esaltati, riordinati. Ma in che modo? Con gli occhi dell’artista fruitore, solo chi abbatte sé ed i suoi pregiudizi può scorgere nel dipinto una pace ancestrale, un paradiso terrestre prebabelico, privo di incomprensione, una terra uniforme con popoli non uniformati, simili ma con un sapore di differenza abissale, differenza negli usi e nei costumi, nelle credenze, nei riti, nelle abitudini quotidiane. Differenze che ci rendono vicini nella interscambiabilità, nel posizionare le Ande altrove, le piramidi in un capo inverso, la bell’Italia in bilico e sdoppiata, la Germania in perenne difficoltà, orientata male, quasi spersa.

C’è un’incredibile affinità con l’eros nella confusione spaziale, da Henry Miller ai suoi tropici, Cancro, Capricorno, in cui il surrealismo è frammentazione dell’essere, o sarebbe più corretto dire dell’Es, e trova sua forma e consistenza solo nella spinta erotica, del tutto opposta a quella violenta e statica, da Gustave Coubert e la sua “Origine du Monde”, in cui si percepisce il femmineo come generatore e ricreatore, come l’energia, la forza, capace di plasmare il reale e dargli sempre nuova forma, adattandolo al concreto ma con una visione avanguardista: quando l’artista, infatti, pone in essere un’opera nel modo  lo fa allo stesso modo con cui la donna crea la vita dà il senso a quella vita, fa sì che la stessa abbia un codice genetico tutto particolare, che le consenta di vivere da subito, magari in maniera incerta, ma fa sì che il futuro sia vissuto in maniera piena e compiuta. E’ questo il senso della frammentazione, sembrare inadeguati e confusi ora perché il vero senso lo avremo un giorno, e sarà la nostra inadeguatezza, quella che gli evoluzionisti chiamano “mutazione sfavorevole”, a divenire un giorno dominante.

Gli Universi Paralleli è una rappresentazione spaziale avanguardista che ci spiazza e ci induce a riflettere. Noi esseri umani, che ci crediamo dei, padroni del mondo, che sappiamo sempre in che posto stiamo, che usiamo apparecchiature satellitari estremamente complesse ma di uso comune, navigatori, noi che non chiediamo più informazione ai passanti affinché ci insegnino la strada ma la consultiamo nel chiuso delle nostre automobili con aria condizionata e con precisione tecnica, matematica. Noi che sappiamo il luogo in cui siamo non conosciamo il nostro posto nel mondo, nell’universo.

“Pale Blue Dot” di Carl Sagan è stata universalmente riconosciuta come l’immagine fotografica più bella del secolo scorso. Un’immagine in cui la terra, l’oasi blu, la “nostra” terra, altro non era che un minuscolo puntino a sei miliardi di chilometri di distanza. Un punto insignificante tra un universo in continua espansione di dimensioni enormi, quasi inconcepibili all’uomo. Un universo  la cui goffa crescita inghiotte inesorabilmente il nulla, l’eterno nulla, il non luogo, il topos distopico in cui nulla è, in cui non siamo, ed inghiottendolo lo pervade di materia e d’energia. E noi, che posto abbiamo? Siamo un granello infinitesimale, siamo un pulviscolo di materia in mezzo all’immenso, siamo il granello di sabbia nel chilometrico deserto amorfo. Noi esseri più intelligenti, che siamo stati condottieri, predoni, santi, inventori, artisti, magniloquenti oratori, guerrieri e guerriglieri, nemici e amici, occidente ed oriente, rivoluzionari e rivoltosi, portatori di pace e portatori di discordia, macellai di popoli e benefattori dell’umanità, che siamo stati Napoleone, Cesare, Hitler, Einstein, Socrate, Mozart, siamo l’infinitesimo del granello in cui abitiamo, la rosa più parva dell’ultimo giardino del più piccolo dominio di dio. Noi che ci siamo sempre creduti dei, domini, padroni incontrastati, saggi, siamo in realtà demoni, siamo gli unici esseri che distruggono i luoghi in cui vivono, gli unici esseri che hanno il potere di soggiogare l’ambiente, dominarlo, inquinarlo. Siamo i divini superbi maledetti. Non combattiamo né mangiamo per vivere ma per ingordigia, non spariamo ad un bufalo per nutrirci ma a cento e cento capi di bestiame per divertimento, per eccesso, senza necessità.  Forse, come diceva Sagan, siamo gli esseri più intelligenti dell’universo, ma visti dall’alto siamo dei condannati ad una prigionia, la prigionia dell’oblio, dell’indifferenza, dell’inutilità cosmica.

