Linda Granito, commento a tre opere

Autore: Linda Granito

Opere Commentate: Tunnel di Luce; Esplosione di Fiore Energetico, Trasmissione Energetica Madre Terra Donna Dea”

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Linda Granito si colloca a pino titolo nella corrente artistica dell’ Oltrismo, in particolare, pur senza eludere una originalità propria, è molto vicina all’oltrismo cosmico/sidereo del maestro Antonio Marchese, che esplora e rielabora nebulose ed ammassi interstellari, ingenerando una realtà che va oltre alla mera osservazione empirica, innescando interessanti rimandi allegorici alla vacuità esistenziale che si apre, tuttavia, alla speranza di noi, spersi nel cosmo, ma la tempo stesso suoi figli e quindi ad esso appartenenti, come ad una famiglia. La pittrice Granito, a ciò, aggiunge una rappresentazione energetica e fluttuante, ove da ammassi fluidi promanano significati altri, esplorando energie cosmiche, le sue rappresentazioni, in verità, descrivono la nostra dimensione interiore da una angolazione oltristico/tralucente.

Quivi analizzerò tre delle sue opere, scelte perché rappresentano, così come posizionate in sequenza, una vera e propria evoluzione spirituale ed interiore. In particolare saranno commentate:  “Tunnel di Luce”, “Esplosione di un Fiore Energetico”, “Trasmissione Energetica tra Madre Terra e Donna Dea”.

 

TUNNEL DI LUCE

tunnel di luce

“Tunnel di Luce” è una vera e propria esplosione, esplosione che chiude in sé una varietà cromatica ed allo stesso tempo una dualità di colori, il blu con le sue differenti sfumature, ed il giallo, ora vivido, ora lucente, ora trasformato in bianca luce cosmica. È d’uopo analizzare il dipinto dal basso, nonostante l’attenzione del fruitore sia subito catturata dal suo centro prospettico, sorgente viva di tralucenza. In basso è tracciata una  foresta frastagliata di un oltremare oscuro, è come terra incolta e oceanico abisso, un abisso che incatena, periglioso. La nostra esistenza meramente corporale che ci inghiotte irretendoci nelle sue trame, nelle sue pungenti fluorescenze che sono piante ingannevoli, aculei vorticosi. C’è perfino, mediana, una traccia cadmio, orma della sofferenza. Attorno qualche speranzoso sprazzo violaceo, di un viola cobalto. È la rosa nella spina, la speranza della sofferenza, della prigionia, il dolore esistenziale che si fa catarsi esistenziale. E dunque si ascende, l’oltremare inizia a farsi sereno celeste per poi divenire cobalto viola che esplode  come macchia d’inchiostro. Questa speranza cromatica tutto trasforma conducendoci al centro del dipinto, finalmente, ove da una sferetta appena appena accennata, e del colore redentore, si apre una bianchissima luce sovrannaturale, da cui emerge quasi, sulla sinistra, una figura umanoide, forse angelica, una guida. Tale luce termina nel cadmio chiaro, solare, emblema del Dio Padre. E termina ove essa stessa è generata, è tale misericordia divina che ci irradia dall’alto e infonde luce e trasmuta il cadmio oscuro della sofferenza in violetto cobalto della comprensione del dolore, lieta assistenza. Tutto intorno, da quell’irradiata luce, nella parte alta del dipinto, a destra come a sinistra, il periglio clorofillico d’oltremare oscuro si acuisce e cristallizza, non scompare ma si fossilizza, gelido come ghiaccio ed è come una antartica caverna, che placa dunque il dolore, quasi si riscalda e la nostra vita è nella luce ed il gelo placato qualcosa da osservare immersi nell’infinità di un raggio divino.

 

ESPLOSIONE DI UN FIORE ENERGETICO

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In continuità  con l’opra appena commentata è ”Esplosione di un Fiore Energetico”. Anche in quest’opera si analizza una fase interiore, una fase successiva a quella della illuminazione, la fase di presa di consapevolezza di sé, meglio, la fase in cui inizia a esplodere in noi il noi stessi. Ed è un pullulare di energie.

Sullo sfondo il blu, a destra più intenso a sinistra sfumato, di un chiarore che sfiora il bianco. Il fusto, il gambo, è smeraldino, il suo colore è impreziosito come gemma rara e simboleggia le nostre radici, le nostre origini, ciò da cui siamo partiti e che permarrà sempre in noi, quella che è la nostra famiglia, la nostra patria il nostro Dio. Luccicante, tesoro da preservare ed allo stesso tempo da coltivare per la nostra crescita. Salendo, infatti, il fusto si apre ad imbuto per contenere il fiore, la nostra anima, più in generale il nostro essere, ed il verde è più caldo, accogliente, grembo materno di quel tripudio cromatico che sono i petali, dipinti come flusso energetico. Flusso inarrestabile, fiamme multiformi ma adagiate con garbo nel grembo da cui promanano. Giovanili ardori ed eroici furori, guizzanti. Domina il rubino sanguigno, sfavillante come logos, parola, mai spenta e mai sopita come le nostre azioni furenti, la nostra vitalità inarrestabile. Ma non può non notarsi che al centro delle petaliche fiammelle del nostro essere vi è la luce gialleggiante che nasce dal grembo e come corolla è il vero cuore di questo ardire, il cuore che pacato, nato dal grembo, dirige e dà armonia a tale tripudio, altrimenti in balia di sé. Luce divina che dà ordine al nostro caos, luce armonica. Attorno ai petali scoppiettanti un rosa temprato, che è il risultato dell’azione eroica quanto del furore interiore pacato dalla luce cordica clorofilla, un rosa che quasi sfocia nell’incarnato perché il risultato di tale tripudio vitale non è la violenza ma l’immenso amore, la dolcezza, il darsi agli altri, l’aprirsi al mondo. Aprirsi come promanazioni rosee per diffondere la pace e la concordia.

