Il Mio Sogno di Libertà

Il mio sogno di liberta' olio su tela plastificata 55x75

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela plastificata

Dimensioni: 55X75

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera “Il Mio Sogno di Libertà” del maestro Giuseppe Pollio denota e caratterizza la dimensione onirica dell’Oltrismo. È quasi un sogno mistico, regna una pacata atmosfera di quiete e serenità.

Dividendo il dipinto in sezione aurea notiamo che la parte minore termina in bilico tra la fine del corso d’acqua, aperto prospettico verso il cielo, e la luna/sfera, di cui vedremo il significato. Il fiume è emblema, in prima istanza, dello scorrere della vita ma ha inizio con una cascata con acqua statica, statica come i nostri cuori chiusi, un’acqua che non precipita ma immolizza. In una dimensione quasi magica c’è una inversione gravitazionale, un loco in cui tuffarsi. Il fiume scorre all’inverso, in reverse, partendo dal cielo; la foce è l’inizio della nostra vita, la sorgente la dimensione celeste e divina da cui essa promana.  Non è un caso che il fiume, che delimita assieme alla luna la parte alta da quella bassa della sezione aurea, non divide però il dipinto in parte bassa –mondo reale, terreno- e parte alta –mondo celeste, alte sfere-. In questa voluta imperfezione stilistica vi è la traccia della perfezione, come la Venere strabica che apre il suo fascino, nella sua essenza eterea e concreta ad un tempo, così che il corso sfori nella parte alta, sfera celeste, da cui, come detto, trae sorgente. il mondo reale è oniricamente un prato, un giardino verdeggiante, che sta a designare la Natura che ci circonda. In essa vi sono tanti sassolini, essi da un lato sono emblema degli ostacoli da superare, a guisa delle montagne sarossiane, ma dall’altro rappresentano anche le nostre di esperienze, i nostri errori, le nostre paure, finanche le nostre amicizie ed inimicizie. Pietrine adagiate oniricamente su un edenico prato, un giardino scevro da ogni scempio umano. Nella sfera alta si declinano le vere dimensioni della libertà. In media res, tra detta alta sfera della sezione aurea e la bassa, in un cielo muto e bianco, candido, silente, e su cui tracciare come su di un foglio i nostri sogni, si adagia una sfera.  Emblema della luna e della Madre Celeste, ma al tempo stesso rappresenta il primo cerchio del paradiso dantesco. Simbolicamente mostra coloro che non hanno potuto adempiere a voti e promesse nei confronti del Signore non per loro colpa. Questa la linea difensiva della Celestissima Madre innanzi al Suo divino Figlio. Una madre che, come tutte le madri, si cala nel primo cerchio a mostrarci la sua vicinanza. La luna, inoltra, designa anche la sapienza, in quanto sfera, ed è la Madre della divinità, Regina di Sapienza, che essa ci dona.

La sfera alta non in sezione aurea, quella che comincia ove termina il prato, è divisa a sua volta in quattro parti. Della prima, lunare, abbiamo parlato. Nella seconda c’è una mano tesa, di un rosa limpidissimo, che spunta da una tunica. Essa rappresenta il figlio di Dio e Dio egli steso incarnato. Da Egli , e si passa alla terza di parte, dalla mano tesa, promana un volatile. Esso, per volontà stessa dell’artista, è simile a colomba ma anche a gabbiano. La colomba rappresenta lo Spirito Santo paraclito, da cui tutto promana, pneuma vitale degli essenti e della materia tutta e che tutto ci investe se sappiamo umilmente accoglierlo e seguirne la voce, rendendoci candidi ma soprattutto liberi in volo, come gabbiani. Nuvole circondano questa parte del dipinto ove la colomba sta per spiccare in volo. Ma tuttavia, in inversione apodittica ed allo stesso tempo in sincronia atemporale, se da un lato sta per spiccare il volo verso l’ultima parte della sezione aurea, ove il cielo è più limpido, a simboleggiare Dio Padre, dall’altra, con abilità stilistica del maestro Pollio, sembra, e lo fa, scendere verso di noi, verso il mondo reale, reale in senso hegeliano di razionale, ma di più, meramente ed esclusivamente razionale. La sola ragione che non può illuminarci né renderci liberi né mostrare la via. La colomba/gabbiano è nata dalle mani del logos incarnato e logos essa stessa protesa verso il Dio Padre celestissimo ed allo stesso tempo discendente verso di noi al fine di donarci la vera libertà.