Questo il senso più profondo della tela, solo un caos armonico può salvarci, solo un ordine nuovo, un mondo nuovo, senza confini, dipinto come lo dipingerebbe un bambino, con la stessa innocenza e la stessa saggezza, la saggezza di chi sa che soli siamo niente, sia come popoli che come uomini e l’innocenza di chi ama l’altro perché sa che chi ci è vicino o chi ci sembra lontano non è un nemico, ma un amico cui possiamo insegnare tanto e, ponendoci nella prospettiva, difficile per l’uomo, dell’ascolto, imparare cento volte di più.

E tale atteggiamento ci aprirà a nuovi confini, a nuovi modi di intendere l’altro, quello che definiamo il diverso. Nella prospettiva trasmutata del mondo, nella sua concezione remiscelata, nell’avvicinare terre lontane, il  fruitore ha un sobbalzo di spirito. Ammirando l’immagine di Sagan ci si sente spersi e piccoli ma soprattutto vicini, concentrati, come se non esistessero differenze o se pure esistessero sarebbero così innocue, impercettibili, viste dall’alto di un satellite. Noi esseri umani in tale prospettiva ci rendiamo in un istante conto della eterna fratellanza, di quel misero pulviscolo di materia chiamata terra, che brilla ma di luce riflessa, la luce della nostra stella, il sole, la luce della nostra anima. Noi fratelli. E di sangue. Della linfa che scorre dopotutto uguale nelle nostre vene. Allo stesso modo non si può non scorgere, osservando “Universi Paralleli”, quanto alla fine siamo uniti, quanto stupidi siano i limiti ed i confini che ci poniamo, quanto assurde le guerre  che combattiamo, quanto fallace e stereotipato il concetto di lontananza. Noi siamo terrestri, figli della terra, di una terra che solo un occhio distratto, superficiale, stolto e limitato può vedere limitata da confini. L’unica, vera e reale idea che si può avere della terra è quella rappresentata da Sarossa nella tela, la terra dell’unione, della fratellanza, dell’amore, la terra dove non esiste un muro, un recinto che ci renda chiusi in noi stessi, una terra libera, aperta, una terra dove lo spirito umano può davvero rompere i vetri della finestra che lo intrappola, che lo rende spettatore del mondo, vivendo non solo per sé ma con l’altro, realizzando il vero significato dell’Oltrismo, l’andare oltre le convenzioni, i pregiudizi, le paure e finalmente abbracciare il “fratello terrestre”.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Carpe Diem

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Il maestro Sarossa, esponente e fondatore dell'”Oltrismo“, corrente artistico – culturale che si propone di andare oltre l’apparenza del pensiero umano, al di là dei suoi percorsi logici, ritenuti scientisticamente e moralmente universali e per ciò stesso destinati ad essere posti in discussione continuamente, data la fallacità di un ordine umano e naturale comprensibile con il solo utilizzo della ragione, tralasciando l’impatto emotivo e in particolar modo l’irrazionalità. Irrazionalità che è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, intesi come animati, vivi, perché possessori d’anima. L’animo umano è tale perché capace di ragionare, tramite il sentire, in maniera imprevedibile e quindi irrazionale ed è questo che, con ogni probabilità, lo ha reso il vivente più evoluto, essente pluridimensionale più che logico, spirituale più che materiale, in quanto capace di essere alieno, altro, dagli istinti, dagli  impulsi primordiali, cioè violenza ed eros, e porre in essere atteggiamenti che, nel paradosso della loro irrazionalità, sono capaci di piegare e modificare il destino, inteso etimologicamente come ciò che è immutabile, la legge che regola tutti ed è universale, tutti tranne l’uomo che può scegliere, col libero arbitrio, di tradire il destino, dal latino tradere, cioè condurre fuori, travasare, farlo proprio perché ha la possibilità, come si fa con una pianta, di trovarne la collocazione migliore e a sé più confacente.