Interessante un altro aspetto, a destra ed a sinistra del fiore abbiamo due realtà completamente diverse, a destra una realtà energetica, spirituale, dipinta sfumata, sia nel verde delle diramazioni del fusto che nel blu che fa da sfondo. La nostra dimensione d’energia è anche quella di pensiero e di sogno, di immaginazione, di evasione, di creatività. Sfuggente, smossa, fluttuante. A sinistra invece il blu quanto il verde sono fermi, di un colore deciso e sicuro, a designare la nostra sfera pragmatica, razionale, riflessiva. Ambedue non sono in contrapposizione ma sinergicamente dirigono il nostro agire quanto il nostro non agire, favoriscono il  nostro essere nel mondo rosea promanazione armonica di ciò che abbiamo dentro, del caos e dell’ordine, dell’istinto e della ragione.

 

TRASMISSIONE ENERGETICA TRA MADRE TERRA DONNA DEA

trasmissione energia donna Dea Madre terra

L’opera “Madre Terra Donna Dea” è l’ultimo stadio di questa analisi del trittico floreale della pittrice Granito. Le immagini sono qui indefinite, hanno qualcosa che ricorda le radici e sono grigie radici. Rappresentano un istante arcaico, primordiale, il momento esatto in cui il divino con il suo dito michelangiolesco sfiora l’umano in segno di alleanza, di più, il momento in cui Dio soffia, dona il pneuma, docile vento, agli esseri umani, rendendoli animati e, realmente, veramente e fattivamente a sua immago.

In quest’opera, tuttavia, il tutto è visto in una ottica femminile e c’è un che di biologico in questa trasmissione energetica. Le ataviche radici sono di un magma grigiastro dalle diverse sfumature che ricorda un po’ il brodo primordiale, un po’ un varco, un wormhole, un varco cosmico ed al tempo stesso esistenziale. Qui non vi è corporalità come nella “Creazione di Adamo”  ma ciò che è rappresentato, mobile,   è lo pneuma stesso, lo spirito. Lo spirito nella sua femminea essenza che la Madre Terra, sulla destra, dona alla Donna Dea, sulla sinistra, cioè alla donna che diviene simile –ma non uguale- a Dio, al divino. Quindi queste radici fluttuanti ed arcane rappresentano il momento stesso del passaggio pneumatico e parallelamente il pneuma stesso che viene trasmesso. Di più essendo come radici la corporalità mancante è sanata da questa Madre Terra che dona e, mentre dona, come possiamo constatare al centro del dipinto, viene quasi a formarsi un cerchio. È lì, che si sta definendo, ma non è ancora ultimato. È la sfera della conoscenza in fieri, è la corporalità in progress. Questo dono energetico, questo pneuma che viene trasmesso plasma l’interiorità dell’essere umano che era stato precedentemente plasmato dal Creatore proprio dalla Terra, dal fango. Per questo emanando il soffio vitale viene a compiersi la plasmazione non solo nella dimensione corporale, come statua, icona senza anima, ma in quella spirituale, lo spirito dà vita all’anima che inizia a modellarsi, a divenire una sfera o una elissi. Ed è così, in questo stesso istante, che la terra non è più fango ma diviene Madre, in questo istante creativo l’uomo, la donna, riconosce la terra come madre, ma nel momento stesso in cui essa diviene Madre, per volontà divina. Dio soffiando nell’argilla corporale il suo pneuma dà vita all’essere umano e dà contestualmente dignità, consistenza alla terra, la eleva a Madre dell’uomo. È una sincronia retroattiva e difficilmente immaginabile ma ben realizzata dall’artista che tenta di cogliere questo preciso istante trasformativo, di definizione e di presa di consapevolezza.

Lo sfondo è il solito rosa pacato, quello che sta a designare le nostre azioni figlie dell’amore, è rosa perché fa da cornice ad una situazione creativa che non può non essere tipicamente femminile. È la donna che fa nascere i figli –di qui il motivo del titolo Madre Terra Donna Dea-,  ma è un rosa che designa anche le nostre azioni, come dicevo, ed essendo in un attimo formativo non è ancora rosso ardente come il fuoco, ma più pacato, più dolce, di una leziosia genealogica tipicamente femminea.

dottor Giovanni Di Rubba

Vittoria, Ode alla Libertà

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua, ovatta, cartapesta, su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Vittoria, Ode alla Libertà”  rappresenta una ambientazione ormai tipica e caratteristica del contributo artistico all’Oltrismo dell’autore che scova la ancestrale ricerca di armonia in raffigurazioni arcaiche e quasi rupestri, le quali proiettano il fruitore ai primordi della civiltà conducendolo al primitivo ma attualissimo desiderio umano, attualissimo perché scava negli archetipi sepolti dell’essere umano, in simboli insiti nella natura stessa dell’anima.

