L’Isola dei Giganti

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Materia e Tecnica: acrilico su legno multistrato

Misure: 120X107

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Lo sguardo ritto verso il “Isola dei Giganti”, ultimo lavoro del maestro Sarossa, cade spietato sui due teschi, l’uno ritto a metà sulla destra, l’altro di sbieco. Immagine inquietante, tanto più che gli stessi sono tinti di immagini di bimbi e di barchette. Un brivido sordo, un’immagine hitchcockiana, una vaga rimembranza  dell’”IT” di Stephen King, ove l’orma del male inghiottiva anime innocenti. E c’è la barca, ci sono le barchette, ci si perde, sembra perdersi, si ha paura, orrore. Noi stessi ci sentiamo e siamo, esseri umani porelli, quei bambini inghiottiti da un vortice di paura.

Ma lo sguardo ritto è ciò che vediamo, non ciò che è. La paura, la nostra, è ciò che sentiamo, non ciò che è. Tremoleggia l’alma alla vista del reale. E che fare?

Noi fruitori del dipinto siamo emblema di noi stessi spersi tra i sentieri della vita. Noi non siamo coloro che decidono le cose, ma siamo coloro i quali scelgono. E quale scelta dunque? quale sarà il nostro atteggiamento nei confronti del dipinto? quale dunque quello nei confronti della vita?

Scegliamo, noi possiamo scegliere, l’Altissimo ci ha donato l’arbitrio. La nostra vita è il dipinto.

Che fare?

Inorridirsi spauriti, inghiottiti dai teschi delle nostre fobie, perduti come i bambini sigillati con i loro giochi nell’immago della morte?

No, non possiamo, non dobbiamo fermarci lì. La vita non è lo sguardo ritto e semplice, la vita non è l’ammirare una sconfitta, la vita non è perdersi nelle proprie paure e non agire.

La vita è guardare oltre, come insegna l’oltrismo, oltre il velo della superficiale vacuità per raggiungere noi stessi nella autentica nostra entità apparente e dunque vera al di là e nonostante il reale, che con tale apparenza, noi profughi del divenire, possiamo plasmare, modellare il creato con la scelta, la verità può modificare la realtà.

E allora fruitori dell’opra, guardate all’opra e non ritti, guardatela, guardatela in tondo e capite. Vivere è ricercare per essere in contatto con Dio, ogni momento. E la ricerca non è la banalità casuale esistenziale in cui ci sentiamo immersi, ove tutto è eguale, ove domina il fato e noi inerti inorridiamo, aggredendo o fuggendo.

Ciò che è sotto il nostro naso non può esser visto dallo sguardo ritto.

Guardiamo l’opera intera e capiamo, se vogliamo. Oppure fermatevi qui, con sguardo ritto, vinti dalle vostre paure.

L’opera è altro, il significato diverso, la scelta delle scelte oltrista.

I teschi sono il centro del dipinto, ciò che risalta, ma ciò che risalta non è mai ciò che è prezioso.

Iniziamo da ciò che meno si nota, ciò che, dicevo, è sotto al nostro naso.

Gli strumenti del mestiere, quasi non si notano ma sono lì, sotto gli occhi. E noi siamo padroni degli utensili dotati di talenti, e coi nostri talenti possiamo modificare il reale a servizio del bene e del vero, fruttando e accrescendo il nostro essere, nobilitandoci e scoprendoci. Cambiamo il mondo con ciò che ci è donato, con ciò che è dentro di noi che plasma ciò che è fuori di noi.

Non si nota poi cosa? In alto a destra una nuvola scomposta è un ritratto di Sarossa, l’artista che ha plasmato il dipinto. E’ il suo unico autoritratto inserito in un’opera (altro rimando all’inquietudine hitchcockiana?!?). E come l’artista crea un’opra lasciandone un marchio impercettibile, così nella nostra vita l’essenza divina lascia un marchio che non notiamo, ma che è lì, una firma tacita che ci ricorda che non siamo soli. Ed è un’immago nascosta più forte ancora del “SAROSSA” scritto colorato e a grandi lettere, perché è una essenza della vita in cui il creatore dell’universo ci dice non solo che esiste ed è il padrone ma che si è incarnato ed ha assunto la nostra stessa sostanza corporale restando divino e rimanendo con noi sempre, non come entità invisibile ed astratta ma come immagine nascosta in noi, nella nostra vita.

E il mare, il mare non è un abisso, ma un lido quieto, ove noi, rappresentati dai fanciulli e spersi dinanzi alla vita come essi, non naufraghiamo, ma se sappiamo guardare la vita nella sua pienezza attraversiamo la Scilla e Cariddi delle nostre paure senza alcun timore. Le avversità non saranno insormontabili, perché la vita ci offre talenti, strumenti, basse maree, segni divini presenti e nascosti che non possono far trionfare il male. Noi siamo spaventati dal male e spesso lo facciamo vincere. Ma il male ha orrore di noi, perché abbiamo di lui più strumenti e ne siamo più forti. Il male è uno spaventapasseri che il nostro dolce canto può e sa distruggere.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Commento all’Oltrismo di Giovanni Di Rubba

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(Giovanni Di Rubba)

 

L’Oltrismo, corrente artistico- culturale fondata dal Maestro Sarossa, cerca una “quarta via”, la possibilità dell’uomo di essere differente dall’inanimato non per superficiale coscienza ed identità ma per l’agire irrazionale.  Agire irrazionale alla base della natura umana, l’ essere cioè contro la natura stessa e, in un agire fuori da logiche darwiniane e strettamente sociali, dall’homo homini lupus di hobbesiana memoria, divenire uomo pensante comunitario, trovando nel donare sé incondizionatamente ed irrazionalmente all’altro, la sua ragion d’essere e la sua evoluzione da individuo a persona, tale perché si riconosce solo nelle formazioni sociali, nell’incontro, nella condivisione.