Nel mondo reale il corso d’acqua, che è la nostra vita, è coperto da un guscio, nasce da un muro possente e guscio duro rappresenta il nostro corpo. Esso in sommità, lungo il corso, è frastagliato, ad indicare le nostre cadute, le nostre confusioni, la nostra umanità e finitezza. Le nostre paure, le false libertà mondane, color noce come tronchi d’albero ed il nostro corpo è un albero che contiene quel flusso vitale, quella linfa, che è il nostro spirito, uno spirito che, per renderci liberi, non deve farci ergere a padroni a priori di noi stessi. Le libertà mondane, infatti, recano limiti e velleità, come quelli della foce, foce che se noi rendiamo con superbia sorgente, ponendola come origine del nostro castano corpo nocetico lì, all’inizio, diviene di una sfumatura più scura, violato e colmo di sassi, i nostri limiti, i nostri vizi che acuiscono l’oscurità cromatica. La vera libertà non può che provenire dall’alto, dalla luna/Madre Celeste, Regina di Sapienza, nostra difensrice, dal Figlio di Dio, logos che illumina, parola manifesta, fonte di Spirito Santo, che è il volatile dalla duplice forma e che, discendendo e salendo e dall’alto, alimenta la nostra vita, il nostro percorso, che è il fiume, posto al centro, tale Spirito , tra la miracolosa mano del Figlio e l’insondabilità dell’Elyon, dell’Altissimo, del Celestissimo Padre. Questa la sorgente della nostra vita, tale Trinità, tale Madre, sorgenti che davvero squarciano il muretto irto di sassi, limiti e vizi, vanagloria e paura, ostacoli, facendosi tuffare liberamente e liberi per vivere con un obbiettivo, raggiungere le sfere celesti e nel frattempo rendere un giardino rigoglioso il nostro mondo, la natura, gli essenti animati e minerali, gli utensili ed i nostri rapporti con essi e soprattutto con i nostri simili, esseri umani.

dottor Giovanni Di Rubba

Il Giorno del Giudizio

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Autore. Gost (Sergio Sperlongano)

Materia e Tecnica: olio su tela

Misure: 100X100

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Ecco vividissimo e chiaro un rombo sordo, uno squarcio nella materia, una contrapposizione. Ecco l’Era del Materialismo, sfregiata come reduce da un conflitto, reduce postatomica dell’Età Nostra, di una guerra silente contro lo spirito, la grazia e la bellezza. Postatomica e Postumana.

Il Maestro Gost, esponente dell’Oltrismo, realizza, manifesta ed espone il concreto e l’altrove. La sua opera, talora associabile al naïf, talaltra ad un neoprimitivismo, ne va oltre, cogliendone l’essenza in una pullulante vivacità. Neoprimitivismo, arcaismo, onirismo, fusi per produrre una immagine compatta e scissa. Come sciamano il suo andare oltre è un porsi nel reale, cogliendo il pragmatismo della etereità. Un pragmatismo semplice e surreale, un etereismo pungolante e terribile, ravvivato dalla speranza. Chi è lo sciamano se non colui che passa dalla grezzezza alle alte sfere e non solo ascende in una realtà iperuranica e perfetta ma coglie l’essenza pura della imperfezione. Lo sciamano parte dalla realtà in cui è immerso, la osserva, e la stessa man mano si mostra nella sua vera essenza. Più in là coglie l’etereo, coglie il divino, coglie lo spirito, l’ altrove. Infine, poi, scorge quanto di divino c’è nella realtà così come gli appare e solo alla fine di tale percorso scorge la Verità, un frammento di essa, un frammento che è ciò che chiede alla Natura e la Natura risponde a profeti ed a poeti, la Natura vibra nelle mani artefici dell’artista. Ed è così che si apre il dipinto.

Una speranza, dicevo, ma una speranza  sovversiva e che sovverte, una speranza che è in paradosso cromatico manifesto. Il dipinto mostra il materiale, il nostro mondo sensibile nell’intensità dodecacromica delle sfumature. Ciò che viviamo, è un circolo squarciato ed imperfetto, ma coloratissimo, di quei colori forti e vivaci  che noi quotidianamente percepiamo. Colori tanto concreti da passare inosservati, tanto vividi, intensi e possenti da somigliare al caos spasmodico e rumoroso della contemporaneità. L’eccesso sonoro che diventa rumore. Urla fortissimo il nostro Mondo imperfetto e dai contorni imperfetti e nella sua vivacità si mostra così com’è.

Tale rappresentazione è scissa in tre realtà, l’esistente, che è ciò che vediamo e che conosciamo e che nel dipinto è assente, l’esistente così come appare in contemplazione, ossia come si manifesta realmente senza sovrastrutture scientiste, e intorno, da cornice, l’empireo, le stelle fisse, lo spirito che come Madre avvolge la nostra realtà. La avvolge, la protegge, ma soprattutto la soccorre, non si pone epicureamente in una realtà olimpica disinteressata, ma si presenta, flebile e possente, a soccorso del respiro delle piante, dei minerali, degli esseri animati, dell’uomo immagine perfettissima di Dio nella scelta. Per tali motivi il commento non può essere a compartimenti stagni, non può descrivere ora l’una ora l’altra realtà, perché nel viaggio artistico non esiste spazio né tempo, e perché ciò che è non è una serie di essenti e di utensili ma è un tutto armonico, è un balzare incessante da una dimensione ad un’altra, cogliendone l’unicità armonica e diversissima.