L’opera è divisa in due, una parte terrestre ed una sovraterrestre, quella in basso fatta di riti e preghiere, rappresentazione vivida della speranza e che ha come sfondo un policromatismo genuino e pullulante, stralci di colore a mo’ non di frammenti ma di veri e propri tasselli quasi puntiformi che ravvivano, evidenziandola, la molteplice varietà delle aspirazioni umane, tinteggiando il reale di fantasie che si manifestano con una silente prepotenza, la ribellione pacifica dell’ama.

Emergono tridimensionalmente tre figure, due maschili di lato, con braccio proteso in senso orante ed una femminea centrale, a mo’ di adorata. Un rito che rimanda al culto di Nike, di Vittoria, di Bellona, una vera e propria “Fetiales”. Un congresso in cui l’umanità, rappresentata dalle figure maschili, si rivolge al trascendente, o meglio a divinità angelica, a messaggera, a quella che è la giustizia. Ma tale convivio orante è ribaltato nell’ottica oltrista. La preghiera è per la pax, ma per una pax sine bello, un’ode alla pace senza violenza, alla concorde e pacifica convivenza tra essenti. Riprendendo un rito antico lo si attualizza e si va oltre, lo si rende preghiera per la divina concordia, per l’umana collaborazione, per il vivere in comunità e non in belligerante società, per consentire la realizzazione di ogni individuo rendendolo persona.

Nella parte superiore, infatti, la divinità della vittoria, della giustizia, diviene angelico ed atavico messaggero di tale concordia, e le preghiere del e per l’umanità tutta laniata e sofferente a causa di guerre, terrorismo, battaglie senza senso, litigi per sete di dominio, vengono accolte; dal capo della femminea figura si inarcano splendide ramificazioni che tendono all’eterno, al cielo. Ramificazioni di verbena, di erba pura, herba sacra, di ulivo, di alloro. Ramificazioni quindi di candore, di pace, di gloria, che per essere tale non è soggiogo dell’altro ma condivisione con l’altro. Ramificazioni che sono tripartite, da un lato l’auctoritas, ovverossia l’anima dell’umanità, che candidamente plasma, dall’altro la potestas, ramificazione che promana dalla prima e che estrinseca sé tramutando l’umiltà candida e leziosa, la dolcezza, in pace armonica, infine, ultima ramificazione, il corpus o status, che rende effettivo quello che è manifesto, concretizzandolo, e che è la gloria di vivere uniti in un abbraccio universale, che è la gioia propria nel riflettere la gioia altrui, che è dunque estrinsecazione del vero scopo dell’uomo, della propria missione.

La libertà che si raggiunge con tale lento lavorio, con tale loquentissimo  ed umile desio, con l’essere umano libero dalle catene della schiavitù per mezzo dell’amore che incessante ricerca la bellezza nel raggiungimento di una soave pace, che diviene armonia e non soggiogo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

L’Addio

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “L’Addio” è un lieto saluto al passato e si proietta, in una dimensione onirica, verso il futuro.

Dividendo il dipinto in due parti con una linea orizzontale notiamo la sezione aurea che descrive sapientemente, in basso, delimitata da un muretto la realtà nuda e cruda, un passato che è quasi tormento ma al tempo stesso speranza, rappresentato da una donna nuda stessa di dorso, lunghi capelli neri e fascino mediterraneo, dolente e spoglia del suo ero e con braccia protese verso il muricciolo, per tendere alla dimensione superiore, quasi abbracciarla, arrampicandosi sul limite ultimo del confine, sul varco, delimitato dal muretto. La donna è l’umanità, la donna è la madre terra, la donna è la natura, la donna è la nostra dimensione terrestre e sublunare, la donna è il nostro nudo vestigio reale. La donna è la nostra dimensione, la donna è la sete di libertà, la donna è la nostra disperazione e le nostre aspirazioni. Una donna Parthenope, una sirena, una bellissima immago alla ricerca dell’amore, per giungere all’armonia.

E questa è la parte superiore del dipinto, i due terzi, una visione marina, un paesaggio costiero ove di lontano una caravella salpa per nuovi mondi. È il nostro pensiero, la nostra creatività, il nostro talento, la nostra sete di ricerca, la nostra propensione al viaggio, un viaggio per scoprire ignoti mondi, nuovissimi mondo, mondi che sono la nostra sublime interiorità. La lieta navicella alza le vele verso un’altra essenza femminea, verso la luna, verso la sfera che come costante dell’Oltrismo è simbolo di conoscenza, e che qui, nelle vesti seleniche, mostra quanto la gnosi sia sublimazione femminea, quanto per raggiungere l’armonia dobbiamo salpare verso nuovi approdi, silenti spiagge lunari, ove raggiungere il nostro ricercato equilibrio, il nostro abbraccio sperato. Il mare, deserto meditativo, è il mezzo, la navicella/caravella il vettore, la sfericità selenica la meta.