Alcune costanti delle opere artistiche oltriste sono la rappresentazione di una terra, spesso brulla, infondata, non coltivata, arsa dallo sfruttamento. È a tutti gli effetti l’inferno dell’uomo di oggi, morto tra morti, lobotomizzato da stendardi economici, dal consumismo, dallo sfrenato capitalismo. Nulla è, nulla salva, nulla germoglia,  neanche una Ginestra vesuviana di Leopardiana memoria. Il mondo è immerso dalla malvagità, la giustizia terrena sempre più distante da quella divina. Il Dio misericordioso che ha affidato a noi un giardino, si ritrova tra le mani un deserto. Aspro il cammino, tanti gli ostacoli, non solo e non più lontani, non solo i monti, che ci chiudono nel nostro mondo ma ci danno la speranza di un altrove migliore, tanti anche gli ispidi poggi, sul terreno, a noi vicini, non insormontabili ma infidamente acuminati. I monti hanno una duplice funzione allegorica, rappresentano i nostri limiti, quelli da superare per andare altrove, spiccare il volo e trovare finalmente noi stessi. Un muretto facile da oltrepassare ci riporta a quella asprosa situazione dell’esistente. Il Dio misericordioso è lì da qualche parte, oltre i monti, ma noi lo abbiamo dimenticato, lui, che era ed è a nostra immagine e simiglianza, è stato trasformato e modellato a nostro piacere, padrone della finitezza, nobile di alto rango della sfioritura del nostro mondo, che punisce e vuole far credere che l’uomo sia destinato a soccombere, a perire, ad invecchiare, e , con esso, la caduca natura stessa. Ma la speranza resta, possente,  una sfera, simbolo del divino perfetto perché irrazionalmente macchiato dall’errore evolutivo, dall’apertura spirituale alla realtà sovrasensibili, iperuranica, tensione d’assoluto, profumo d’ infinito. La sfera è l’ultimo dono offertoci da Dio, dalla Madre Terra, padrona di ogni sapienza, regina di ogni umiltà. Al di là di egoismi e danaro, tale sapienza umile, tale desiderio imprescindibile di un nostro alius sublime più che perfetto, bello solo perché buono, è la nostra ultima ancora, la nostra salvezza, il nostro donarci all’eternità, perché il tempo, la vecchiezza, la morte, non sono che illusioni e siamo noi a sceglierle, siamo noi liberamente a decidere di essere preda della mediocre brama di danaro e potere. Unica ed ultima salvezza per il genere umano è squarciare questa illusione di perimento e, uniti in un unico abbraccio, aprirci alla sapienza, e per far ciò occorre l’amore, solo un cuore innamorato cerca incessantemente la sapienza, sotto forma di bellezza, vera ed unica verità possibile. D’altronde il desertico ocra dei colori rappresenta il deserto, da sempre simbolo di un cammino di sofferenza e rinunce per raggiungere la purificazione, ed in altre rappresentazioni anche il mare rappresenta tale percorso di ascesi ed illuminazione spirituale, superare il metilene degli abissi, accedere al cobalto delle prove, giungere finalmente al turchino della grazia. E, l’eterno amore che tutto move, può portarci al di fuori delle nostre sofferenze, aprirci a noi stessi e agli altri col coraggio di cambiare, di accettare ogni vessazione e patimento come transito verso un giardino pullulante di fiori germogliati asciutti, un paradiso lezioso e candido, un al di là da sé che, conservando nel nostro animo la predisposizione e l’incessante desiderio di ricerca, potrà farci intuire, già qui ed ora, da subito, illuminati dallo spirito del mutamento, l’essenza del divino.

L’Oltrismo, come corrente artistica, per aprire l’uomo alla spiritualità, meglio, per indicare la strada al fruitore, che poi avrà un sua personalissima evoluzione, che non esclude l’altro ma lo ricomprende in una ottica comunitaria e spirituale contrapposta sia all’edonismo, sia al fanatismo settario religioso, sia anche ad una spiritualità egoistica, utilizza categorie del passato, della gnosi, perfezionamento ottenuto attraverso la conoscenza, reso manifesto attraverso la contemplazione artistica.  Le arti liberali poi, trivio e quadrivio, ma anche simboli alessandrini ed orientali. Il tutto miscelato ad una attualità non escludente, che abbraccia ed accoglie ogni espressione artistica, sia strictu sensu, sia letteraria, ad esempio l’etereismo poetico di Giovanni Di Rubba, l’oltristico Astrattismo Onirico e Cosmico di Antonio Marchese, così come il Primitivismo Postatomico di Sergio Sperlongano, alias Gost, o il Paesaggismo Partenopeo Simbolico di Lino Chiaramonte, alias Pach. Cogliendo l’etereo dall’arte, l’Oltrismo  ci apre a contemplare, nell’arte stessa, l’impronta del divino, mano di un artefice, artista o poeta, che a simiglianza di Dio crea il bello, una bellezza che può essere contemplata solo ad un cuore innamorato, “al cor gentile rempaira sempre amor”. L’amore, che è cortese, che è gentile, cerca incessantemente questa bellezza perché, in essa, trova la bontà, la grazia, il kalos kai agathos.

L’Oltrismo, come corrente artistica d’avanguardia, apre una di queste porte, e si apre a sua volta ad ogni voce artistica che cerchi il suo “altrove immanente che lo trascende” nell’arte. Con la fruizione del bello e l’esaltazione della gnosi, l’oltrista, seguendo vibrazioni eteree, cerca di giungere  ad una spiritualità nuova, ad un nuovo uomo, all’Oltre.

dottor Giovanni Di Rubba