Ed è questo concetto di al di là dell’essere categorico il centro dell’opera di Sarossa immortalata sulla valigia prodotta Carpisa. Il viaggio, lo spostarsi, il non essere sedentari ma nomadi, rende possibile ingannare la staticità del destino e vivere a pieno il tempo, facendolo proprio. L’immagine è luminosa, sovrasta la solarità della luce, del sole, il generatore dell’energia di cui si nutrono i viventi e l’uomo. La luce solare che ristora, rigenera, dà forza, così come dopo una vacanza ci sentiamo uomini nuovi, rinvigoriti in animo, spirito e corpo. Più forti, più illuminati, più intelligenti, più vitali. Luce che promana dal sole, dalla realtà che noi scopriamo visitando luoghi, spostandoci dalla nostra dimora, e che da piccole gocce diventa un oceano, un oceano che appena appena riesce a contenere la coppa, coppa plasmata dalla stessa luce e resa corpo definito, sua sostanza ed ad un tempo suo contenitore. Un contenitore finito, che seleziona l’immensità delle nuove esperienze, ma che ci lascia intuire traboccante tutto l’infinito di esse che noi non comprendiamo, al momento, e che saranno lo sprono per spingerci ad altri viaggi, a plasmare altre coppe, a renderci immortali, eternamente giovani, come bambini che si stupiscono dinanzi alle meraviglie del mondo. I viaggiatori sono esploratori di sempre nuove e più entusiasmanti realtà, conoscitori profondi del loro essere, della loro luce, proprio perché sanno scorgerla in ogni nuovo che imparano dal mondo.

In basso, in rosso, quasi come fosse un marchio indelebile, c’è impresso il “carpe diem” Oraziano, il quam minimum credula postero, il credi nel domani il meno possibile, lo spirito che ha ogni viaggiatore, il desiderio di vivere quell’attimo o  quegli attimi come se fossero gli unici essenziali, gli unici importanti, unici perché ci inducono ad una evoluzione, noi siamo diversi, mutati, siamo noi ma non siamo ciò che eravamo. siamo oltreuomini, ogni giorno. Siamo fluenti, fluenti come il tempo, mai statico ma parallelamente inganniamo quel tempo e sfuggiamo alla caducità del mutare del nostro corpo sotto l’imperio delle ore, dei giorni, degli anni. Giovani viaggiatori inganniamo il tempo perché viaggiamo, rompiamo la barriera spaziale e indissolubile con essa il tempo immaginario che la accompagna. Siamo d’improvviso un eterno e al tempo stesso un presente, siamo l’assoluto perché viaggiando coincidono in noi questi due opposti. Siamo come il fiume eracliteo, mai gli stessi e mai mortali.

In alto campeggia un quadro blu e delle montagne vaghe, simboleggianti il nostro limite, il nostro limite però fugace, dissolto dalla luce, che non scompare ma nemmeno ostacola il flusso luminoso. E’ quel limite la nostra identità, che come montagne, se fisse, se vissute come giogo, come confine irraggiungibile ed invalicabile, ci inchiodano a noi stessi, non ci fanno crescere, ci rendono egoisti, chiusi, gretti. Ma se mossi dal pensiero lucente, dal dinamismo del nostro vagare irrequieti per il mondo, sono il filtro che non ci abbaglia, l’essenza che comprende intuendo l’infinito.

Non bisogna distruggere le montagne, non dobbiamo rinnegare i nostri limiti, ma renderli malleabili, come utensili, far sì che fluttuino come eterne memorie. D’altronde la luce generata dal sole pur sempre proviene dal piano spaziale della volta celeste, blu, limite ultimo dell’infinito e al tempo stesso suo superbo fattore.