Così nella nuova armonia di un nuovissimo mondo il viaggio non sarà periglioso, per aspera ad astra ma non siamo soli, non siamo soli nella navigazione, non siamo in balia di flutti e marosi. In soccorso giunge un gabbiano, o forse un albatros che con le ali da gigante fa fatica a camminare ma che è anche simbolo dello spirito, giunto per nostra salvezza, giunto per liberarci dalle prigionie e dal dolore, giunto per accompagnarci verso l’assoluto, verso la scoperta armonica di noi stessi. Il gabbiano accorre non solo per la salvezza della donna, emblema nostro ed emblema composito universale, ma nel tornare indietro dà un messaggio di libertà e di forza, di spinta vitale, anche al fruitore. È lì, ben collocato, al di sopra della sfera ma diretto verso noi, verso la donna. è al tempo stesso primo soccorso dell’alma spersa e risultato finale della ricerca.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Red Sprite

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Autore: Salvatore Parisi

Materia e Tecnica: olio su tela;  tecnica mista pennello / tampone

Dimensioni: 60X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Salvatore Parisi “Red Sprite”, ovverossia spiritello rosso, prende spunto da un fenomeno atmosferico elettrico che avviene negli alti strati della atmosfera, anche fino a 80 km di quota, più precisamente al di sopra di fenomeni temporaleschi, ed è  associato alla ionizzazione dell’aria. Raramente è osservabile a occhio nudo, dura in genere non più di dieci millesimi di secondo.  In buona sostanza i fulmini scaricano a terra l’elettricità statica partendo da una massa di materia satura mentre gli spettri rossi la scaricano da una massa posta sopra a quella stessa che ha originato il fulmine e verso essa. Tale fenomeno si pone in essere quando la scarica di un fulmine ha una elevata intensità di corrente, al punto che a terra sprigiona una massa di materia rendendola  “recettiva” e provocando un afflusso di elettricità verso essa dalla massa sovrastante, in forma appunto di “spettro rosso”.  A causa della diversa densità, composizione o temperatura il loro fenomeno è ben diverso da quello dei fulmini pur se similare il fenomeno, ovverossia la scarica elettrica.

La loro colorazione, tipicamente rosso-blu, è dovuta alla forte presenza nell’atmosfera terrestre di azoto  avvicinandosi al terreno, la pressione atmosferica aumenta a causa della gravità e con essa la concentrazione del gas nell’aria provocando una graduale variazione di colore degli sprite, che dal rosso passano al viola e poi al blu in prossimità della troposfera.

Nell’opera del maestro Parisi è rappresentato magnipotente un abbagliante sole, una luce immensa che sovrasta e domina il dipinto, in cui si distingue una sfera, il sole accecante contornato da piccoli raggi di colore ancora più intenso ed avvolto in una ulteriore sfera gialleggiante e psichedelica, a tratti ipnotica. Si tratta dell’abbaglio provocato da due sfere simbolo, come costante nell’Oltrismo, della conoscenza. Una prima forma abbagliantissima e che risalta agli occhi, quella solare, è l’empireo gnostico, l’involucro conoscitivo sommo, che l’occhio umano impreparato rischia di non sopportare. È un abbaglio possente, simbolo di intensa forza conoscitiva. E risalta, come dicevo, subito al fruitore che, quasi investito da una forma conoscitiva all’apparenza irraggiungibile, sposta lo sguardo d’intorno, ove il giallo e la luce si fa più fioca, ove quasi si inizia a capire l’essenza stessa del sapere, la via maestra della armonia che non è tuffo immediato ma va appresa a gradi.

Nella parte sottostante il dipinto, infine, l’occhio si sposta, e qui emerge il descritto fenomeno sprite, che l’autore immagina come varco verso l’essenza conoscitiva, come la mescolanza armonica cromatica che va dal rosso al blu lasciando nell’intermezzo il viola, come se passione rubinea, conoscenza blu d’abisso, si fondessero in una frazione mediana e mai conclusiva, ma sintesi delle due, che nascono e si rigenerano in un processo dinamico di tensione armonica. Il maestro Parisi ha curato il dettaglio accompagnando per mano il fruitore nel percorso del dipinto, ponendolo subito innanzi all’abbaglio della sapienza, per poi condurlo nel più tenue sentiero, ed infine al varco, allo sprite, al follettino, allo spiritello, che è il mezzo d’accesso. La prima evoluzione dialettica umana di tesi, antitesi e sintesi che ci consentono di aprirci verso mondi conoscitivi e potenzialità  immani dell’umana specie e della natura tutta.  Processo che per noi è un accesso dialogico ma che è anche un dono, perché ricettivo di una intensità lucente fortissima ed attenuato come lo sprite per consentirci il varco.

