La Valle del Tempo

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Autore: Sarossa (Salvatore D’ Auria)

Commento a cura di: Giovanni Di Rubba

 

L’opera del Maestro Sarossa “La Valle del Tempo”, realizzata su tessuto rosso, è un vero e proprio catturar l’immagine dell’istante che, nella sua pienezza compositiva, assurge a sintesi della rappresentazione viva e pulsante del tempo.

La nostra percezione lineare è qui superata dal frammento, un frammento, una frazione che dà all’immediatezza della rappresentazione una valenza assoluta. Per un attimo l’opera ci estranea dalla nostra coscienza percettiva e ci immerge, rapidi, nella pienezza del sé consapevole. Scorgiamo, finalmente, l’intera storia dell’umanità, una storia rappresentata con una semplicità profondissima che dà all’opera stessa una “dinamicità statica”. Non si tratta di una semplice descrizione della sensazione istantanea che possiamo percepire in una elevata meditazione ma, l’abilità dell’artista, consente di mostrarci da un lato la graziosa sintesi di passato, presente e futuro della nostra specie, con particolare riguardo alla cultura, ciò che ci evolve in una continua ascesi contemplativa del nostro sé divino e, dall’altro il percorso per raggiungere tale dimensione contemplativa e cosciente.

Tre i colori dominanti, tre più la luce, ed ognuno rappresenta una realtà descrittiva che tuttavia non può prescindere dalla visione d’insieme. Domina il rosso del tessuto, che subito risalta agli occhi del fruitore, ma   le sagome, di un ocra schiarito, per prime richiamano l’attenzione. Ecco la statua, emblema della storia e sua personificazione. È senz’altro una donna affascinante ed eterea ma allo stesso tempo marmorea come le statue classiche, con ciò a rappresentare sincronicamente la vacuità effimera del divenire e del già stato, che attrae proprio per questa insondabilità, per la consapevolezza dell’uomo che non è solo il futuro che ci è ignoto ma anche e soprattutto il passato, a cui possiamo accedere per tentavi, approssimazioni, attraverso ritrovamenti archeologici e supposizioni, tuttavia mai avremo una risposta definitiva, una certezza. Ma oltre ad essere ineffabile ombra è anche marmorea, e tale solidità, possenza, reca in sé la straordinaria contraddizione della storia, non sapremo mai con precisione quale sia il nostro passato ma sappiamo che è stato perché noi siamo ciò che abbiamo, nel tempo, posto in essere, siamo ciò che i nostri antenati hanno, passo dopo passo, costruito, inventato, scoperto. Sulla destra, del medesimo etereo colore, un ammasso culturale, posto lì, quasi come fosse a sé stante. Ma è quello il contenitore della cultura tutta, è la sapienza umana, ciò che ci rende noi, qui ed ora, e ciò a cui l’artista attinge per innovare l’arte, per andare oltre, a guisa dell’uomo che attraverso lo studio del passato fa evolvere la propria specie con scienza, tecnica e, prima ancora, cultura. Il bagaglio del nostro passato è l’armamentario di utensili sapienti che rendono pulsante il nostro esistere, che nutrono di speranza le sorti di ogni essere umano.  Prima di passare all’altra sagoma, al pendolo, è da notare le due catene montuose, di un vivissimo ed intenso azzurro. I monti sono i nostri limiti. La prima catena ha vette che paiono più basse e che sono oramai superate. Sono i limiti e gli ostacoli che i nostri antenati hanno sapientemente varcato per giungere alla conoscenza e raccogliere, come in una biblioteca di sapere, in un museo d’invenzioni e in un prisma di mille bellezze, la loro conoscenza, il loro amore, la loro contemplazione del divino e del Bello. Altra sagoma è il pendolo del tempo, che promana da una luce, una luce orizzontalmente posizionata in sezione aurea e verticalmente al centro del dipinto. Tale luce è Dio, è il divino, è colui che muove il pendolo con un primo tocco, lasciando scorrere i giorni, i mesi e gli anni, i secoli, i millenni, lasciando a noi la scelta, se rimanere caduchi ed inerti o viceversa, consapevoli della caducità, svegli, pronti a cambiare le cose, a provarci, ad osare, per rendere sempre colmo il bagaglio del passato, e non per un nostro fine egoistico, ma per il bene di tutti, per il bene dei nostri contemporanei, per il bene dei nostri discendenti, per non sciupare i doni dei nostri antenati.  L’ocra fa da cornice e delimita l’istante contemplato ma, e qui vi è il percorso maggiore, la via per accedere alla conoscenza, per creare, innovare e preservare. È il rosso del tessuto, il rosso emblema dell’Amore, unica via che travalica tutto ed unica strada per l’evoluzione, la coscienza, la consapevolezza ed il discernimento. Un amore così forte che inonda e domina, che addirittura va fuori del quadro, delimitato dalla cornice ocra, inenarrabile, indipingibile, indescrivibile e presente malgrado tutto. Generatore dell’universo e del tempo e della storia e al tempo stesso ad esso trascendente. All’interno della cornice ocra, ancora, le montagne in alto, che rappresentano i nostri limiti ed ostacoli, quelli ancora da superare, quelli del nostro futuro, quelli da varcare, ma è bellissimo notare come non siano di un pur splendido azzurro intensissimo come i monti del passato ma abbiano sfumature, nere, rosse, rappresentando l’uno le nostre paure e le nostre ombre, l’altro l’Amore, la nostra via d’accesso al futuro, che è la nostra speranza.

 

dottor Giovanni Di Rubba

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