Da notare anche un particolare stilistico di non poco momento che ci aiuta senz’altro nella comprensione del simbolismo dell’opera. Il dipinto è realizzato in sezione aurea, delineata proprio dal solco umano, dal punto in cui noi non possiamo andare oltre, dal nostro limite: le montagne. Esse fanno da spartiacque tra la parte superiore (minore) che rappresenta le sfere celesti iperuranee, l’empireo ideale. Questo si presenta statico, ma solo perché immutevole ed incomprensibile all’uomo. Tuttavia il limite, le montagne appunto, come abbiamo accennato sono vaghe, fluttuanti. Se fossero al loro posto valicherebbero un confine inaccessibile tra la parte bassa, il nostro mondo, e la parte alta, il mondo eterno. In tal modo l’uomo sarebbe vittima di sé stesso e non capirebbe il divino. Tuttavia la vaghezza consente la mobilità del confine e la luce riesce a filtrare e noi, seppure non comprendiamo, tramite la percezione e l’emozione, tramite gli stati emotivi estremi, ci possiamo nutrire della luce divina, possiamo berne alla fonte traboccante, possiamo intuirne l’infinito e, in tale intuizione, cercare nuove strade, intraprendere nuovi viaggi per conoscere, alla fine, più in profondità l’eterno che è in noi specchio della realtà altra.

In cima, quasi come fosse l’involucro dei chiodi del dipinto, ciò che tutto sostiene, fa bella mostra di sé un “V”, la V di viaggio senz’altro, ma anche la V di Vero (vero inteso come oltre, al di là del reale apparente) e di Vittoria, la vittoria dell’uomo sul destino, la capacità dell’uomo di ingannarlo intraprendendo un viaggio, varcando gli approdi sicuri, naufragando tra flutti di luce ed estasiandosi della ricchezza interiore conquistata.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

L’Isola dei Giganti

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: acrilico su legno multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Lo sguardo ritto verso il “Isola dei Giganti”, ultimo lavoro del maestro Sarossa, cade spietato sui due teschi, l’uno ritto a metà sulla destra, l’altro di sbieco. Immagine inquietante, tanto più che gli stessi sono tinti di immagini di bimbi e di barchette. Un brivido sordo, un’immagine hitchcockiana, una vaga rimembranza  dell’”IT” di Stephen King, ove l’orma del male inghiottiva anime innocenti. E c’è la barca, ci sono le barchette, ci si perde, sembra perdersi, si ha paura, orrore. Noi stessi ci sentiamo e siamo, esseri umani porelli, quei bambini inghiottiti da un vortice di paura.

Ma lo sguardo ritto è ciò che vediamo, non ciò che è. La paura, la nostra, è ciò che sentiamo, non ciò che è. Tremoleggia l’alma alla vista del reale. E che fare?

Noi fruitori del dipinto siamo emblema di noi stessi spersi tra i sentieri della vita. Noi non siamo coloro che decidono le cose, ma siamo coloro i quali scelgono. E quale scelta dunque? quale sarà il nostro atteggiamento nei confronti del dipinto? quale dunque quello nei confronti della vita?

Scegliamo, noi possiamo scegliere, l’Altissimo ci ha donato l’arbitrio. La nostra vita è il dipinto.

Che fare?

Inorridirsi spauriti, inghiottiti dai teschi delle nostre fobie, perduti come i bambini sigillati con i loro giochi nell’immago della morte?

No, non possiamo, non dobbiamo fermarci lì. La vita non è lo sguardo ritto e semplice, la vita non è l’ammirare una sconfitta, la vita non è perdersi nelle proprie paure e non agire.

La vita è guardare oltre, come insegna l’oltrismo, oltre il velo della superficiale vacuità per raggiungere noi stessi nella autentica nostra entità apparente e dunque vera al di là e nonostante il reale, che con tale apparenza, noi profughi del divenire, possiamo plasmare, modellare il creato con la scelta, la verità può modificare la realtà.

E allora fruitori dell’opra, guardate all’opra e non ritti, guardatela, guardatela in tondo e capite. Vivere è ricercare per essere in contatto con Dio, ogni momento. E la ricerca non è la banalità casuale esistenziale in cui ci sentiamo immersi, ove tutto è eguale, ove domina il fato e noi inerti inorridiamo, aggredendo o fuggendo.

Ciò che è sotto il nostro naso non può esser visto dallo sguardo ritto.