Guardando l’opera percorriamo una Commedia dantesca all’inverso, ma col medesimo monito e con un avvertimento ulteriore, per ammirare l’immenso, l’assoluto, il bagliore eterno della luce solare invincibile, occorre percorrere la strada a gradi. Il fruitore lo scopre, assaporando sulla sua pelle, tramite l’osservazione del dipinto percepisce  cosa avviene a chi salta gradini e vuol comprendere senza predisporre il proprio animo alla comprensione. Una connotazione, questa, non solo da guida ma soprattutto pedagogica.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Rione Terra

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “Rione Terra” prende il nome dalla famosa colonia stanziatasi nei pressi di Pozzuoli intorno al 529 a.C.,  a seguito della migrazione degli esuli Sami che, perseguitati in patria dalla tirannide, quivi costituirono una Dicearchia, ovverossia un governo di Giusti, basato sull’equilibrio, la moderazione, la libertà e l’armonia.

Nel dipinto appare in primo piano uno stralcio di una piccola imbarcazione, una navicella insediata su di uno sdrucciolato porticciolo, uno stralcio che rappresenta a tutti gli effetti il nostro presente cosmico, il nostro essere qui ed ora nella attualità ma, allo stesso tempo, il nostro presente interiore, il nostro essere qui, situati in un tassello evolutivo statico, come la navicella che è sul porto pronta a salpare ma non è ancora insediata nell’acqua. Il nostro essere noi stessi presenti ci spinge a guardare di lontano la costa, che assurge a limite da varcare, una costa verdeggiante e speranzosa, che è il nostro per aspera ad astra e che tanto ricorda i monti allegorici delle rappresentazioni sarossiane.

Noi, in questo frammento evolutivo, siamo pronti per immergere la navicella del nostro ingegno e del nostro ardire in mare, a che prenda il largo, vivi la propria vita nella pienezza, nella coscienza, nella consapevolezza e nell’amore. Ma il passo tarda, l’illuminazione nostra interiore necessità di uno sprono, ha timore di temperie, è lì, a metà, sul porticciolo, con la prua propendente ed il proprio passato, la propria poppa, alle spalle. E senza passato, per quanto arditi, non raggiungeremo mai le rive dell’assoluto, non raggiungeremo mai la nostra consapevolezza.

Tuttavia ecco che dal mare si erge una sedicciuola, piccola, familiare, ma possente a mo’ di scranno. Ed è quello il nostro vero passato che può proiettarci verso il nostro mondo interiore. Lo scranno in cui è assiso il Rione Terra, il vecchio porto romano preostianao, il segno della cultura e della giustizia, della libertà assoluta. Della nostra Armonia. È quel pensiero, quell’attimo, quella vista superba perché avvolta dalla candidezza e dalla possenza del passato, ma al tempo stesso umile perché sceglie non un trono dorato, non un amplissimo altare, ma un oggetto comune, a simboleggiare che il nostro ancestrale essere collettivo, il nostro mondo interiore ereditato dagli avi che ci rende partecipi di ciò che è davvero nostro perché assiso su ciò che a noi è chiaro, evidente, conosciuto, familiare. Il nostro passato remoto, lontanissimo, gli albori stessi della civiltà sono impressi nel nostro DNA e, nascosti nella nostra interiorità, appaiono palesi, senza necessità di attentissime analisi ma con una presa di coscienza che parte dal nostro mondo, dai nostri piccoli, umani e densissimi segni umili, gesti sinceri, dalla nostra sedia domestica ed amica.

Questo passato porterà l’intellettuale navicella, colma della sapienza antica, dell’umiltà del nostro presente e della pienezza dei nostri affetti a prendere il largo, ritta in prua.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Fiori di Carciofo

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Autore: Antonio Marchese

Materia e tecnica: mista nitro su legno

Dimensioni: 60X120

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Antonio Marchese, “Fiori di Carciofo” ben si colloca nell’Oltrismo per messaggio e funzione, con la peculiarità che gli è tipica, quella di rappresentare un astrattismo primigenio, etereo nel suo manifestarsi, pulsante, genealogico. Il Marchese tende alla armonia oltristica collocandosi in dimensioni atemporali ed ataviche, il suo simbolismo si estrinseca in rappresentazioni di una profondità primitiva ma pulsante, che ci colloca al centro di rappresentazioni cosmiche in cui intuiamo l’essenza stessa, il suo nascere ed il suo promanare. E la profondità è qui, nello schematismo che ci induce a riflettere, ad ammirare l’istante creativo, il pneuma, il soffio vitale ed a renderci conto che ciò che fu in principio, prima dei tempi, è impresso in noi, orma del divino. Tale opera, infatti, ci induce a superare i nostri limiti riconducendoci ad una realtà che ci accomuna, che accomuna noi sensienti, l’essere simili, sostanzialmente eguali per origine comune, per avere in noi, impresso, quel soffio creativo, il respiro di Dio che era è e resta impresso come un sigillo, lo spirito che ci dà vita e che conserviamo in eterno, apprestandoci al passo successivo, comunicare agli altri ciò che gratuitamente ci è stato donato.

E tale semplicità non può non esulare da  un breve racconto, da un mito, quello della bellissima ninfa Cynara, chiamata così a causa dei suoi capelli color cenere, dagli occhi stupendi e profondissimo, tra il verde ed il viola, tra speranza e grazia e rimembranza. Bellissima ma orgogliosa e volubile. Il re degli dei, Zeus, se ne innamorò non ricambiato ed in un momento d’ira trasformò la dolce ninfa altera in un carciofo verde e spinoso come il carattere della ragazza. Tuttavia al pungente e belligerante ortaggio, guerriera amazzone corazzata, resta il colore verde e violetto dei suoi occhi profondi, ed il cuore  tenero. La sua spinosità nasconde il sentimento, l’amore, la poesia.

