The Eye of God Nebula

The Eye of God Nebula

 

Autore: Ember Canada

Materia e Tecnica: Oil on Canvas

Dimensioni: 30X40

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“ Honestly, it’s hard for a photo to capture the intense colors of this piece. This painting was inspired off of the actual nebula in space. I love outer space a constant reminder that we are very small and He is so awesome. The fact that He loves us so much!”

Queste le parole della pittricia Ember Canada circa la sua opera “The Eye of God Nebula”. Parole da cui traspare una difficoltà, specchio delle difficoltà umane nel definire l’assoluto, la meraviglia dell’infinito, del creato, dell’altrove. L’Oltrismo è un movimento artistico che cerca l’armonia, la cerca nell’andare oltre. L’uomo è in bilico sull’assoluto e si pone, nel momento in cui fa arte, nella prospettiva contemplativa. Come in questo dipinto. Dipinto che cerca, riuscendoci, non di definire ma di far scorgere un infinito, una presenza divina ordinatrice, un varco verso una dimensione altra ma immanente allo stesso tempo, una prospettiva che va al di là, in un divenire cosmico, in una congiunzione. Ecco, il dipinto intuisce questa congiunzione, questo varco, questa luce, scintilla divina, che si colloca al centro, luminescente ed inesatta ma grandiosamente magnifica, grandiosamente possente nella sua lucentezza siderea. Un astro al centro del varco celeste.

Di contorno sfumature tra il rosso ed il giallo, al centro il celestiale cromatico varco. La luce dei colori, il suono metafisico del cromatismo, che come in un punto altissimo di una sinfonia, all’apice, in sfere altissime, nella inudibile kandinskyana  musica contemplativa raggiunge il punto armonico, ove parole e suono e colore si concretizzano nell’inenarrabile, nell’indipingibile, nell’indescrivibile. L’occhio di Dio, il mistero della sua presenza è il dono fatto all’umanità, quella scintilla siderea in prospettiva armonica nell’auditorio dell’empireo celeste.

“The Eye of God Nebula” è un’opera musicale, dove dal rosso delle passioni si procede ad una ascesa verso colori più tenui, sino a raggiungere le alte sfere del blu e l’occhio di Dio. Dal rosso al blu si si ottiene un viola non presente ma che è l’essenza stessa dell’opera, il tempo, la memoria. Un crescendo che termina con l’esplosione pacata di un armonioso suono, una melodia mai scritta, mai dipinta, mai raccontata. Il fruitore la scorge ma non arriva a comprenderla. Tuttavia si illumina ed accresce, nell’estasi, la sua essenza, il suo essere. Nel momento in cui si sente un granellino sperso d’universo comprende la sua unicità, la comprende nel dono divino, nella scintilla siderea. Comprende il privilegio divino e non è più ingranaggio di un meccanismo, non tassello di un mosaico, ma trasfigura esso stesso nel mistero dell’infinità dell’universo e tende ad esso stesso, all’universo, e scopre, finalmente, che l’intero universo è in lui. Sommo mistero, l’intero universo è in lui, ma lui è solo un granello del suo stesso universo. Scopre l’agostiniano “In interiora homine habitat veritas”, scopre la dolcezza dell’amore, del dono. Scopre che nella “vanitas vanitatum et omnia vanitas” c’è la sua essenza.  Scopre come Petrarca sul Monte Ventoso il passo biblico, e diviene nulla, e si sente nulla, ed al tempo stesso sente nelle sue vene che il tutto è in lui. Una vera opera poetica, una ascesi dantesca, dalle passioni e dalla bestialità umana, in gradazione, verso l’illuminazione.

dottor Giovanni Di Rubba

 

Cosmos

the cosmos

 

Autore: Ember Canada

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“It all begins with a journey, stepping out of the darkness and into the Light. This painting represents the call of Eternity. […]Humanity is too lost in the darkness of the world, too distracted by the meaningless to see the signs and beauty of a God who calls them from beyond time and space.”

Queste le  parole della pittricia Ember Canada nel descrivere l’essenza  della sua opera “Cosmos”.

L’essere umano è collocato in uno scenario apocalittico ed è rappresentato in una prospettiva pluridimensionale, ove la Natura si manifesta nella sua essenza più intima e omnicomprensiva. L’omino, in perfetto stile inglese, con bombetta, abito, borsa alla sua destra e giornale alla sinistra è l’emblema di tale umanità. Egli non a caso è rappresentato di spalle, da osservatore, di modo che il fruitore dell’opra possa identificarsi appieno con lui. Scorgiamo tuttavia, pur non vedendolo in viso, una sorta di “attonismo”, una perplessità languente, uno stupore. Egli è ancorato alle sue certezze quotidiane, sulla destra la borsa, che rappresenta il lavoro, il suo, ciò che fa per guadagnarsi da vivere, in una ottica spietatamente consumista, un lavoro che lo ancora nelle sue convinzioni, nel suo mondo, nel suo orto privato da coltivare, nella concezione liberista del lavoro stesso che renderebbe l’uomo libero. Sua certezza, nostra certezza. Alla sinistra un giornale, rappresenta ciò che lui crede al di là dell’orticello privato, della sua proprietà. Ciò che lui crede del mondo. Tutto ciò che gli è propinato dai media, dalla cultura dominante. In un attimo innanzi a lui, attonito, si squarcia il velo di Maya ed egli vede il mondo, l’universo, così com’è, nudo e crudo, è proiettato in una realtà quasi fantastica, quasi immaginifica, ma che è ciò che è, ed è ciò che ha dentro, ed è ciò che abbiamo dentro, ed è il nostro livello percettivo. L’omino è rappresentato nell’attimo stesso in cui innanzi a lui si aprono le porte, nell’attimo in cui sta per guadare il varco. E le certezze propinate precipitano, cadono, i media, internet, la tv, la radio, il senso comune, crollano. Crolla il giornale che aveva alla sua sinistra, crolla ogni certezza.