Guardiamo l’opera intera e capiamo, se vogliamo. Oppure fermatevi qui, con sguardo ritto, vinti dalle vostre paure.

L’opera è altro, il significato diverso, la scelta delle scelte oltrista.

I teschi sono il centro del dipinto, ciò che risalta, ma ciò che risalta non è mai ciò che è prezioso.

Iniziamo da ciò che meno si nota, ciò che, dicevo, è sotto al nostro naso.

Gli strumenti del mestiere, quasi non si notano ma sono lì, sotto gli occhi. E noi siamo padroni degli utensili dotati di talenti, e coi nostri talenti possiamo modificare il reale a servizio del bene e del vero, fruttando e accrescendo il nostro essere, nobilitandoci e scoprendoci. Cambiamo il mondo con ciò che ci è donato, con ciò che è dentro di noi che plasma ciò che è fuori di noi.

Non si nota poi cosa? In alto a destra una nuvola scomposta è un ritratto di Sarossa, l’artista che ha plasmato il dipinto. E’ il suo unico autoritratto inserito in un’opera (altro rimando all’inquietudine hitchcockiana?!?). E come l’artista crea un’opra lasciandone un marchio impercettibile, così nella nostra vita l’essenza divina lascia un marchio che non notiamo, ma che è lì, una firma tacita che ci ricorda che non siamo soli. Ed è un’immago nascosta più forte ancora del “SAROSSA” scritto colorato e a grandi lettere, perché è una essenza della vita in cui il creatore dell’universo ci dice non solo che esiste ed è il padrone ma che si è incarnato ed ha assunto la nostra stessa sostanza corporale restando divino e rimanendo con noi sempre, non come entità invisibile ed astratta ma come immagine nascosta in noi, nella nostra vita.

E il mare, il mare non è un abisso, ma un lido quieto, ove noi, rappresentati dai fanciulli e spersi dinanzi alla vita come essi, non naufraghiamo, ma se sappiamo guardare la vita nella sua pienezza attraversiamo la Scilla e Cariddi delle nostre paure senza alcun timore. Le avversità non saranno insormontabili, perché la vita ci offre talenti, strumenti, basse maree, segni divini presenti e nascosti che non possono far trionfare il male. Noi siamo spaventati dal male e spesso lo facciamo vincere. Ma il male ha orrore di noi, perché abbiamo di lui più strumenti e ne siamo più forti. Il male è uno spaventapasseri che il nostro dolce canto può e sa distruggere.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Gravità Zero

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 122X102

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La fuga dalla mondanità verso le tenebre gaudiose e lucenti dell’irrazionalità cosmica, che nella casualità caotica trova il suo senso primo e perfettissimo, comprensibile dall’anima per il tramite dello spirito prima che giunga all’intelletto,  è un ritrovare se stessi. Non ci si sperde ove l’occhio sensibile vigila e si rinnega ogni sprazzo di senso imposto, realismo forzato, positivismo sdottrinato ed empirico, per immergersi nell’immaginazione che plasma il passato ed attraverso il ricordo, sempre personalissimo ed attuale, invade e modifica ciò che ci sembrava accaduto ma che mai accadde se non per nostra concezione implosiva subitanea.

Tuffarsi non è fuggire, è imprimersi in sé, è comprendere sé, nel suo senso iperreale ed  oltreumano a un tempo, vero, profondo. E la profondità dà la vita, eterna acqua di sorgente da cui noi proveniamo, dà la vita al senso stesso di tempo, al nostro wormhole interiore che ci rende padroni dell’universo stretti nell’abbraccio comunitario collettivo, scevro da individualismi bigotti perché egoisti, scurati dall’ipocrisia. E tale profondità apre alla contemplazione somma della bellezza di sé, dunque della natura.