L’opera è stata realizzando soffiando sui colori, creando questi spiragli di essere, questi fiori di carciofo. Fiori dai pulsanti colori giallo a sfumature blu, come macchie, come sorpresi frammenti adagiati sul cosmico sfondo nero e che lo irradiano, come maravigliati di aver destato l’attenzione della divinità che gli ha dato vita con un soffio, che gli ha dato senso, che lo ha reso essere amico e non suddito.

Fiori che rappresentano l’essenza dell’uomo, dell’essere umano, prima della chiusura dello stesso in sé, nelle sue ostilità, nella sua smania belligerante, nella sua paura dell’altro, nell’odio, nell’invidia, che è solo una corazza. Una corazza che si formerà quando il fiore avrà prodotto l’ortaggio, quando l’essere umano, per scelta, avrà rinunciato alla sincerità ed alla semplice ed umile consapevolezza di essere creatura che ha destato l’attenzione del creatore, che ha nell’alma il sé divino. Così come racconta il mito di Cynara, per superbia l’essere umano ha voluto ribellarsi ed ha indurito il proprio essere.

La corazza resta e quest’opera vuole ricordarci le nostre origini, spingerci ad andare oltre non rinnegando ciò che abbiamo nel nostro tenero animo, ciò che eravamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

ST acrilico tempera su cartoncino

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Autore: Antonio Marchese

Materiale e tecnica: acrilico tempera su cartoncino

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’oramai quasi costante ambientazione siderea del maestro Antonio Marchese ci immerge in una dimensione del tutto, in una allocazione spaziotemporale statica ed eterna. La percezione è quasi musicale, un aggraziato vibrare pitagorico, un silente e prolungato suono ci pone in una realtà meditativa e di quiete.

I colori sono pacati, siamo nell’universo rappresentato staticamente, come dicevo, ma che è al di là e dinamico proprio grazie alle variazioni cromatiche. Dividendo in due il dipinto notiamo uno spazio siderale ambivalente, il classico universo così come lo immaginiamo, a destra, un ammasso di stelle e nebulose, fisse, immobili, alla estrema sinistra, a destra e per gran parte del paesaggio, un pullulare di colori sì siderei ma quasi vividi, dinamici, che sorgono illuminati da una sfera, collocata alla estrema destra in alto, che campeggia. Una luna bianchissima, una essenza femminea che dona amore, brio all’etereo, che dà vita alla ragione, non frutto di mero raziocino ma nemmanco da esulare, da collocare come contorno, come elemento essenziale ma non sufficiente per il raggiungimento della armonia. C’è, insomma, l’essenza apollinea e gran parte di quella dionisiaca nell’intero contorno. Contorno su cui si appoggia il punto focale ed essenziale, al centro del dipinto, l’essenza sintesi delle due, quella ermetica, la sfera.

La sfera simbolo di conoscenza. Monolite etereo, eterno e mutevolmente perfetto, luminosissimo. Il verde che sembra quasi connotare una dimensione a noi conosciuta, quella dello spazio terrestre e sublunare, come a formare i continenti purissimi, smeraldini, verdi, emblema della natura, del sospiro panista. La natura di cui siamo custodi, la natura che nasce dall’azzurro primordiale e primigenio, genealogico del tutto, che domina la sfera e che si estende intorno, come a formarne un’aura, un respiro divino, un’aura che non è mero contorno ma che sembra condurre la sfera stessa in una dinamica in cui ciò che genera è al tempo stesso generato, ciò che avviene e si manifesta promana dall’essere e al tempo stesso lo crea, modella, accompagnandolo in un lieto navigare.

Tale sfera che, come è costante nell’Oltrismo, rappresenta la conoscenza, il bagaglio donato dalla divinità all’uomo per giungere attraverso la grazia all’armonia facendogli riscoprire le sue potenzialità e la scintilla che in esso alberga,  annulla il tempo e viaggia nel tempo e nello spazio, alla stessa guida del nostro bagaglio conoscitivo, sensibile, razionale, e che si dona all’altro per scoprirsi e che si dona allo stesso tempo all’universo di cui siamo parte e che è parte di noi e che è tutto di noi, custodi di un frammento d’assoluto che è il tutto, custodi dell’oltre, dell’immanente e del trascendente.

Naviga la sfera sapienziale nell’universo con lo scopo di fecondare gli spazi eterni e illuminare ogni essere, ogni cosa, in un gioco di specchi e di scambio reciproco di sapere e di amore, congiunti nella bellezza dell’esistente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

“Homo Sapiens” e “Ignosco” a confronto

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Autore: Sarossa (Salvatore D’Auria)

Opera1: Homo Sapiens

Opera2: Ignosco

Comparazione e commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Interessante il confronto tra due opere del maestro Sarossa, “Homo Sapiens” ed “Ignosco”.

