Migranti

migranti

 

Autore: Laura Luperini, poetessa ed artista

Materia e Tecnica: acrilico su tela

Dimensioni: 60X50

Poesia di: Laura Luperini

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

“Là ,nel mar di Lampedusa

gente inerme va incontro all’ignoto.

Nel buio barconi solcano l ‘onda.

 

S’odon lontani pianti e lamenti,

bimbi strappati a un cuore di madre,

donne violate senza ragione.

 

Poi una luce illumina loro.

Il loro viaggio forse è la fine

Sperano tutti che arrivi l’aurora.

Laura Luperini”

 

Questa la poesia di commento della pittricia e poetessa Laura Luperini alla sua opera “Migranti”. Parole dense, pregne di significato; ognuna delle tre stanze rappresenta un attimo, come se fosse un piccolo dipinto che cattura l’istante e che, nel catturarlo, imprime una emozione, la partenza di gente inerme, privata amaramente di ogni dignità, che prova paura per l’abisso, che va incontro all’ignoto, al non conosciuto, all’incertezza, attraverso un mare vorace che divora. Nella seconda stanza il dolore, dolore di bimbi strappati al cuore, all’amore delle loro madri, donne violate senza alcuna ragione, violate, private della loro grazia, della loro intima femminea essenza, soffrono soggetti deboli, i bambini che non splendono in un sorriso come sarebbe giusto che sia, né le donne, siano esse madri premurose oppure giovani sperse ed oltraggiate senza motivo alcuno. Terza stanza, la speranza, il riuscimmo a riveder le stelle, l’uscimmo a riveder le stelle, ma il buio permane, ed il viaggio non finisce. Tutti, taciti, muti, attendono che sbocci l’aurora.

Nell’opera pittorica l’autrice esprime egregiamente questo concetto puntando sulla variabilità cromatica, variabilità che è un arzigogolo, un caotico effluvio di sensazioni, di pensieri, di silenzi, coacervo cromatico che rende al meglio la disperazione, la mancanza di futuro, l’inadeguatezza dei migranti in questo mondo escludente e spesso categorizzante. Loro non lo sanno bene, lo intuiscono, lo intuiranno. Ma sanno comunque che l’ignoto è un abisso, come il mare che solcano.

In fondo a sinistra, dai colori, emerge una figura come imbarcazione, adagiata su un mare calmo, si è giunti alla riva, calmo nei flutti ma guardando attentamente di lontano si scorge l’oscurità, come nube terribile e divoratrice, come terribile Cariddi. Ma comunque nell’estrema sinistra, in questo scorcio, il cielo è limpido, si è sbarcati, i brutti ricordi sono solo una macchia oscurissima ma passata. Al centro un caos quasi schizofrenico, emergono figure umanoidi, come ombre, fantasmi, fantasmi del ricordo, fantasmi delle loro splendide terre dimenticate e colme di spiriti. È una vera e propria confusione totale, è il migrante al varco, tra questo mondo ed il suo, disperato e quasi malato, certamente malato in quanto sperso, in quanto non riesce a miscelare i mondi, ci prova, e nella miscela emerge il caos della inumanità, gli schizzi ed i graffi della indifferenza. Alle sue spalle c’è una luce, l’approssimarsi dell’aurora, la speranza, ciò che spinge i migranti ad andare avanti. Non è inquadrata nello sguardo delle centrali orme stanche, ma c’è, ed un giorno arriverà, loro lo sanno, “sperano che arrivi l’aurora”. E questa speranza è un sogno, un sogno di armonia e pluralità culturale, un sogno di raggiungimento della serenità, della felicità e della dignità, andando oltre preconcetti e pregiudizi, oltre la rozzezza della violenza per poter contemplare, pregni d’amore, la bellezza che è in ogni essere umano. E questo sogno, proiettato nel futuro, è alla estrema destra del dipinto, non ancora avverato, è una grotta lucente, colma d’acqua e di vita, colma di un’acqua diversa dagli ignoti abissi solcati, un’acqua serena, un varco azzurro, un’acqua generatrice, materna, che attende di essere raggiunta, quando l’uomo saprà mettere da parte odi e rancori, indifferenza e vanagloria, voglia di sopraffare l’altro. Una dolce grotta armonica e celestiale e di speranza attende il nostro mondo, il nostro universo, da tempo in evoluzione.

 

dottor Giovanni Di Rubba

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