Ed eccolo lì, sul limite di un continente, sul mondo, sulla Terra, una terra primordiale, quasi una pangea che sta lì per spandersi gettando alla deriva la staticità dell’ancoraggio saldo umano. Su un continente come su di un’isola, con una ramificazione, un sentiero, un ponte terrestre su cui si diramano gli antipodi, ed al tempo stesso gli estremi superiori, come a dire nella Terra di Prete Gianni etiopica, o nella Tule, o nella Mu, o in una nuovissima Atlantide, o ad Alessandria tra libri polverosi e sapienti, o nel Castrum Lucullianum tra alchemici sensi celati, vitriol umano, athanor. Questa realtà sommersa, questo etereismo cosmico , questo esoterismo delle cose, preme per uscire allo scoperto, preme in questa epoca cibernetica, in questa epoca della spiritualità, dell’Acquario, del senso ultimo delle cose. Preme per essere svelata, per mostrarsi rapida e repentina, per esplodere in tutta la sua valenza armonica. Ed è questo il vulcano, il monte gentile, il Vesuvio dell’essenza nostra, il monticello che libera attraverso lo spirito tutto ciò che c’è nell’alma umana. Ed i misteri, e la nostra profondità, ed i segreti. Tutto prorompe, si squarcia in una elegante esplosione. Esplosione che è la nuovissima frontiera, la caduta del passato impolverato e la sua riscoperta nell’autenticità, riscoperta che è anche la nostra autenticità. Noi siamo noi, quindi lo diveniamo. L’omino guarda chi è, chi è davvero, non costretto nelle maglie sociali e propinate, ma ciò che è dentro di sé, che proviene dall’alto ma è comunque in sé, esplode in un furore ritmico. Esplodono tutte le verità. Esplode il senso intimo delle cose.

Questa esplosione da una nostra archetipa Agharti, dall’anima nostra, dai nostri simboli e fantasie e desii autentici esplode. Ma non così, alla rinfusa, con eleganza ed armonia, perché è una esplosione sapienziale, prima ancora intellettiva, prima ancora sensuale, cordica, prima ancora figlia dell’umiltà, la nostra. L’omino ammira l’esplosione di verità intima che è la sua solo perché dà lo sguardo all’universo, così com’è.  In alto infatti è rappresentata la ianua, il varco, il wormhole, l’accesso ad altre dimensioni. Il cosmico etereo costrutto che ci fa andare oltre, oltre noi stessi, oltre i pregiudizi, oltre le certezze, oltre la nostra stessa paura. Un varco che ci conduce al di là di noi ed in noi, l’omino contemporaneo e cibernetico che ascende il Monte Ventoso per raggiungere la sua essenza, per scoprire la sua spiritualità, per scoprire la spiritualità. Per rispondere alla chiamata del divino, che pullula in lui, che pullulava in lui e di cui ora è conscio, di cui ora è consapevole, di cui ora è cosciente. E questo varco, questo wormhole lo apre alla vera concezione del tempo, lo pone innanzi ad una evidenza, l’evidenza della vacuità cronologica, l’evidenza della staticità dinamica, dell’ellissoidità delle cose, di materia e di energia e di ciò che la produce, lume misericordioso, grazia manifesta, bellezza da contemplare, amore smanioso ricercatore di tale bellezza e di tale armonia raggiunta. Andando oltre. Ed il tempo scompare, scopare finalmente, non è relativo. Si apre la vera dimensione cosmica fatta di luce e materia e di organo promanante divino, scintilla vivida in noi perché donataci. Il tempo è smascherato, Saturno divoratore dei suoi figli, dei terrestri lasciati in balia della caducità, ovverossia Krono o Kronos, posto ai margini del dipinto. La maledetta caducità illusoria, l’esistenza stessa del tempo, queste inesistenze che percepiamo crollano. Come l’attualità ed il già stato, come il sarà. L’uomo, l’essere umano, rappresentato dall’omino liberista, non è più un tassello nelle mani della società, è libero, va oltre, al di là, e diviene non ingranaggio di un meccanismo ma persona vera e propria, liberissima, si erge al di sopra di sé per riscoprire l’altro.

In tale scenario quasi apocalittico, dunque, come afferma la pittricia, maestra Ember Canada, “The man is in the process of dropping. He will leave them behind to answer the call of Eternity. A soul transformed by Light, Love and Life”.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Vittoria, Ode alla Libertà

vittoria ode alla libertà

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua, ovatta, cartapesta, su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Vittoria, Ode alla Libertà”  rappresenta una ambientazione ormai tipica e caratteristica del contributo artistico all’Oltrismo dell’autore che scova la ancestrale ricerca di armonia in raffigurazioni arcaiche e quasi rupestri, le quali proiettano il fruitore ai primordi della civiltà conducendolo al primitivo ma attualissimo desiderio umano, attualissimo perché scava negli archetipi sepolti dell’essere umano, in simboli insiti nella natura stessa dell’anima.