Le stesse possono essere lette in maniera conseguenziale e sembrano tra loro imprescindibili, come un continuum creativo, una sequela di immagini e di pensieri che scaturiscono dalla lettura complessiva delle stesse. E già i colori sono segno di ciò, non può non apparire una costanza, una similitudo cromatica, una opacità in entrambi i lavori che, tuttavia, è sapientemente interattiva e progressiva nel confronto. Grigio, ocra, smeraldo.

Stuzzicante mettere l’una accanto all’altra e notare come nella costanza cromatica vi sia una evoluzione, una tensione, un ascendere dell’essere umano, che nella staticità del suo esser sé in divenire illumina quasi quella sfumatura opaca, ma senza rinnegarla, soltanto potenziando il massimo di ciò che ha per divenire, finalmente, consapevole di sé e raggiungere un tassello superiore, una luce che già vivida era, ma che attraverso la meditazione e ciò che vedremo di qui a breve si potenzia. Non evoluzione, ma presa di coscienza, e nella consapevolezza acquisita mutamento statico ed armonia. Essere armonico, ovverossia essere al proprio posto nel mondo e poter così contribuire alla grandezza del creato.

Si parte da “Homo Sapiens”, albeggia di lontano una nuova aurora, partendo da destra il cielo subisce una sfumatura crescente e variabile, da un ocra più oscuro ad uno più chiaro, quasi limpido, con una complessità genealogica, al centro una luce, il bianco della trasformazione, come fulmine evolutivo, come scintilla primordiale della ragione, del sé e dell’amore, del prendere le redini della propria vita. Il paesaggio è brullo, una tipica savana del Pleistocene e al centro, quasi in prossimità della luce creativa celeste e luminosissima, un ominide, ancora scimmiesco ma in atto pensante, quasi contemplativo, come se rimuginasse della luminescenza vivida di cui è investito senza tuttavia riuscire a capire, ma con un’aria non perplessa, a tratti serafica. Egli è illuminato ma non ancora ha raggiunto la consapevole sapienza, non ancora ha raggiunto l’armonia, la luce divina è uno sprono, ma l’atto conoscitivo deve acquisirlo in pienezza valorizzando i propri talenti, non rimanendo inerte. La teofania è intuito che non può però prescindere dal continuo pensare, creare ed innovare. E questo lo si trova alla sua destra, in sezione aurea del dipinto, è la sfera. Il simbolo oltrista della conoscenza. È lì, a due passi, lì per liberarlo dalla prigionia dell’ignoranza. È lì eterea e sospesa, è lì il monolite sapienziale. È lì, ma il maestro Sarossa cattura l’attimo, abilmente, in cui riceve l’illuminazione ma non si volta, ancora, a rimirare quella sfera di conoscenza. È lì nell’attimo prima, è lì pronto ad utilizzare gli utensili, ad agire comunitariamente liberandosi dai sui individualismi, che, come gli alberi a guisa di giunco, sembrano tenerlo prigioniero.

E prima di voltarsi verso la vibrante perfezione armonica della gnosi a cosa pensa questa figura scimmiesca in atteggiamento da filosofo, in meditazione sciamanica? Ecco fa la sua comparsa il secondo dipinto. Ignosco. Ignosco che in latino significa perdono, ma che ha anche una chiara derivazione greca, conosco, ed al tempo stesso essere, quindi sono. Ignosco: perdono, conosco, sono. Consapevolezza. La scritta compare in verticale ed alla destra c’è una figura femminile, statuaria, quasi monolitica ma non reificata, vivente, vero e proprio idolo che sostiene una imperfetta e rosea sfera, a guisa di palloncino con laccetto che cade tenero. La scritta è sullo smeraldo ed è d’oro, è preziosa e custodita su muro prezioso e sempre eterno, sempre vivo, immortale rosmarino. Un muretto che custodisce, dunque, come cofanetto, quella parola, quella gioia, quella trinitaria affermazione unitaria, Ingosco. Perdono, conosco, sono. E’  ciò che pensa e ciò a cui giunge l’homo sapiens prima di voltarsi verso la sfera, ed è ciò che il divino lucente, apparso fulmineo nell’ocra del cielo gli dona subitaneo, teofanicamente.

La donna. Che è vibrante e statuaria, che è fissa e mutabilmente perfetta nel suo apparire come un idolo marmoreo del tutto peculiare, a gambe incrociate, nell’atto del movimento, con la sfera eterea rosa vividissimo a mo’ di leziosia. Che campeggia su delle nubi, essere divino. Con l’amore che è imperfezione. È questo il dono. La donna. Il mezzo di accesso alla sfera del primo dipinto. Non possiamo voltarci, non possiamo essere consapevoli senza questa messaggera divina, senza questa portatrice di grazia. Colei che ci innalza e ci fa rimanere comunque coi piedi in terra, che ci fa spiccare il volo solo se comprendiamo i nostri limiti, che ci libera da ogni prigionia solo se capiamo che sapere non è potere, che conoscenza non è perfezione, che la vera armonia sta nelle nostre piccole imperfezioni, nel nostro umile dire, sussurrando, perdono, conosco, sono. la donna qualifica e dà vita all’homo sapiens che può finalmente voltarsi ed evolversi. Ma che mai dovrà dimenticare tale teofania, che mai dovrà dimenticare l’essenza femminile delle cose e di sé se non vuole divenire un mero individuo dotato di raziocino, un cinico calcolatore, uno sfruttatore degli altri, se non vuole cadere nella superbia, nella cupidigia, fino alla lussuria, al considerare l’altro merce, cosa, non persona, a considerare la donna oggetto. L’illuminazione divina e subitanea, ecco la riflessione! L’homo accede alla sfera, può voltarsi, ma mai deve dimenticare tale immane immagine di umiltà. La donna generatrice e salvatrice. Essenza stessa del tutto. L’Ignosco, nelle sue triplici sfumature.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

