Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su tela

Dimensioni: 70X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “Teniamoci per Mano, l’Armonia dell’Universo” esprime appieno il senso unico della vita, il principio e l’origine, l’essenza ultima, la molla generatrice. Il dantesco “amor che move il sol con l’altre stelle”.

Di spalle, come fossero osservatori ad una mostra, fruitori dell’opera, fanno la loro comparsa nel dipinto una coppia di innamorati che si tiene per mano. Abilmente il Todisco rappresenta come soggetto colui che contempla l’opra, colui o coloro che la osservano. Estraniati quasi, al di là del mondo, pellegrini d’universo, che ammirano la grandezza del creato e viaggiano in atmosfere suvraterrestri. Un’ambientazione cosmica quella dell’autore che si colloca nella dimensione tipica di un altro oltrista, il maestro Antonio Marchese, che fa dell’universo e dei buchi neri, della materia cosmica, l’oggetto e il soggetto del suo lavoro e della dimensione trascendente dell’arte. Ma mentre l’uno delimita e segna varchi evidenti, passaggi per raggiungere mondi nuovissimi, veri e propri wormhole ove lo spirito cerca e trova transizione, qui il varco si apre nell’istante in cui gli amanti si tengono per mano. Vanno oltre, al di là, contemplando l’armonia coeli, l’armonia del creato.

Lontano un pianetino giallo sulla sinistra, sulla destra minuto e rosso come spia cosmica, pianetini abissali, collocati in fondo al dipinto e quindi distanti da noi ed anche tra loro stessi distanti, perché la fine del quadro è il punto di partenza dello stesso, è la lontananza inenarrabile che si colma, completa e supera negli amanti stretti per mano, che sono il principio e che trovano nell’al di là estremo ciò che erano e ciò che sarebbero divenuti senza quell’amore, colto in un gesto semplice ed assoluto.

Avvicinandoci ancora un pianeta celeste, come la terra, colmo d’acqua, linfa vitale, l’acqua che fa avvicinare esseri distanti, che generando ammira l’amore manifesto, contornata da un satellite, il nostro, lunare ma vivido nel colore non pallido, come scosso dal terremoto amoroso. Ancora più giù, sulla sinistra, il passaggio successivo, una sfera che inizia ad assumere non più forme cromatiche omogenee ma inizia a colorarsi grazie alle prime parole ed ai segni, ed ai gesti degli innamorati. Per finire, alla destra, in un tripudio cromatico estasiante, un coacervo di colori dolcissimi, che leziosi illuminano gli amanti.

L’excursus appena fatto questo delle sfere, contenitori di sapienza, rende evidente un processo evolutivo che culmina nell’amore tra uomo e donna, tra fidanzati estraniati e contemplanti, i quali, stretti per mano e proiettati in una dimensione ultramondana contemplano l’universo dagli antipodi ai pianeti più vicini, ripercorrendo la loro storia, all’indietro, come in una evoluzione in cui, oramai, le distanze iniziali, seppur fondamentale punto di partenza, sono lontane, e il tripudio di colori è l’amore della gioia presente.

 

dottor Giovanni Di Rubba

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