Il Pensiero Nasce dal Caos

il pensiero nasce dal caos        titolo

                                                                                                                  particolare

Autore: Linda Granito

Materiale e tecnica: acrilico su tela

Dimensioni: 30 X 40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Linda Granito ”Il Pensiero Nasce dal Caos” esplora la dimensione eterea dell’esistente senza tuttavia accedervi, stazionando nel punto mediano della percezione.

La pittrice si situa in un dormiveglia cosmico oltrista che è una implosione di colori i quali, ritorcendosi su sé, appaiono al fruitore promanare dall’alto. Dividendo, infatti, il dipinto in sezione aurea emerge una parte maggiore, bassa, che è promanazione della minore, alta. Nella alta sfera del dipinto avviene una metamorfosi dell’alma che si irradia nella dimensione maggiore sottostante. Tuttavia il rapporto non è tra sfera terrestre e sfera celeste ma l’intero dinamismo dell’opra si realizza in una solo punto cosmico adimensionale che viene catturato nella sua fluidità.

Partendo dalla metamorfosi dell’anima, che avviene nella parte alta, comprendiamo l’intera essenza fumosa, sfuggente, ectoplasmica, del dipinto. Tutto è come percepito in bilico, l’essenza corporale manca e l’artista si sofferma solo su anima-parte alta e minore-e sua promanazione-parte bassa e maggiore. Notiamo l’ombra di una pantera, un fumo nerastro da cui svetta una siderea lucina, un’iride chiara che denota l’essenza ferina dell’alma  al suo primo stadio evolutivo. Quella luce che è caratterizzazione dell’anima al primo stadio è al tempo stesso il punto di partenza per la sua evoluzione, iniziando già ad irradiarle i contorni. Il nero, scendendo nella parte bassa, ossia nella promanazione dell’anima e quindi nello spirito avvia una sfumatura di verde appena percettibile cadendo poi in un vorticoso imbuto/formichiere oscuro da cui si accende improvvisa la luce che trasforma il restante in smeraldino aureo, il colore dell’inizio, della natura animalesca, che si apre verso nuovi sentieri. Proseguendo nella parte alta avviene quivi la prima metamorfosi, la pantera diviene uomo, fumoso e grigiastro con ancora sul capo la natura animalesca e oscura che coesiste con quella annebbiata. Tra la nebbia si scorge un tenue languore violaceo, che, nella parte promanante, spirituale, proromperà inarrestabile come fiume su cui svolazza un’orma di volatile palustre,  di un viola più scuro, tendente al nero, da cui sembra  sorgere tale corso violaceo. Viola, colore del connubio, della spiritualità, sintesi si materia e spirito, dell’oscuro e del rubino, rappresentato dal volatile, viola che discende fluente e lieto come a mostrare anche l’altro aspetto della evoluzione, la temperanza e la astinenza, intesa come momento essenziale, mediano, della propria metamorfosi interiore. E il viola sfocia nello smeraldino e poi nell’aureo, inondando anche la promanazione dello stadio precedente, come a mostrare che l’evoluzione è un divenire statico, una sembianza di divenire, una maretta, un pullulare ai nostri sensi, ma una unica sostanza nel suo insieme, senza un prima né un dopo, hic et nunc.  Ed interessante è notare, al centro di tale violaceo corso, uno squarcio che sembra un caverna, un umano rifugio, quasi una cittadina, un paesino montano visto da lungi. Ciò a simboleggiare il nostro vivere, il nostro contenitore, il vero assente in questo dipinto: il corpo. Il corpo che è rappresentato come una cittadina operosa, una fucina, un uovo cosmico, l’athanor che è il tempio della nostra trasformazione e gli utensili stessi di essa.  Infine, paradossalmente più vivido e chiaro, l’ultimo stadio trasformativo, quello che dovrebbe essere più sfuggevole ma è qui più vivido, quasi tastabile, facilmente visibile, essendo in un dormiveglia cosmico.  L’angelo chinato ed orante con le ali che svettano all’indietro, di un verde pallido e agalmatico, è una effige, ciò che c’è di più pragmatico nell’opera, come icona, statua. Al di sotto di esso, in promanazione spirituale, il manto viola, poi il chiarore fino ad un argenteo fiume, statico perché eterno, dal color di roccia. E qui salendo sopra dell’angelo vediamo che si propaga il verde nella parte ancora più alta del dipinto, quella al di là dell’uomo stesso, quella celeste, andando a ritroso a partire dall’angelo si arriva ad un rossiccio sfumato, l’amore come pulsione verso il nostro perfezionarci, che è l’inizio. Subito dopo l’angelo, ed al di sopra di esso, un’immagine come di croce, color roccia. Immutabile, eterna, come l’amore divino che dona sé e che punto finale nella misericordia è un nuovo nascere che è la nostra origine e pulsione a perfezionarci, in maniera ciclica, per ogni uomo, per ogni donna.