La Sibilla Cumana

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Opera di: Salvatore D’Auria ( Sarossa)

Materia e tecnica: olio su multistrato

Commento a cura di: Floriana D’Auria (critico d’arte)

 

Il linguaggio Sarossiano figurativo e simbolico tratta in maniera personale un tema caro alla mitologia e alla terra magica dei Campi Flegrei.
L’antica figura della Sibilla che leggeva il futuro nella disposizione delle foglie che gettava ai suoi piedi, si veste di modernità e colore.
E’ una donna bendata, muta, forse anche folle, in una postura da sfinge moderna quasi rock, oracolo dai mille responsi.
Alle sue spalle L’Antro Cumano, icona esoterica e misteriosa, che da sempre affascina l’uomo che vi ricorre per alleviare la sua sete di conoscenza, per interrogarsi sul suo futuro e sul suo destino.
Nel paesaggio dominato da contrasti cromatici e suggestivi giochi di riflessi sull’ acqua in cui le rifrazioni rincorrono la creatività a briglia sciolta, domina la sfera, mai resa prima come Bolla di sapone trasparente come in questa versione. Galleggia nell’ aria, si appoggia nell’ acqua, e’ sfera di cristallo e nel suo interno, all’ osservatore curioso e fantasioso, apparirà un vago viso di un gatto, comparso in maniera casuale tra le pennellate, riconosciuto poi ed evidenziato dall’ autore sorpreso, simbolo di chiaroveggenza in una storia ancora più antica, quella degli egizi. Passato e presente, storia intrisa di cultura, elementi caratteristici della pittura di Sarossa, si fondono in un opera ricca di fascino e mistero, che incarna la sua visione dell’ Oltrismo.

 

Floriana D’Auria

Commento all’Oltrismo di Antonio Marchese più critica di Floriana D’Auria

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(il Maestro Antonio Marchese)

 

A volte quando dipingo il mio corpo mi pesa e la mia mente va al di là della terza dimensione, attraverso uno stato conscio di pazzia, che mi trasporta in un mondo alieno, dove la coscienza ha un significato a noi sconosciuto: il raggiungimento di uno stato superiore di conoscenza e armonia.

Questo mio modo di dipingere è lo strumento con il quale esprimo la mia fantasia, il mio stato d’animo. Ho la sensazione che, quando inizio un lavoro, i colori che scelgo si mescolino man mano da soli, dando vita a qualcosa che sorprende me stesso e che nasce dalla spontaneità e, spesso, dalla casualità.

Protagonista è senz’altro il colore, forte, brillante, con differenti densità, che subisce l’influenza della luce che lo rende mutevole.

Il mio approccio con la pittura è di sperimentare tecniche diverse, aggiungendo ai colori anche materiali diversi, come il legno, sassi, ed altro.

 

Maestro Antonio Marchese

 

 

Critica artistica a cura di Floriana D’ Auria:

Il maestro Antonio Marchese  è uno degli esponenti di spicco del movimento artistico contemporaneo dell’Oltrismo.

Il suo linguaggio spazia dall’astratto materico che traduce l’ impeto del suo tratto, a passaggi figurativi e tratti solidi che inglobano pezzi di realtà.

Marchese vuole andare oltre i movimenti astratti più noti per essere libero di superarsi e abbracciare nuovi espressionismi per raggiungere il suo equilibrio e la sua armonia. L’uso del colore, abbondante, materico, lavorato di getto e senza pennelli, diventa in alcuni casi scena di un teatro naturale, dove elementi raccolti dalla realtà empirica, diventano protagonisti della realtà soggettiva, inventata e creata dalle sue mani.

Paesaggi di colore, combinazioni casuali e dripping, incontrano mito, storia, cultura a concetti propri dell’ oltrismo.

Lo sgomento del sentirsi infinitamente piccoli in confronto all’infinitamente grande, in confronto all’ immenso, all’infinito… l’essere umano al confronto con l’altro, con l” oltrismo “.L’ Oltrismo di Antonio Marchese si esprime in modi nuovi ed inconsueti, spaziando nell’astratto del suo pensiero fino ad abbracciare la materia della natura, che viene chiamata in gioco ed entra fisicamente e prepotentemente a dare forma all’idea. Oltre il pennello le mani, oltre il pensiero la pietra, oltre l’uomo l’effige statuaria di echi classici, riportata nel contemporaneo per attribuirle nuovo slancio futurista.

Nell ‘opera “Percorsi” su un contrastante intenso colore di fondo, si rincorrono meandri contorti, un percorso a ostacoli, dominato dalla forza di superarsi e trovare l’uscita dal labirinto, andando oltre.

 

Floriana D’ Auria