Tuffarsi dunque, gesto per eccellenza solingo, come la scalata, l’ascesa mistica, come l’atto dell’atleta, non è solitario agire, ma proprissimo acquisire consapevolezza della personale realtà statica da sempre, in apparente mutamento, ma scoperta increata a tratti dall’atto creatore stesso. Trasfigurazione dell’Es, trasmigrazione del proprio Ego, transustanziazione della propria immagine, trasvalutazione del proprio credo. E ci si incontra, ci si incontra assieme. L’umanità tutta. Il folle volo è un atto subitaneo, rappresentato nel dipinto nel momento attivo, ma pochi attimi prima dell’immersione. Ma esso è il seguito del lento lavorio interiore che può farci amare gli altri solo odiando in loro la parte terribile che scorgiamo che è la nostra, ciò che ripudiamo nell’altro è ciò che ci spaventa di noi. E solo stando da soli, purificati, felini catartizzati, ove la scaltrezza diviene giudizio e la furbizia astuzia, la brama di potere intelletto, solo allora, dicevo, possiamo e siamo pronti ad accogliere gli altri, ad amare il diverso in quanto, per definizione, nostra parte, nostro strettissimo punto di riconoscimento.

Non sappiamo il gradivo rappresentato nell’opera cosa lascia alle spalle, l’unico punto di appartenenza con il passato sono le sue forme ed il suo corpo. Ma chiarissimo scorgiamo cosa ha d’avanti. In basso il catartico purgatorio, il Lete che fa cadere le sue paure, divenuto, attraverso la coscienza, limpidissimo, mare calmo ma non tiepido, chiarissimo e lucente. In lontananza i monti, i suoi ostacoli, dipinti egregiamente, sono lontani e volando sembrano miserrimi, sembrano ciò che sono al tuffatore consapevole. E la prospettiva designa egregiamente che il varco, il passaggio, il buco nero che porta allo splendore lucente e vivido, non si cura delle vette, rappresentato prospetticamente non solo al di sopra di esse in altezza e quindi in magnificenza ed ordine gerarchico, ma soprattutto prima, antecedenti postume in lunghezza. Il tuffatore consapevole non dovrà né avrà bisogno di varcarli o fronteggiarli perché, nella sua consapevolezza acquisita, che gli concede il volo, la sua condizione conquistata, quella di essere a gravità zero, nulla è più limite, ed il limite stesso si è tramutato in sembiante di se stesso, impotente e vana ogni sua pretesa sull’uomo nuovo che spicca il volo libero.

 

dottor Giovanni  Di Rubba

 

 

 

 

 

 

La Torre dell’Equilibrista

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: olio su pannello multistrato