L’opera è divisa in due, una parte terrestre ed una sovraterrestre, quella in basso fatta di riti e preghiere, rappresentazione vivida della speranza e che ha come sfondo un policromatismo genuino e pullulante, stralci di colore a mo’ non di frammenti ma di veri e propri tasselli quasi puntiformi che ravvivano, evidenziandola, la molteplice varietà delle aspirazioni umane, tinteggiando il reale di fantasie che si manifestano con una silente prepotenza, la ribellione pacifica dell’ama.

Emergono tridimensionalmente tre figure, due maschili di lato, con braccio proteso in senso orante ed una femminea centrale, a mo’ di adorata. Un rito che rimanda al culto di Nike, di Vittoria, di Bellona, una vera e propria “Fetiales”. Un congresso in cui l’umanità, rappresentata dalle figure maschili, si rivolge al trascendente, o meglio a divinità angelica, a messaggera, a quella che è la giustizia. Ma tale convivio orante è ribaltato nell’ottica oltrista. La preghiera è per la pax, ma per una pax sine bello, un’ode alla pace senza violenza, alla concorde e pacifica convivenza tra essenti. Riprendendo un rito antico lo si attualizza e si va oltre, lo si rende preghiera per la divina concordia, per l’umana collaborazione, per il vivere in comunità e non in belligerante società, per consentire la realizzazione di ogni individuo rendendolo persona.

Nella parte superiore, infatti, la divinità della vittoria, della giustizia, diviene angelico ed atavico messaggero di tale concordia, e le preghiere del e per l’umanità tutta laniata e sofferente a causa di guerre, terrorismo, battaglie senza senso, litigi per sete di dominio, vengono accolte; dal capo della femminea figura si inarcano splendide ramificazioni che tendono all’eterno, al cielo. Ramificazioni di verbena, di erba pura, herba sacra, di ulivo, di alloro. Ramificazioni quindi di candore, di pace, di gloria, che per essere tale non è soggiogo dell’altro ma condivisione con l’altro. Ramificazioni che sono tripartite, da un lato l’auctoritas, ovverossia l’anima dell’umanità, che candidamente plasma, dall’altro la potestas, ramificazione che promana dalla prima e che estrinseca sé tramutando l’umiltà candida e leziosa, la dolcezza, in pace armonica, infine, ultima ramificazione, il corpus o status, che rende effettivo quello che è manifesto, concretizzandolo, e che è la gloria di vivere uniti in un abbraccio universale, che è la gioia propria nel riflettere la gioia altrui, che è dunque estrinsecazione del vero scopo dell’uomo, della propria missione.

La libertà che si raggiunge con tale lento lavorio, con tale loquentissimo  ed umile desio, con l’essere umano libero dalle catene della schiavitù per mezzo dell’amore che incessante ricerca la bellezza nel raggiungimento di una soave pace, che diviene armonia e non soggiogo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

La Fonte

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Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 40X50

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio, “La Fonte” è la prima del nuovo anno, 2017, e si collega direttamente all’ultima del trascorso, “L’Addio”.

Sul limite del mare vi era una donna, emblema della umanità, della natura, di noi stessi, che da dietro un muretto attendeva il soccorso di un gabbiano, carico di speranze e conoscenze, ponte tra la navicella/caravella sul mare diretta verso la selenica sfera sapienziale, e noi, ponte tra un tempo ed un altro.

In “La Fonte” il discorso sembra continuare, disteso di traverso e di spalle vi è ora un uomo, emblema dell’umanità che si sveglia come quando scossa da un nuovo tempo che arriva. Una umanità destata dal futuro, da ciò che ci riserveranno e porteranno questi giorni, questi mesi. In alto un cielo annuvolato su cui fa bella mostra di sé un astro, rubicondo ed azzurro. La sfera simbolo di sapienza qui non è la luna ma la nostra Madre Terra, il nostro Mondo, il pianeta azzurro, si scorgono continenti e distese d’acqua. È la donna de “L’Addio”, è il nostro passato, ciò che ci riserva la memoria, le nostra azioni, i nostri propositi.

Si chiude la volta formando una sorta di “V”, un archetipo, un simbolo, la rappresentazione dell’incontro tra cielo e terra, il ponte, il varco tra essi, la congiunzione temporale, la rimembranza. E da tale varco sgorga acqua sorgiva, una fonte che scende lieta in un muretto ove è coperto il sonno dell’uomo, di muschio, di colori silvani, di speranza ed anche del nostro essere noi nascosto, del nostro essere più profondo.

L’acqua scende a mo’ di sorgente ed ha già compiuto parte del suo percorso, collocata come letto statico del dormiente. Continua nel suo inesauribile corso e disseta, fiumiciattolo che è l’avvenire, si rinnova. E l’uomo è catturato nel momento in cui sta acquisendo coscienza di sé, sembra quasi si stia alzando, scosso dal dolce gelo dell’acqua sorgiva, pronto e ristorato dal frullio acquoso, riprende vita, è il momento di iniziare questo nuovo percorso. Ha con sé un bagaglio conoscitivo, che è il suo passato, ha il ristoro dell’acqua, che è la vita pullulante, può incamminarsi per i sentieri del mondo seguendo il suo sentiero, costeggiando il fiumiciattolo, può trovare la sua armonia, la sua felicità. Può rinnovarsi, andare oltre.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo” esprime appieno il senso unico della vita, il principio e l’origine, l’essenza ultima, la molla generatrice. Il dantesco “amor che move il sol con l’altre stelle”.

