La Disperazione e la Consolazione degli Angeli

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Autore: Ferdinando Todisco

Materia e Tecnica: smalto all’acqua su pittura a olio

Dimensioni: 80X70

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

 

L’opera del maestro Ferdinando Todisco “La Disperazione e la Consolazione degli Angeli” è collocata in una ambientazione cromatica di rosso pullulante ed intenso, colore vivo, che traluce imponendo la forza dell’amore, la pulsione dell’eterno desio di fratellanza insito nell’alma umana. Un desiderio vivo, presente. Ma allo stesso tempo  la smania d’amore è smorzata dalle figure che abitano tridimensionalmente il dipinto.  Il rubino intensissimo diviene senso di smarrimento, quasi in maniera subitanea, osservando nell’insieme  il tutto. Un colore vivace che colpisce e che si rattrista dopo pochi attimi di osservazione.

In ginocchio un essere umano, in atto implorante, quasi a chiedere venia all’assoluto, quasi a chiedere una giustizia ultramondana, eterna, divina. Un personaggio posto al centro del dipinto e per ciò anima dello stesso, del tormento umano innanzi alle molteplicità di doni offertici ed alla impossibilità di essere felici. Una figura che si innalza ad emblema dell’umanità tutta, contornata da una intensità abbagliante, che è amore, che è sangue, che è disperazione.

Chiede venia, dunque, chiede un aiuto alzando il capo con le mani protese al cielo, in questa dimensione monocromatica e statica che lo induce alla monotonia, alla banalità delle sensazioni, al desiderare qualcosa in più, quasi a stridere per l’abitudine in cui è rinchiuso, racchiuso nel suo dolore chiede un’illuminazione, chiede quale sia la ragione, quale il motivo, quale la causa delle umane sofferenze. E il cielo gli appare umano, gli appare terrestre, gli appare sua stessa realtà. Non c’è distinzione tra i colori, tutto è racchiuso nell’intensità statica dell’esistente.

In alto due occhi, posizionati in sezione aurea nel dipinto, l’emblema di Dio. Di un Dio veramente trino, rappresentato, caso unico, non con un solo occhio che tutto vede ma con due occhi, come fosse egli steso scosso, come fosse egli stesso conscio del dolore, perché incarnato, perché fatto uomo, perché nato generato di carne umana. Non occhio onniveggente ed onnisciente solo, ma visione umana binoculare, visione che reca in sé l’uomo ed il Dio, la divinità e la corporalità. Occhi di un vividissimo nocciola, quasi colore di terra pura, di madre terra, quasi odore incantevole del terriccio genealogico, contornati da altre forme tridimensionali a mo’ di ciglia, a mo’ di aura. Dio misericordioso che invia sprazzi di colore che fanno comprendere all’uomo l’essenzialità delle piccole cose, quelle linee, segmenti di giallo, di ocra e di verde consentono all’uomo di non abbagliarsi pel troppo amore, e di non cadere, per troppo desio, nella concupiscenza o nella violenza, altri accidenti del medesimo colore. l  fasci rettilinei che emanano da un Dio fatto uomo ridimensionano l’egoismo umano e Dio stesso invia i suoi emissari, le sue spirituali promanazioni . Gli angeli, i suoi messaggeri, contornati di aureole mosse, scosse e sapienti, non circolari, ma imperfette, come l’altalenare del sentimento umano, come le ciglia del Grande Artefice d’Amore incarnato. E questi soccorritori sono la forza propulsiva, lo spirito che è in noi e che ci rende partecipi alla essenza divina pur senza comprenderla appieno. Intuendola, senza pretendere di avere in sé l’immenso rosseggiante amore che, per nostra finitezza, potrebbe essere stravolto.

E qui, come nel clima natalizio, si scorge il vero significato di questo amore, di questo rosso che non abbaglia, della disperazione e della maledizione umana che si redime, che raggiunge l’equilibrio, che tende all’armonia, all’armonia di sapersi imperfetto, incompleto, e sempre necessitato di accrescere la sua spiritualità.

 

dottor Giovanni Di Rubba

 

 

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