Il maestro Granito, nel suo dormiveglia cosmico, intravede l’akashico, scorgendone l’essenza e superando l’arcaica visione vicina alla metempsicosi, come già aveva intuito Nietzsche con le sue tre metamorfosi dello spirito-cammello, leone, bambino-. È interessante notare, infatti, come nella parte bassa del dipinto, quella di spirito, la promanante, la patera irradi il tutto, che viene assorbito, l’essere umano irradi il violaceo, che è agguerrita temperanza, connubio spirituale, vita corporale, sofferenza e lotta e lavoro, fucina; l’angelo una roccia perenne, che è la nostra sorgente, il nostro risvegliarsi bambini.  Così la pittrice scopre o riscopre che tutto parte da dove comincia e che l’angelo è il nostro ultimo stadio ma il tutto si dischiude in questa vita terrestre, che è la nostra unica, e che ci conduce ad un’altra eterna, come la roccia promanante in spirito e da cui tutto promana che è il Cristo.

dottor Giovanni Di Rubba

Ho Sognato il Mio Cuore

cuore

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Nel mio quadro, i simboli  descritti, sono la sfera, che racchiude segreti personali, il rubinetto che dispensa le gioie e i dolori che questa vita ci dà. La donna simbolo dell’amore che ognuno di noi ha conosciuto e che porta ancora gelosamente custodito”.

Con queste parole esordisce il maestro Giuseppe Pollio nel descrivere la sua opera.

Essa rappresenta una visione onirica avuta dall’artista, una visione che imprime in sé particolari che esulano da una visione eterea ed impalpabile, una visione materialissima, concreta, contornata dalle immagini fantasiose ed elaborate ma che sono, sebbene irreali, fortemente protese ad una visione positivista e macchinistica. Il dipinto ha delle intense velature da scienza esatta. Il cuore, che fa bella mostra di sé al centro dell’opra,  è rappresentato con una precisione quasi anatomica, valvole e ventricoli. Il sogno avuto è vividissimo, il suo cuore uscito fuori dal corpo a rappresentare se stesso e la sua funzione. Anima pulsante materiale, nuova veste dell’oltrismo sarossiano, un materialismo onirico ma corretto, perfezionato, pienamente non esaurito in sé e pienamente ribelle al meccanicismo.

Il cuore diviene qui intruglio di valvole trascendenti e punto di partenza per partire dal materiale ed andare oltre, cercando di raggiungere l’armonia. Una armonia che, però, nel dipinto in questione, non si è ancora ottenuta. L’opra mostra la fase iniziatica di accesso alla perfezione armonica, il tassello di entrata, l’iniziale tenue luce che sorge, l’attimo di illuminazione che ci avvia all’equilibrio cui mira l’oltrismo. È un sogno, ed il sogno è quasi sempre un punto di partenza. E dove si posiziona il cuore? In un deserto, in una ambientazione quasi scarna ma piena, profondissima. Il deserto è il topos iniziatico, il liberarsi di sé per riscoprire o scoprire sé, il luogo di meditazione, silente, con in alto un cielo neutro ma presente e che sfuma all’orizzonte.

Solinga l’ama qui si colloca come il cuore ed è il cuore, l’organo che pulsa la linfa vitale, il sangue, il muscolo che batte ardentemente e che è l’artefice delle nostre emozioni, dei nostri amori, delle nostre passioni.

La visione scientista vuole essere superata, la allocazione del cuore in tale ambiente scarno, onirico e meditativo si ribella all’organicismo e diviene da tassello creativo, non più presenza materiale. Lo stile rappresentativo lo tramuta in un essente di escheriana memoria, un oggetto freddo che ricerca il suo calore e la sua trascendenza. È una vera e propria stanza, cui si fa ingresso tramite delle scale poste sulla sinistra e dalla destra esce l’immago di una donna nuda. Non ci è dato sapere cosa avvenga all’interno del cuore in tumulto statico, è lì che sono conservati i nostro segreti, le nostre gioie, i nostri amori, le nostre passioni, sappiamo però cosa ne esce, una donna, l’emblema di una sapienza, di una armonia e di una bellezza superba e superiore. Non è solo l’amore per l’amata o per l’amato, è un amore per l’universo. Il cuore, come purifica il sangue scambiando ossigeno per anidride carbonica tramuta noi, il nostro personalissimo vissuto in qualcosa di puro e sublime. E’ cosi che il maestro Pollio rappresenta l’uomo che supera se stesso e raggiunge l’armonia.

Tutto ciò, comunque, sebbene sia un percorso interiore non esula l’altro, anzi lo sublima e lo prepara a che questo processo evolutivo sia condiviso. Processo che promana da una sfera, simbolo di conoscenza razionale ma avulsa al sentimento, posizionata sulla sommità del cuore e, poiché priva di amore, di colore scurissimo, ma che donandosi si perfeziona, insegnando, da oscura e sterile, simile a mollusco senza passioni, migliora sé. Dal rubinetto, infatti, promanerà un fascio grigiastro, come espulso, ma è una fonte iniziale. L’oscurità si prepara a sublimarsi ed il grigiore sembra dirci che l’oscuro più tetro non si smorza subito, ma sfuma e si colora con il tempo e la pazienza. Per intanto, sparsi intorno al cuore, come parte di questo grande ingranaggio catartico, frammenti di noi, rossi come il generatore. Piccoli gesti di dono all’altro.

dottor Giovanni Di Rubba