Ed ecco al centro del dipinto ergersi l’emblema del potere, del danaro, della sottomissione. La personificazione di ciò che divide, di ciò che crea guerre e discordanze tra gli umani, di ciò che ha reso uno stupendo giardino terra brulla. E questa oscura potenza, purpurea ed infuocata, emerge dagli abissi e seduce gli uomini usando il loro arbitrio. Svuota l’uomo, lo rende conscio di essere perfetto in quanto uomo, padrone e dominatore, libero di cadere in tutto ciò che lo richiama alla materia. Attratto dalla mano tesa del Re del Mondo, nell’illusione di soggiogare, guadagnare, essere Dio, perde la sua spiritualità. E la mano tesa del Padrone conduce ad un illusorio benessere momentaneo che ha un prezzo carissimo, far rotolare l’uomo nel fango. E l’uomo avvinto da tale illusorio paradiso dai risvolti infernali, che è l’attaccamento alla materia, finisce intrappolato nelle sabbie mobili della terra. Di una terra viscida, sguazzando come automa del consumo nella sua stesa materialità indotta. Ma c’è la Madre che avvolge e protegge, La Madre che è Terra, la Madre che è Acqua. Nell’etereo c’è il candido, la grazia, l’innocenza. Tre stelle cadenti in cima, fuggevoli, sono le aspirazioni dell’uomo, mobili, sono l’ideale e l’idea, sono la ragione vera di vita, l’inseguire un sogno purificando sé e nobilitandosi, eroi dai mille volti, noi umani, cui il compito è custodire il creato, ricreare un giardino dalla terra brulla cui siamo stati condannati per la nostra libertà. Ma la libertà senza l’amore  è la forma più atroce di prigionia, è rendere la bellezza e la grazia inutili e dannose. L’uomo plasmato dal fango per accedere all’assoluta bellezza attraverso la grazia, con la sete di soggiogare l’altro ritorna a sguazzare nel fango, allontanandosi dallo spirito. Lo spirito che solo col corpo può realizzarsi pienamente, lo spirito che investe noi stessi creando un’anima, potentissima e divina, e che agisce nei gesti illuminando tutto e fondendoci con l’infinito.

Tale trinità emerge dall’etereo delle acque su cui aleggiano tre figure angeliche eteree in una mano benedicente che irradia il reale, ed in corrispondenza la Terra stessa si ribella a tale soggiogo umano ed emerge a sua volta da essa, con sguardo severo rivolta verso una edenica realtà. Quest’altra mano non è collocata nella sfera divina ma è qui ed ora, ci mostra una cascata, un giardino, dei monti. Un paradiso in terra, che è nostro compito preservare. Ma lo spirito, da solo non può nulla. Difatti alle figure angeliche ed eteree corrispondono due figure angeliche corporali. L’una seduta su una bolla, che ne indica la provenienza da altre ed impercettibili realtà, e che prende per mano un azzurro serpentello dal volto antropomorfo. L’altra, che è la stessa, è un giovane con ali dorate che soccorre l’umanità dal fango in cui è caduto, rispondendo agli ordini della mano naturale e terrena, che agisce a sua volta per volere della mano trina in atto benedicente che emerge dalle acque eteree.

I due angeli eterei sulla sinistra hanno in mano un poppante, simbolo della purezza di spirito, ed una bolla, miniatura di quella su cui è seduto l’angelo terreno.

E qui c’è la grandezza, la libertà, l’amore, la misericordia e la fiducia che il divino ripone in noi. Gli angeli giovani e materiali sono esseri umani, esseri umani nobilitati dallo spirito, esseri umani umili e ricolmi della grazia proveniente dalle sfere eteree. E con il candore seduti sulla sfera del divino afferrano il serpente simbolo di sapienza, il quale non osa attaccarli, ma viene anch’egli nobilitato e soggiogato dall’uomo, che sotto i dettami divini, accede alla sapienza e la usa non per furti e ruberie, non per sottomettere, non per essere servo del danaro, ma per compiere le più alte volontà. Per far avvicinare all’acqua purificatrice, alla cascata zampillante l’uomo, purificarlo, come nel Lète, e fargli capire  che la purezza è la forma di accesso alla sapienza, come nell’Eunoè, che la grazia sola può glorificare . E, forte dello spirito, con due ali dorate, soccorre l’uomo sperso nelle sue debolezze, ritornato al fango, e lo conduce alla destra del dipinto, verso il mondo che l’uomo può e deve realizzare. Ma potrà farlo solo utilizzando la materia per rendere manifesto il suo spirito secondo i divini dettati dell’anima che Dio ci ha donato. L’uomo, proprio perché ha il corpo, è persino superiore ad angeli e demòni, è l’unico che può ascoltare la luce dell’alma e scegliere, far parlare gli uni, messaggeri di grazia e bellezza, o far parlare  gli altri messaggeri di distruzione e conflitto.

 

dottor Giovanni Di Rubba