Di spalle, come fossero osservatori ad una mostra, fruitori dell’opera, fanno la loro comparsa nel dipinto una coppia di innamorati che si tiene per mano. Abilmente il Todisco rappresenta come soggetto colui che contempla l’opra, colui o coloro che la osservano. Estraniati quasi, al di là del mondo, pellegrini d’universo, che ammirano la grandezza del creato e viaggiano in atmosfere suvraterrestri. Un’ambientazione cosmica quella dell’autore che si colloca nella dimensione tipica di un altro oltrista, il maestro Antonio Marchese, che fa dell’universo e dei buchi neri, della materia cosmica, l’oggetto e il soggetto del suo lavoro e della dimensione trascendente dell’arte. Ma mentre l’uno delimita e segna varchi evidenti, passaggi per raggiungere mondi nuovissimi, veri e propri wormhole ove lo spirito cerca e trova transizione, qui il varco si apre nell’istante in cui gli amanti si tengono per mano. Vanno oltre, al di là, contemplando l’armonia coeli, l’armonia del creato.

Lontano un pianetino giallo sulla sinistra, sulla destra minuto e rosso come spia cosmica, pianetini abissali, collocati in fondo al dipinto e quindi distanti da noi ed anche tra loro stessi distanti, perché la fine del quadro è il punto di partenza dello stesso, è la lontananza inenarrabile che si colma, completa e supera negli amanti stretti per mano, che sono il principio e che trovano nell’al di là estremo ciò che erano e ciò che sarebbero divenuti senza quell’amore, colto in un gesto semplice ed assoluto.

Avvicinandoci ancora un pianeta celeste, come la terra, colmo d’acqua, linfa vitale, l’acqua che fa avvicinare esseri distanti, che generando ammira l’amore manifesto, contornata da un satellite, il nostro, lunare ma vivido nel colore non pallido, come scosso dal terremoto amoroso. Ancora più giù, sulla sinistra, il passaggio successivo, una sfera che inizia ad assumere non più forme cromatiche omogenee ma inizia a colorarsi grazie alle prime parole ed ai segni, ed ai gesti degli innamorati. Per finire, alla destra, in un tripudio cromatico estasiante, un coacervo di colori dolcissimi, che leziosi illuminano gli amanti.

L’excursus appena fatto questo delle sfere, contenitori di sapienza, rende evidente un processo evolutivo che culmina nell’amore tra uomo e donna, tra fidanzati estraniati e contemplanti, i quali, stretti per mano e proiettati in una dimensione ultramondana contemplano l’universo dagli antipodi ai pianeti più vicini, ripercorrendo la loro storia, all’indietro, come in una evoluzione in cui, oramai, le distanze iniziali, seppur fondamentale punto di partenza, sono lontane, e il tripudio di colori è l’amore della gioia presente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

IMPRONTE n.1

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Autore: Sarossa

Materia e Tecnica: olio policromo su supporto e pexglass

Commento a cura di: Josephine La Rochette

 

Nella sua fase sintetica, Sarossa utilizza un solo ricco colore, il suo blu cobalto che si fonde, materializza e sfuma un’idea, l’idea dell’impronta.
Come si può rappresentare l’impronta dell’arte?
Un’ impronta personale, che impersona la fantasia, che rende materia ciò che è nel pensiero, ciò che è personale e che vive in un mondo astratto?
Sarossa qui cattura l’idea dell’arte, ogni forma ha una sua valenza che può essere interpretata seguendo percorsi onirici e subliminali, arrivando a materializzare forme nascoste nella mente.
L’icona tutto guarda, e’ fuori e dentro, e’ prima e dopo, e’ storia e futuro.

 

Josephine La Rochette

La Sofferenza nel Mondo

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: cartapesta, ovatta, e smalto all’acqua

Misure: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“L’arte vera è quella che si inventa, come tutte le invenzioni che ha fatto l’essere umano, un vero artista è colui che va oltre se stesso, è colui che trasforma in materia tutte le sue emozioni e sensazioni, è colui che va oltre ogni immaginazione, è colui che entra in un’ altra dimensione, non ha importanza la bellezza, ma è importante quello che ha voluto rappresentare, e ogni artista è unico nel suo genere, […] la cosa più importante per me è quello che Dio mi ha donato, il suo dono è ciò che sento e ciò che vedo, quando mi siedo e guardo una tela bianca chiudo gli occhi ed entro in un’altra dimensione. È  come entrare in un mondo parallelo al nostro. Questa è l’arte, è ciò che abbiamo ognuno di noi, nel nostro profondo, che aspetta di essere trovata.”

Con queste parole il maestro Ferdinando Todisco dà una definizione di arte, in relazione al suo lavoro “La Sofferenza nel Mondo”.

