La Sofferenza nel Mondo

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: cartapesta, ovatta, e smalto all’acqua

Misure: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“L’arte vera è quella che si inventa, come tutte le invenzioni che ha fatto l’essere umano, un vero artista è colui che va oltre se stesso, è colui che trasforma in materia tutte le sue emozioni e sensazioni, è colui che va oltre ogni immaginazione, è colui che entra in un’ altra dimensione, non ha importanza la bellezza, ma è importante quello che ha voluto rappresentare, e ogni artista è unico nel suo genere, […] la cosa più importante per me è quello che Dio mi ha donato, il suo dono è ciò che sento e ciò che vedo, quando mi siedo e guardo una tela bianca chiudo gli occhi ed entro in un’altra dimensione. È  come entrare in un mondo parallelo al nostro. Questa è l’arte, è ciò che abbiamo ognuno di noi, nel nostro profondo, che aspetta di essere trovata.”

Con queste parole il maestro Ferdinando Todisco dà una definizione di arte, in relazione al suo lavoro “La Sofferenza nel Mondo”.

Un’opera cruda, nuda, terribile ed incisiva, come le sue parole. Un grido taciuto ma eloquentissimo, che emana da uno sfondo rosso quasi sbiadito, cartapesta disillusa, velo di maya infrangibile, trappola mortale. È così che si sente l’essere umano chiuso nella sua dimensione, incapace di uscirne, avviluppato tacito nel suo sconfinato dolore. Noi che osserviamo il dipinto ascoltiamo sinesteticamente questo dolore ma tacciamo sordi innanzi al silenzio. Alla incapacità comunicativa, ad un groviglio di esseri chiusi nelle loro maglie, stretti come tra vortici assordanti, tra gironi infernali, tra gorghi senza via d’uscita. È l’urlo dei dannati, che bramano la luce. E noi, che non li ascoltiamo, vediamo l’emergere di questi esseri dal dipinto, dall’involucro invalicabile. Tanti volti inespressivi ed inorriditi, spauriti ed arrabbiati. Ma non siamo all’inferno, l’inferno di questi esseri, l’inferno degli umani rappresentato dal Todisco, è qui, sulla terra, nella sofferenza patita, nella gabbia del dolore. E della violenza, del sopruso, della povertà, dell’indifferenza. Langue l’uomo, si ribella. Come a chiedere giustizia. Emergono le teste, teste non maledicenti e mefitiche, teste umane che chiedono giustizia, che chiedono libertà dal giogo terribile, dal covo di serpi, dall’intarsio di rovi che il mondo, a noi affidatoci come giardino, è diventato.

In alto ondeggiano come creste sonore le grida. L’abilità del maestro Todisco nel rappresentare un dolore muto è qui, se nella dimensione inferiore i volti sono spersi, se le loro grida sono impercettibili, in alto, nella metà superiore del dipinto, il loro silenzio è ascoltato, anche chi non trova parole adatte per ribellarsi al sopruso dell’esistenza è decodificato in una essenza superiore, che accoglie ogni richiesta, flutto sonoro increspato. C’è una dimensione superiore, di speranza, che ascolta il tacito lamento umano, le grida di rabbia ed impotenza. Non occorrono parole giuste, espressioni esatte. È ciò che abbiamo dentro  che ci salva, non gli arzigogoli di parole, non la retorica fine a sé. Dalle tante grida poche sono le increspature, poche e serene, accolte in un abbraccio divino. Purificate dall’inutilità del troppo e misericordiosamente comprese, nella loro essenzialità, che è ciò che abbiamo nel profondo dell’alma, che è ciò che davvero siamo.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

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