L’Addio

l-addio

 

Autore: Giuseppe Pollio

Materia e Tecnica: olio su tela

Dimensioni: 50X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del maestro Giuseppe Pollio “L’Addio” è un lieto saluto al passato e si proietta, in una dimensione onirica, verso il futuro.

Dividendo il dipinto in due parti con una linea orizzontale notiamo la sezione aurea che descrive sapientemente, in basso, delimitata da un muretto la realtà nuda e cruda, un passato che è quasi tormento ma al tempo stesso speranza, rappresentato da una donna nuda stessa di dorso, lunghi capelli neri e fascino mediterraneo, dolente e spoglia del suo ero e con braccia protese verso il muricciolo, per tendere alla dimensione superiore, quasi abbracciarla, arrampicandosi sul limite ultimo del confine, sul varco, delimitato dal muretto. La donna è l’umanità, la donna è la madre terra, la donna è la natura, la donna è la nostra dimensione terrestre e sublunare, la donna è il nostro nudo vestigio reale. La donna è la nostra dimensione, la donna è la sete di libertà, la donna è la nostra disperazione e le nostre aspirazioni. Una donna Parthenope, una sirena, una bellissima immago alla ricerca dell’amore, per giungere all’armonia.

E questa è la parte superiore del dipinto, i due terzi, una visione marina, un paesaggio costiero ove di lontano una caravella salpa per nuovi mondi. È il nostro pensiero, la nostra creatività, il nostro talento, la nostra sete di ricerca, la nostra propensione al viaggio, un viaggio per scoprire ignoti mondi, nuovissimi mondo, mondi che sono la nostra sublime interiorità. La lieta navicella alza le vele verso un’altra essenza femminea, verso la luna, verso la sfera che come costante dell’Oltrismo è simbolo di conoscenza, e che qui, nelle vesti seleniche, mostra quanto la gnosi sia sublimazione femminea, quanto per raggiungere l’armonia dobbiamo salpare verso nuovi approdi, silenti spiagge lunari, ove raggiungere il nostro ricercato equilibrio, il nostro abbraccio sperato. Il mare, deserto meditativo, è il mezzo, la navicella/caravella il vettore, la sfericità selenica la meta.

Così nella nuova armonia di un nuovissimo mondo il viaggio non sarà periglioso, per aspera ad astra ma non siamo soli, non siamo soli nella navigazione, non siamo in balia di flutti e marosi. In soccorso giunge un gabbiano, o forse un albatros che con le ali da gigante fa fatica a camminare ma che è anche simbolo dello spirito, giunto per nostra salvezza, giunto per liberarci dalle prigionie e dal dolore, giunto per accompagnarci verso l’assoluto, verso la scoperta armonica di noi stessi. Il gabbiano accorre non solo per la salvezza della donna, emblema nostro ed emblema composito universale, ma nel tornare indietro dà un messaggio di libertà e di forza, di spinta vitale, anche al fruitore. È lì, ben collocato, al di sopra della sfera ma diretto verso noi, verso la donna. è al tempo stesso primo soccorso dell’alma spersa e risultato finale della ricerca.

 

dottor Giovanni Di Rubba

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