Un’opera cruda, nuda, terribile ed incisiva, come le sue parole. Un grido taciuto ma eloquentissimo, che emana da uno sfondo rosso quasi sbiadito, cartapesta disillusa, velo di maya infrangibile, trappola mortale. È così che si sente l’essere umano chiuso nella sua dimensione, incapace di uscirne, avviluppato tacito nel suo sconfinato dolore. Noi che osserviamo il dipinto ascoltiamo sinesteticamente questo dolore ma tacciamo sordi innanzi al silenzio. Alla incapacità comunicativa, ad un groviglio di esseri chiusi nelle loro maglie, stretti come tra vortici assordanti, tra gironi infernali, tra gorghi senza via d’uscita. È l’urlo dei dannati, che bramano la luce. E noi, che non li ascoltiamo, vediamo l’emergere di questi esseri dal dipinto, dall’involucro invalicabile. Tanti volti inespressivi ed inorriditi, spauriti ed arrabbiati. Ma non siamo all’inferno, l’inferno di questi esseri, l’inferno degli umani rappresentato dal Todisco, è qui, sulla terra, nella sofferenza patita, nella gabbia del dolore. E della violenza, del sopruso, della povertà, dell’indifferenza. Langue l’uomo, si ribella. Come a chiedere giustizia. Emergono le teste, teste non maledicenti e mefitiche, teste umane che chiedono giustizia, che chiedono libertà dal giogo terribile, dal covo di serpi, dall’intarsio di rovi che il mondo, a noi affidatoci come giardino, è diventato.

In alto ondeggiano come creste sonore le grida. L’abilità del maestro Todisco nel rappresentare un dolore muto è qui, se nella dimensione inferiore i volti sono spersi, se le loro grida sono impercettibili, in alto, nella metà superiore del dipinto, il loro silenzio è ascoltato, anche chi non trova parole adatte per ribellarsi al sopruso dell’esistenza è decodificato in una essenza superiore, che accoglie ogni richiesta, flutto sonoro increspato. C’è una dimensione superiore, di speranza, che ascolta il tacito lamento umano, le grida di rabbia ed impotenza. Non occorrono parole giuste, espressioni esatte. È ciò che abbiamo dentro  che ci salva, non gli arzigogoli di parole, non la retorica fine a sé. Dalle tante grida poche sono le increspature, poche e serene, accolte in un abbraccio divino. Purificate dall’inutilità del troppo e misericordiosamente comprese, nella loro essenzialità, che è ciò che abbiamo nel profondo dell’alma, che è ciò che davvero siamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

Matthew Palmo

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Matthew Palmo, artista.

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

Matthew Palmo si adagia con lievità arcaica nella corrente artistico-culturale fondata dal Maestro Sarossa, l’Oltrismo. E lo fa da una angolatura diversa, figlia della sua cultura e del suo mondo, Buffalo ed i dintorni, il primitivismo di una terra che si respira nei dipinti, l’orma di una ancestralità mai morente nel suolo del Nord America. Dimenticata talora, ma che da sempre risorge come sospiro dei Padri di quel Mondo Nuovo, la cui essenza traspare e si insinua in maniera eterea ma sconvolgente, una etereità che trasforma e plasma la realtà quotidiana, il frastuono della contemporaneità, il quale si spoglia della propria distrazione postsettecentesca per ritrovare un sé più autentico, primordiale, un’anima che il fervore della modernità non può celare. Anima incancellabile, impressa in ogni nascituro di quel suolo ed in ogni essere su di esso vivente, perché l’uomo nasce dalla Terra e della Terra serba la memoria, della sua Terra, una memoria ineluttabile, che si manifesta nell’intimo e dall’intimo riesce a cogliere l’immagine di sé nella Natura, ponendosi quindi in divenire ed acquistando consapevolezza, raggiungendo l’armonia . Nell’Oltrismo la creatività è il motore che muove la mano dell’artista, la fantasia il luogo dove ambienta i suoi paesaggi, la conoscenza il mezzo per tirare fuori quello che ha dentro, l’Armonia il fine. Ed il Maestro Matthew Palmo fa questo, coglie l’istinto primordiale che dà impulso alla vita, utilizzando però un linguaggio figurativo particolarissimo, che possiamo cogliere ed intuire in ogni suo dipinto vivacissimo e che illumina d’infinito il fruitore, il quale ritrova nella sua anima questo ululato cromatico d’assoluto primordiale.

 

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A Buffalo Illuminata

 