Dimensioni: 102X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La Torre della Pelosa a Stintino, in territorio sardo, è stato uno dei massimi forti per tutta l’epoca medioevale e moderna. Sita strategicamente nello stretto dell’Asinara, si erge a guardia del territorio. Nella rappresentazione del Maestro Sarossa, essa si innalza non possente ma sicura, stabile, porto ove ristorare l’anima in piena quiete. Punto d’approdo in cui ci si può rifugiare. Essa è sferzata spesso da venti e mari turbinosi, emblema dell’inquietudine e del travaglio umano, sede della coscienza e dei suoi abissi, della prodigiosa ma instabile follia dell’essere umano che, attraverso la sofferenza psichica e il  risvolto sensibile di sé, scopre un altrove dell’io. I flutti avversi, principio della creazione artistica, scuotono l’interiorità dell’essere umano, accendono e vivificano i propri conflitti interiori. Naufraghi spesso ci sentiamo spersi in questa catasta di sensazioni e di sapere, lo spirito che ricerca la somma bellezza sente su di sé tutto il peso del viaggio dell’anima, inquieto vigila. Ed è in questa dimensione che improvvisa svetta una torre, posta nella dimensione spaziale perfetta, solco timido ma inamovibile del dipinto. Monti tenui sono posti ai suoi piedi, i limiti imposti dalla collettività o dal se stesso interiore sono facili da oltrepassare, quasi minori. Ai lati della torre e sopra d’essa un caotico agglomerato di nubi. L’etereo e l’impercettibile tormentano più ancora del reale, più dei monti pragmatici. Il caos primordiale e primigenio, interiore, annebbia la vista, ci impedisce di capire cosa ci accade intorno. Ma alla destra del forte c’è un equilibrista, in bilico tra le nubi stesse, che le domina, attraversa il periglio confuso, sicuro perché dipinto con un bianco più chiaro e deciso delle altre, una nube fa da sentiero stabile. Non è un filo sottile, ma un percorso che pone ordine al confuso arzigogolo nubiloso. L’equilibrista plasma una via, non fugge dal caos del proprio io e della natura, ma lo comprende, lo addomestica, lo fa proprio. E, tranquillo tra i pericoli, certo che il caos non potrà arrecargli nocumento perché lui ne ha intuito la natura, tramite la conoscenza, si dirige verso la sommità della torre. Tal sentiero fermo, tale nube più bianca, è una scia nata tra i flutti della tormenta, è la vita per come la intendiamo, è la vita la nostra, personalissima, un’onda che lambisce le altre, che l’equilibrista, essere senziente e vivo, plasma, modifica, ma che già è allo stesso tempo tracciata. Tuttavia ciò non implica un destino fisso ed immutabile, seppur tracciata e personalissima è e resta flutto, resta movimento, resta in sé dinamico. Nasce dal mare e con un percorso in bilico giunge alla vetta della torre sicura. Ma non è un semplice e timido approdo, l’onda emblema della vita tutto vuole e tutto ottiene, tutto invade, spruzza inarrestabile e sormonta la torre stessa, la invade come il maroso abbraccia sicuro lo scoglio. La nube bianchissima, candida, la nostra vita è generata dal mare, dal caos ed al mare tornerà ma, come la goccia inonda il cielo e genera tempesta, così la vita di ciascuno di noi, perché nostra, è una goccia che lascia sgomento il mare. Il mare non resta indifferente a quella goccia, il mare resta per sempre segnato da questa vita, che a noi può sembrare una delle tante ma che ha un’identità travolgente ed unica. Ogni goccia custodisce un messaggio sensazionale, di immane portata, che non può e non deve essere taciuto. Questa vita, quest’onda particolarissima, questa nube tra le nubi più bianca si impone proprio nel suo essere bianca tra l’oscurità e il colore, all’apparenza neutro, esalta sé e la natura che lo circonda e con essa l’intero universo. L’equilibrio, dunque, non è altro che una perenne vibrazione tra follia e razionalità, non è escludere o distruggere tale vibrazione, ma capirla o intravederla e dominarla facendola propria. L’opera non rinnega l’oscillazione a favore di una certezza ma fa capire che l’unica certezza è l’oscillazione stessa e il modo unico per vivere autenticamente è farla propria. Sormonta la torre un occhio gigante, che tutto vede e tutto sa, emblema di un soprannaturale, di un essere onnisciente. L’equilibrista non pensa di raggiungerlo, ma la sua meta è la sommità della torre. Comprende i propri limiti e l’occhio onniveggente, potente tra i potenti, dall’alto, sembra quasi ammirare quest’uomo, che non aspira all’impossibile al potere, a sconfiggere il caos a favore dell’ordine, atteggiamento che non sarebbe di chi vuole capire sé stesso e la realtà ma di chi vuole imporre il proprio sé e le proprie categorie personali alla realtà. L’equilibrista ha capito che vivere significa essere in bilico sul caos, accettarlo. La vita è una continua vibrazione, una dialettica tra gli opposti e dal dipinto emerge questa verità, certa nella propria imperfezione. Non è con la mente che si comprende l’universo ma con la percezione della sua anima, in perenne movimento, in continua ondulazione. Lo spirito aleggia sulle acque, e la vita, la natura, l’uomo e finanche il cielo altro non sono che superfici fluide, su cui non si può incedere, camminare, ma volteggiare tenui.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

 

