Vittoria, Ode alla Libertà

vittoria ode alla libertà

 

Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua, ovatta, cartapesta, su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Vittoria, Ode alla Libertà”  rappresenta una ambientazione ormai tipica e caratteristica del contributo artistico all’Oltrismo dell’autore che scova la ancestrale ricerca di armonia in raffigurazioni arcaiche e quasi rupestri, le quali proiettano il fruitore ai primordi della civiltà conducendolo al primitivo ma attualissimo desiderio umano, attualissimo perché scava negli archetipi sepolti dell’essere umano, in simboli insiti nella natura stessa dell’anima.

L’opera è divisa in due, una parte terrestre ed una sovraterrestre, quella in basso fatta di riti e preghiere, rappresentazione vivida della speranza e che ha come sfondo un policromatismo genuino e pullulante, stralci di colore a mo’ non di frammenti ma di veri e propri tasselli quasi puntiformi che ravvivano, evidenziandola, la molteplice varietà delle aspirazioni umane, tinteggiando il reale di fantasie che si manifestano con una silente prepotenza, la ribellione pacifica dell’ama.

Emergono tridimensionalmente tre figure, due maschili di lato, con braccio proteso in senso orante ed una femminea centrale, a mo’ di adorata. Un rito che rimanda al culto di Nike, di Vittoria, di Bellona, una vera e propria “Fetiales”. Un congresso in cui l’umanità, rappresentata dalle figure maschili, si rivolge al trascendente, o meglio a divinità angelica, a messaggera, a quella che è la giustizia. Ma tale convivio orante è ribaltato nell’ottica oltrista. La preghiera è per la pax, ma per una pax sine bello, un’ode alla pace senza violenza, alla concorde e pacifica convivenza tra essenti. Riprendendo un rito antico lo si attualizza e si va oltre, lo si rende preghiera per la divina concordia, per l’umana collaborazione, per il vivere in comunità e non in belligerante società, per consentire la realizzazione di ogni individuo rendendolo persona.

Nella parte superiore, infatti, la divinità della vittoria, della giustizia, diviene angelico ed atavico messaggero di tale concordia, e le preghiere del e per l’umanità tutta laniata e sofferente a causa di guerre, terrorismo, battaglie senza senso, litigi per sete di dominio, vengono accolte; dal capo della femminea figura si inarcano splendide ramificazioni che tendono all’eterno, al cielo. Ramificazioni di verbena, di erba pura, herba sacra, di ulivo, di alloro. Ramificazioni quindi di candore, di pace, di gloria, che per essere tale non è soggiogo dell’altro ma condivisione con l’altro. Ramificazioni che sono tripartite, da un lato l’auctoritas, ovverossia l’anima dell’umanità, che candidamente plasma, dall’altro la potestas, ramificazione che promana dalla prima e che estrinseca sé tramutando l’umiltà candida e leziosa, la dolcezza, in pace armonica, infine, ultima ramificazione, il corpus o status, che rende effettivo quello che è manifesto, concretizzandolo, e che è la gloria di vivere uniti in un abbraccio universale, che è la gioia propria nel riflettere la gioia altrui, che è dunque estrinsecazione del vero scopo dell’uomo, della propria missione.

La libertà che si raggiunge con tale lento lavorio, con tale loquentissimo  ed umile desio, con l’essere umano libero dalle catene della schiavitù per mezzo dell’amore che incessante ricerca la bellezza nel raggiungimento di una soave pace, che diviene armonia e non soggiogo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

Lascia un commento