Nell’opera “A Buffalo Illuminata”, ad esempio, tale corrispondenza luminosa appare sin da subito, osservandola attentamente ne possiamo cogliere una quadruplice dimensione, come se il dipinto fosse segmentato in due sezioni auree. La prima taglia in parallelo il dipinto e congiunge la base dei due sempreverdi, che si posizionano ai lati estremi dell’opera. Il sempreverde rappresenta il ciclo continuo ed immutabile, la staticità eterna, l’immortalità delle cose, la loro perennità ed incorruttibilità. Tali alberi sono posti a guardia della sfera superiore, che è ciò che domina e plasma l’inferiore, doppio della prima ed immagine di questa. La seconda sezione aurea taglia in perpendicolo il dipinto, in prossimità della sfumatura tra ocra e nebulosa. Cogliamo le due essenze di Dio, le due essenze astrali del supremo, a destra quella sensibile, in cui un sole al tramonto irradia dal rubino all’ocra ciò che lo circonda ed emana un fascio cromatico dolcissimo, lunare, subito alle pendici del sempreverde, emblema della luminosa potenza dell’Invictus. Ma l’intensità cromatica del divino non può realizzarsi in pieno se non nella sfera sublunare, ove il bianco della luce assume le multiformi intensità e variabilità cromatiche, in un tripudio complesso, la perfettibilità di Dio chiarissima nelle alte sfere si complica nella realtà concreta, di una complessità non ostica ma multiforme, i colori irradiando la Natura, la rendono sublime, meravigliosa, e nella complessità e varietà della bellezza possiamo intuire l’ente emanante, la grazia di Dio, il suo fervore nel donarci il Bello in una ottica Oltristica, preservando per sé la perfezione e regalandoci la complessità dell’imperfezione a che sappiamo che il nostro essere simili a Dio è nell’essere imperfetti e quindi capaci di coglierne la grazia e la superba beltade. A sinistra c’è l’alto volto di Dio, quello razionale. È rappresentato il cosmo, da una nebulosa alla meraviglia serale delle stelle e comete. E c’è l’immagine perfetta della giraffa, a collo alto e fiero, matematicamente perfetto, a differenza del mondo sublunare in cui è chinata per mangiare, e quindi lavorare, col sudore, chinarsi per cibarsi, a differenza dell’iperuranio in cui sono gli arbusti alla sua altezza. Non c’è evoluzionismo lamarckiano, c’è l’essenza della vita, del nostro ruolo qui sulla Terra. Dall’essenza razionale di Dio, su cui veglia una luminosa promanazione, quasi umaniforme, angelica, sgorga il fiume della sapienza, donatoci da Dio, che dal blu del fermo rigore razionale giunge ad un viola dolcissimo nell’emisfero sublunare della sensibilità. Nasciamo esseri razionali ma dalla razionalità l’amore ci conduce lievi, come un fiume che è la vita ed è sapienza, alla percezione della nostra vera essenza, contemplazione di bellezza e per ciò stessa bella in sé. Ovunque presente la scintilla divina, nelle foglie lucenti, quelle sublunari degli alberi soggetti a mutamento, dunque caduchi ed imperfetti e quindi ricolmi della luce di Dio, della sua grazia, a differenza degli ancestrali e primordiali sempreverdi, già perfetti e partecipi della gloria divina dunque immutevoli ed eterni, così come la perfetta giraffa dell’iperuranio razionale.

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Animali di Victor

 

In “Animali di Victor” il rimando è quasi immediato alla “Guernica” del Picasso, ma tuttavia qui non si tratta di una rappresentazione lamentevole, piangente e straziante della realtà. Ci troviamo in una deframmentazione ben diversa, che coglie il primitivismo degli animali ivi rappresentati e, dunque, della Natura. Il mondo è visto nella sua schematicità, accostabile a quella del Maestro Antonio Marchese, altro esponente dell’Oltrismo. Tuttavia qui la schematicità, sebbene assume i medesimi fini delle opere del Marchese, vale a dire cogliere l’essenza della realtà quotidiana, avvicinandosi in parte all’astrattismo, per spiritualizzare il concreto e dunque cogliere il divino degli esseri animati e inanimati nella loro connotazione quasi rupestre, dunque essenziale, è qui caratterizzata dalla vivacità dei colori, come nelle opere del Kandinsky. Manca l’essenzialità scarna, sciamanica, del dominio monocromatico su fondo. L’opera va letta da destra a sinistra, in senso inverso. A destra tre torce accese, come il fuoco di Vesta, simbolo del divino, della grazia, dell’immutevole fiamma ardente ed inestinguibile, come i sempreverdi di “A Buffalo Illuminata”, simbolo altresì dell’inizio delle cose, del principio che è eterno in quanto causalmente letto all’inverso, e poi, assieme agli animali, raramente ed alla fine in maniera più vistosa, le fogli incandescenti, l’orma della grazia divina nella caducità del reale.

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Pittura di Maddies

 

In “Pittura di Maddies” c’è una anomalia interessante e forse unica, un sezione aurea, che taglia in parallelo il dipinto, geometricamente imperfetta, linea obliqua, come perfezione rotta dalla illinearità del sensibile. Al di sopra c’è un cielo come al solito cromaticamente plurimo e sfumato, al di sotto, nei due terzi imperfetti del reale, il motivo della perfettissima imperfezione geometrica obliqua. Un bufalo ciclopico ed un cerbiatto che si abbeverano allo stesso fiume. Il fiume della conoscenza, la fluidità della sapienza, la sensibilità incarnata dal cerbiatto, che come il Giovanni evangelico corre alla tomba del risorto velocissimo, già si abbevera, senza paura. Il colosso e atavico ciclopico bisonte, che è forza razionale, si avvicina invece più cauto, calmo, ponderante. Ciò che l’armonia geometrica non raggiunge, la raggiunge e perfeziona l’imperfetta essenza sensibile e dolcissima degli essenti.