L’Infanzia e la Coscienza

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

La macchia come d’inchiostro ai margini del deserto riflessivo, sul pendio di sabbia scossa dal vento, maroso dialettico tenue. Ai bordi, in basso a destra, sullo strapiombo dell’esistenza erto sicuro c’è un padre col braccio sinistro teso verso l’alto, a fianco un bambino, il figlio, appoggiato e quasi aggrappato alla sua destra, un’immagine che separata – si intravedono le gambe dei due- dal basso man mano che sale si unifica, divenendo unica forma. Braccia tesa ad indicare al pargolo la sfera perfetta, il trivio ed il quadrivio in sintesi, sostanza e manifestazione, l’unica verità silente dell’intera vita di un uomo, dalla nascita alla rinascita, la figura femminile che protegge sicura e a cui ogni uomo ambisce nella ricerca, la luna che dà sapienza perché di sapienza è colma.  La luna, sfera leziosa e pallida, influenza la nostra anima, il nostro carattere, il corso della nostra esistenza ed è posta lì dov’è discreta ed umile. Non si pone al centro dell’universo né al centro del dipinto perché è il cardine, il sostegno, la chiave di volta, il vero centro come del dipinto così dell’universo. Si pone lì, punto femmineo sapienziale genealogico del tutto, si pone lì plasmando il resto, si pone lì ed è discreto l’inizio di tutto. Si pone lì, in sezione aurea, e dà forma. Tracciando in perpendicolo due parallele che passano per detto centro il dipinto è scisso in sezione perfetta, a sinistra come a destra, sotto come sopra, ed a sinistra, doppio della destra è l’esistenza umana vissuta sin d’ora, a sinistra la metà di essa che è da vivere. Così, in basso vi è la nostra vita terrena, di passioni, sfumature, delusioni e gioie, in alto, sua metà ancora, c’è la nostra vita celeste. E non parliamo di tempo, ma di sapienza, di preziosità, di ciò che ci resta da vedere e da scoprire nella vita, che la verità e dunque la felicità della vita stessa è nella metà di essa, nascosta dietro le piccole cose, che la vera gioia è celata in un punto che è la metà perfetta di un istante pieno. Ed è un sorriso, come quello di una donna, che dà la vita e che è vita. Un sorriso che ha la sua pienezza nel suo discreto nascondimento, nel suo umile essere tutto ciò per cui si vive. Tutto ciò che illumina. Perché dal dipinto del Maestro Sarossa si svela ciò che è agli occhi spesso muto, che la luce vera che illumina dona la luce e dona la vita ma non la riserba per sé. Come insegna l’Oltrismo ciò che è non è ciò che sembra ma ciò che appare, la luna dona la sua luce, è il sacrificio massimo e la massima sapienza, è il volto femmineo dell’universo, la luna resta pallida e dà luce all’intero universo, alla terra, al dipinto. Selene ed Artemide non si crogiolano di sé come Elio ed Apollo, non sono gloria di sé, della propria luce, non sono portatrici di luce ma donatrici della luce e restano umilmente in disparte, umilmente pallide, ma luminosissime nel loro femmineo sorriso. E si intuisce la verità. Grammatica è il sostegno, è l’eccezione che insidia la norma e non la conferma, ma lentamente la erode e la purifica ribelle; retorica è l’estetica, la bellezza manifesta della donna che è la terra ed è per i figli della terra dolce consiglio e dolce ristoro, vera sapienza perché non celebrale ma cordica, respiro e refrigerio della mente guidata dai palpiti del cuore; dialettica è l’incontro perfettissimo degli opposti imperfetti, che si sintetizzano un unico spirito grandioso che è l’amore e che genera la grazia dell’insieme. E l’aritmetica, che è il codice dell’universo e che risplende dei suoi paradossi, la lingua consonantica, impronunciabile che sa che tra un intervallo ed un altro c’è l’infinito che non è dipingibile né descrivibile né decifrabile; e la geometria la forma, che non è pura astrazione ma pragmaticità assoluta, che ci mostra che nella natura il triangolo ed il rombo non sono linee diritte e perfette, ma sfasate, sfumate e perciò degne di essere ammirate e vissute; e l’astronomia che non è calcolo degli astri ma ascolto del sussurro delle stelle, in silenzio; e la musica, l’arte somma, l’ultimo gradino, il principio e la fine, il verbo, il suono, l’acca muta palesata, la vocale che dà dignità alle cose. Questo indica il padre al figlio, questo il segreto della vita che gli svela, di essere “kart”, ossia un uomo libero che esercita le arti liberali non per decifrare, comprendere l’assoluto, non per dominare, non per crogiolarsi della propria sapienza ma per vivere, per amare in silenzio il sorriso di una donna, ossia il respiro dell’universo.

 

dottor Giovanni Di Rubba