Esseri in Bilico su Varchi Dimensionali

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Autore: Ferdinando Todisco

Materiale e tecnica: cartapesta su tela e smalti ad acqua

Misure: 80X60

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Esseri in Bilico su Varchi Dimensionali” ben si alloca nelle atmosfere oltriste e possiamo considerarla, al pari di altre opere, come un percorso iniziatico con palesi peculiarità stilistiche, tipiche dell’artista.

L’opera presenta una varietà intensa e quasi visivamente assordante di colori. Un pullulare cromatico che si colloca in una dimensione opposta, ad esempio, a quella del maestro Marchese, il quale nel rappresentare la transizione pluridimensionale accompagna spesso visioni sideree, buchi neri, varchi cosmici. In questo caso il passaggio dimensionale è tracciato in una ottica più interiore, psichica, in cui appare come porta di percezione l’intensità cromatica accennata, la presenza vividissima, una percezione esponenziale che supera l’iride. Tali fasci cromatici lasciano il fruitore quasi sperso, incantato dallo psichedelico varco d’ingresso. Un varco che purifica il loro essere, che predispone la loro anima al raggiungimento dell’armonia.

E qui fanno ingresso tridimensionale varie figure, che vengono da mondi lontanissimi, portatori di pace e di armonia, esseri in bilico su tale varco dimensionale. In bilico perché l’artista, sapientemente, cattura l’immagine della transizione, del loro approdo sapienziale prima dello sbarco nella nostra realtà. Esseri che recano in noi la speranza della armonia, della pace, dell’amore, della vittoria –finalmente- della grazia e della bellezza sulle barbarie e sulla violenza.

Ma tali esseri, fuor di metafora, sono già in noi, sono i nostri talenti e le nostre potenzialità, sono i nostri coscienziali spiriti che ci indirizzano sulla via maestra, che ci spingono al ripudio della violenza in ogni sua forma, dello squallore del dominio su troni fangosi. In noi alberga la verità, in noi lo spirito di ricerca dell’armonia. Una armonia che questi “esserini misteriosi” ci porteranno.

La nostra anima che si manifesta è qui raccolta nel momento in cui stiamo per riacquisire la coscienza di noi, guidati dalle nostre esperienze, stanno riemergendo in noi, oramai purificati dall’arcobaleno che fa da sfondo, le forme  amiche di sapienza e d’amore.

 

dottor Giovanni Di Rubba

ST acrilico tempera su cartoncino

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Autore: Antonio Marchese

Materiale e tecnica: acrilico tempera su cartoncino

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’oramai quasi costante ambientazione siderea del maestro Antonio Marchese ci immerge in una dimensione del tutto, in una allocazione spaziotemporale statica ed eterna. La percezione è quasi musicale, un aggraziato vibrare pitagorico, un silente e prolungato suono ci pone in una realtà meditativa e di quiete.

I colori sono pacati, siamo nell’universo rappresentato staticamente, come dicevo, ma che è al di là e dinamico proprio grazie alle variazioni cromatiche. Dividendo in due il dipinto notiamo uno spazio siderale ambivalente, il classico universo così come lo immaginiamo, a destra, un ammasso di stelle e nebulose, fisse, immobili, alla estrema sinistra, a destra e per gran parte del paesaggio, un pullulare di colori sì siderei ma quasi vividi, dinamici, che sorgono illuminati da una sfera, collocata alla estrema destra in alto, che campeggia. Una luna bianchissima, una essenza femminea che dona amore, brio all’etereo, che dà vita alla ragione, non frutto di mero raziocino ma nemmanco da esulare, da collocare come contorno, come elemento essenziale ma non sufficiente per il raggiungimento della armonia. C’è, insomma, l’essenza apollinea e gran parte di quella dionisiaca nell’intero contorno. Contorno su cui si appoggia il punto focale ed essenziale, al centro del dipinto, l’essenza sintesi delle due, quella ermetica, la sfera.

La sfera simbolo di conoscenza. Monolite etereo, eterno e mutevolmente perfetto, luminosissimo. Il verde che sembra quasi connotare una dimensione a noi conosciuta, quella dello spazio terrestre e sublunare, come a formare i continenti purissimi, smeraldini, verdi, emblema della natura, del sospiro panista. La natura di cui siamo custodi, la natura che nasce dall’azzurro primordiale e primigenio, genealogico del tutto, che domina la sfera e che si estende intorno, come a formarne un’aura, un respiro divino, un’aura che non è mero contorno ma che sembra condurre la sfera stessa in una dinamica in cui ciò che genera è al tempo stesso generato, ciò che avviene e si manifesta promana dall’essere e al tempo stesso lo crea, modella, accompagnandolo in un lieto navigare.

Tale sfera che, come è costante nell’Oltrismo, rappresenta la conoscenza, il bagaglio donato dalla divinità all’uomo per giungere attraverso la grazia all’armonia facendogli riscoprire le sue potenzialità e la scintilla che in esso alberga,  annulla il tempo e viaggia nel tempo e nello spazio, alla stessa guida del nostro bagaglio conoscitivo, sensibile, razionale, e che si dona all’altro per scoprirsi e che si dona allo stesso tempo all’universo di cui siamo parte e che è parte di noi e che è tutto di noi, custodi di un frammento d’assoluto che è il tutto, custodi dell’oltre, dell’immanente e del trascendente.

Naviga la sfera sapienziale nell’universo con lo scopo di fecondare gli spazi eterni e illuminare ogni essere, ogni cosa, in un gioco di specchi e di scambio reciproco di sapere e di amore, congiunti nella bellezza dell’esistente.

 

dottor Giovanni Di Rubba