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Guerra Contro l’Inizio del Tempo

 

“Guerra Contro l’Inizio del Tempo” esprime a chiare lettere il principio di inversione causale, vale a dire l’effetto genera la causa, il futuro plasma il passato. Non a caso il centro aureo del dipinto è una sorta di piccolo wormhole. Il dipinto comincia nel presente e finisce al principio dei tempi. C’è impresso l’evoluzionismo della memoria e non della natura, il concetto stesso di evoluzione è messo in discussione dalla compattezza ed uniformità del quadro. Il carrarmato è il presente, è l’uomo, è l’uomo che nega il divino ed attacca il suo passato. Ciò che è più evidente nell’opera è ciò che manca rispetto alle altre produzioni del Maestro Matthew Palmo, vale a dire le luminescenti foglie, i germogli di Dio in Terra, la luce che rende l’uomo umano, figlio di Dio. Partendo da destra notiamo quella che è l’origine ed il percorso della natura, dai pesci e dal mare, ove la vita sorse, passando per l’era dei grossi rettili, rappresentati qui da un mastodontico Stegosaurus stenops, sino ad oggi. La guerra contro il tempo è di per sé rappresentata dal concetto stesso di tempo, che ha insito quello di mutamento e dunque deperimento e morte. Manca la luminescenza delle foglie, il sussurro delle luminosissime foglie, la voce illuminante di Dio. L’uomo spara, calpesta, distrugge la Natura, distrugge sé, distrugge il suo passato che è il suo presente. Senza ragione. Senza intelletto, senza sensibilità. Senza grazia. Perverte ciò che c’è di sublime svilendolo. L’unica luce è alla fine del quadro, o all’inizio. In basso a destra, in un fiume di luce, fiammelle bianche e candide, figure femminee, generatrici, protettrici dell’uomo, emissarie del divino, angeli in Terra, di spalle vanno via. Ma non è una fuga, è una speranza, in basso a destra, la fine del quadro è l’inizio dell’universo, meglio della vita, e le donne, candidissime generatrici di vita, percorrono il fiume di luce nel passato per generare un nuovo presente che è il futuro. Nella speranza, che è certezza, che la grazia non può scomparire dall’universo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

Migranti

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Autore: Laura Luperini, poetessa ed artista

Materia e Tecnica: acrilico su tela

Dimensioni: 60X50

Poesia di: Laura Luperini

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Là ,nel mar di Lampedusa

gente inerme va incontro all’ignoto.

Nel buio barconi solcano l ‘onda.

 

S’odon lontani pianti e lamenti,

bimbi strappati a un cuore di madre,

donne violate senza ragione.

 

Poi una luce illumina loro.

Il loro viaggio forse è la fine

Sperano tutti che arrivi l’aurora.

Laura Luperini”

 

Questa la poesia di commento della pittricia e poetessa Laura Luperini alla sua opera “Migranti”. Parole dense, pregne di significato; ognuna delle tre stanze rappresenta un attimo, come se fosse un piccolo dipinto che cattura l’istante e che, nel catturarlo, imprime una emozione, la partenza di gente inerme, privata amaramente di ogni dignità, che prova paura per l’abisso, che va incontro all’ignoto, al non conosciuto, all’incertezza, attraverso un mare vorace che divora. Nella seconda stanza il dolore, dolore di bimbi strappati al cuore, all’amore delle loro madri, donne violate senza alcuna ragione, violate, private della loro grazia, della loro intima femminea essenza, soffrono soggetti deboli, i bambini che non splendono in un sorriso come sarebbe giusto che sia, né le donne, siano esse madri premurose oppure giovani sperse ed oltraggiate senza motivo alcuno. Terza stanza, la speranza, il riuscimmo a riveder le stelle, l’uscimmo a riveder le stelle, ma il buio permane, ed il viaggio non finisce. Tutti, taciti, muti, attendono che sbocci l’aurora.

Nell’opera pittorica l’autrice esprime egregiamente questo concetto puntando sulla variabilità cromatica, variabilità che è un arzigogolo, un caotico effluvio di sensazioni, di pensieri, di silenzi, coacervo cromatico che rende al meglio la disperazione, la mancanza di futuro, l’inadeguatezza dei migranti in questo mondo escludente e spesso categorizzante. Loro non lo sanno bene, lo intuiscono, lo intuiranno. Ma sanno comunque che l’ignoto è un abisso, come il mare che solcano.

In fondo a sinistra, dai colori, emerge una figura come imbarcazione, adagiata su un mare calmo, si è giunti alla riva, calmo nei flutti ma guardando attentamente di lontano si scorge l’oscurità, come nube terribile e divoratrice, come terribile Cariddi. Ma comunque nell’estrema sinistra, in questo scorcio, il cielo è limpido, si è sbarcati, i brutti ricordi sono solo una macchia oscurissima ma passata. Al centro un caos quasi schizofrenico, emergono figure umanoidi, come ombre, fantasmi, fantasmi del ricordo, fantasmi delle loro splendide terre dimenticate e colme di spiriti. È una vera e propria confusione totale, è il migrante al varco, tra questo mondo ed il suo, disperato e quasi malato, certamente malato in quanto sperso, in quanto non riesce a miscelare i mondi, ci prova, e nella miscela emerge il caos della inumanità, gli schizzi ed i graffi della indifferenza. Alle sue spalle c’è una luce, l’approssimarsi dell’aurora, la speranza, ciò che spinge i migranti ad andare avanti. Non è inquadrata nello sguardo delle centrali orme stanche, ma c’è, ed un giorno arriverà, loro lo sanno, “sperano che arrivi l’aurora”. E questa speranza è un sogno, un sogno di armonia e pluralità culturale, un sogno di raggiungimento della serenità, della felicità e della dignità, andando oltre preconcetti e pregiudizi, oltre la rozzezza della violenza per poter contemplare, pregni d’amore, la bellezza che è in ogni essere umano. E questo sogno, proiettato nel futuro, è alla estrema destra del dipinto, non ancora avverato, è una grotta lucente, colma d’acqua e di vita, colma di un’acqua diversa dagli ignoti abissi solcati, un’acqua serena, un varco azzurro, un’acqua generatrice, materna, che attende di essere raggiunta, quando l’uomo saprà mettere da parte odi e rancori, indifferenza e vanagloria, voglia di sopraffare l’altro. Una dolce grotta armonica e celestiale e di speranza attende il nostro mondo, il nostro universo, da tempo in evoluzione.

 

dottor Giovanni Di Rubba

L’Amore e l’Eguaglianza: il Futuro dell’Uomo

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua cartapesta ovatta su tela

Dimensioni. 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “L’Amore e l’Eguaglianza, il Futuro dell’Uomo” si proietta in una ambientazione cromatica primordiale e rupestre, dal sentitissimo gusto ancestrale. E per due ragioni. La prima, che è ormai pressoché una costante nelle realizzazioni del Todisco, è la visualizzazione che emerge ictu oculi al fruitore, una realizzazione fatta plasmando le figure, come nella genesi il Grande Artefice, il Creatore, il Dio Sommo Amore, fece con l’uomo, modellandolo a sua immagine e simiglianza. La seconda è di carattere più schiettamente cromatico, l’utilizzo di colori primigeni quali il rosso e sfumature di giallo pone la realizzazione delle figure umane come fossero incise nelle grotte abitate dai nostri lontanissimi discendenti. E ciò è posto in risalto ancor più dalle increspature ed avvallamenti, dalle imperfezioni di contorno che ci conducono nel buio delle origini, nel varco profondo delle caverne, ravvivate da incisioni eccentriche e vividissime.

Emergono due figure adamitiche al centro, due esseri umani, un uomo e una donna, che si tengono per mano, ma i tratti sessuali sono incerti, come a definire un amore che supera ogni limite e barriera. Ipotesi questa confermata dal diverso colore della pelle degli umanoidi. Un amore che tutto vince, perché rende eguali perché simili e non perché individui, macchine, automi, ma proprio perché persone, animali comunitari, che tenendosi per mano rompono ogni sorta di pregiudizio. In basso, a destra ed a sinistra, due feti, simbolo della rinascita e simbolo della rigenerazione, ed emblema del nostro futuro, un futuro tinto di speranza perché nato dall’amore, e che per ciò stesso va oltre. Le figure sono avvolte nella calda placenta materna, che li protegge e ne preserva lo sviluppo, proiettandoli verso un mondo nuovo di cui saranno artefici, creatori, eredi. Una placenta colma di tale materno amore, di un rosso intensissimo, caldo, pulsante, cordico, collocati in basso non per importanza minore ma prorpio perché rappresentano ciò che sarà e, dolcemente avvolti, sembrano essere in una nuvola, quasi come fumetto, perché pensiero, progetto, della coppia.

Il maestro Todisco prospetta una speranza, dà voce alla rigenerazione, alla rinascita, al progresso umano, all’embrione che è il nostro futuro e che è ciò che saremo, e che rappresenta in maniera intensa ed ineluttabile noi, il nostro sigillo, in ogni nuova vita c’è parte di noi ed al tempo stesso c’è novità. La imperfezione della riproduzione! Non generiamo esseri perfettamente uguali a noi ma esseri che conservano parte di noi, e vanno oltre, vanno oltre dando un contributo all’universo con la novità insita nella loro esplorazione del cosmo, del tutto, della natura. Noi siamo parte di noi, e loro sono i veri oltristi, le future generazioni. Coloro che andranno oltre. E nel dipinto è espresso in maniera chiarissima la molla generatrice, il massimo fattore che plasma essenti, li modella, come ha fatto l’artista  con questa opera, ma li lascia in qualche modo liberi, malleabili, a che la forma rimanga ma non sia statica e si modifichi con l’esperienza e con il contatto con gli altri essenti. L’amore genera tutto, come nella stretta di mano tra i due soggetti  e come nell’immago degli embrioni.

Il rappresentarli di colore diverso mostra un elemento aggiuntivo e forse essenziale, cardine, al concetto di eguaglianza. Che il nostro futuro, gli embrioni, ciò che lasceremo, ciò che rimarrà di noi, si modellano accrescendosi in perfezione e migliorando il mondo proprio grazie alla mescolanza di razze, come espresso egregiamente dalla coppia. Più c’è diversità nell’amore più c’è evoluzione, più c’è modificazione, più c’è “errore creativo”.  Vale a dire che l’evoluzione è possibile solo se il corredo cromosomico è vario, più è vario più l’intelletto ed il corpo sono perfetti. Questa la ragione della fallacia di ogni ideologia che propende per un nazionalismo esasperato o per una superiorità.  Esseri troppo simili per caratteristiche genetiche se uniti tendono alla estinzione, a generare abominio, staticità, morte. La mescolanza etnica genera la vera eguaglianza, perché è ella stessa eguaglianza e l’eguaglianza diviene generatrice di esseri  eguali ed evoluti, parzialmente imperfetti e per ciò stesso perfettissime creature. Creature che vanno oltre, verso l’armonia.

 

dottor Giovanni Di Rubba